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Uscii dalla stanza in silenzio quando non tollerai più l’energia violenta che irradiava. La concentrazione maniacale di Edward mi fece tornare la nausea, diversa da quella mattutina ma altrettanto fastidiosa. Preferivo aspettare altrove che il suo malumore si placasse. Mi era impossibile parlare con quell’Edward glaciale e assorto che, sinceramente, mi spaventava un po’.

Per l’ennesima volta finii in cucina. Nella credenza c’era un sacchetto di ciambelline. Iniziai a masticarle soprappensiero, mentre fuori dalla finestra la sabbia, le rocce, gli alberi e l’oceano scintillavano al sole.

Qualcuno dentro me sussultò come se brontolasse.

«Lo so», dissi. «Neanch’io voglio andarmene».

Mentre guardavo fuori dalla finestra per un attimo, il mio interlocutore non rispose.

«Non capisco», sussurrai. «Cosa c’è di sbagliato?».

Una sorpresa, assolutamente. Persino sbalorditiva. Ma anche sbagliata?

No.

Ma allora perché Edward era tanto furioso? Non era stato lui ad augurarsi un matrimonio riparatore?

Cercai di ragionare.

Forse non era così assurdo che Edward volesse tornare subito a casa. Voleva che Carlisle mi visitasse ed essere certo che le mie deduzioni fossero corrette, anche se a quel punto qualsiasi dubbio era svanito. Probabilmente volevano capire perché fossi già così incinta, con il gonfiore, i movimenti nella pancia e tutto il resto. Non era normale.

Forse il punto era proprio quello. Edward si stava preoccupando per il bambino. Io non avevo ancora perso la testa. Il mio cervello, più lento del suo, era ancora stupito al pensiero dell’immagine che aveva evocato: il neonato con gli occhi di Edward — verdi come i suoi, quando era stato umano, delicato e bellissimo fra le mie braccia. Sperai che fosse il ritratto di Edward, senza ingerenze da parte mia.

Strano pensare come quell’immagine fosse diventata improvvisamente una necessità primaria. Quel primo impercettibile contatto aveva cambiato ogni prospettiva. Prima c’era soltanto una cosa della quale non potevo fare a meno, adesso erano due. Senza dovermi dividere, perché il mio amore non doveva spaccarsi in due, niente affatto. Piuttosto, era come se le dimensioni del mio cuore fossero raddoppiate. E tutto lo spazio in più era già occupato. Un’espansione che mi dava quasi alla testa.

Non avevo mai capito fino in fondo il dolore e il risentimento di Rosalie. Non mi ero mai vista nei panni di una madre, mai avevo desiderato esserlo. Era stato facilissimo promettere a Edward che avrei rinunciato ai figli per lui, perché davvero non m’interessava. I bambini, in astratto, non mi avevano mai affascinata. Per me erano creature rumorose che spesso sputavano roba appiccicaticcia. Non avevo mai avuto a che fare con loro. Quando avevo sognato che Renée mi desse un fratello, si trattava sempre di un fratello maggiore. Qualcuno che si prendesse cura di me, non il contrario.

Questo figlio, il figlio di Edward, era tutta un’altra storia.

Lo desideravo come l’aria nei polmoni. Non era una scelta, ma una necessità.

Forse mi mancava l’immaginazione. Forse per lo stesso motivo, finché non mi ero sposata, non ero mai riuscita a figurarmi quanto mi piacesse il matrimonio, quindi soltanto con un figlio in arrivo avrei desiderato diventare madre...

Posai la mano sulla pancia, in attesa di un nuovo movimento, e le lacrime ripresero a scorrere.

«Bella?».

Mi voltai, spaventata dal suono della sua voce. Era troppo fredda, troppo circospetta. Rifletteva la sua espressione, vuota e dura.

Allora mi vide piangere.

«Bella!». Attraversò la stanza in un lampo e mi prese il viso fra le mani. «Stai male?».

«No, no...».

Mi strinse a sé. «Non temere. Sedici ore e saremo a casa. Andrà tutto bene. Carlisle è pronto ad accoglierci. Ce ne occuperemo noi e tu guarirai, guarirai».

«Ce ne occuperemo noi? In che senso?».

Si scostò per guardarmi negli occhi. «Dobbiamo tirare fuori quella cosa prima che possa farti del male. Non temere. Non permetterò che ti faccia del male».

«Quella cosa?», esclamai.

Con uno scatto distolse lo sguardo, verso la porta d’ingresso. «Maledizione! Ho dimenticato che oggi doveva passare Gustavo. Mi sbarazzo di lui e torno subito». Sfrecciò fuori dalla stanza.

Mi strinsi al bancone per non perdere l’equilibrio. Mi tremavano le ginocchia.

Edward aveva appena chiamato cosa il mio piccolo brontolone. Aveva detto che Carlisle l’avrebbe tirato fuori.

«No», sussurrai.

Avevo capito male. Del bambino non gli interessava nulla. Voleva fargli del male. La splendida immagine nei miei pensieri si modificò bruscamente e si trasformò in qualcosa di cupo. Il bel bambino piangeva, le mie braccia erano troppo deboli per proteggerlo...

Che potevo fare? Sarei stata in grado di ragionare con loro? E se non ci riuscivo? Bastava a spiegare lo strano silenzio telefonico di Alice? Era ciò che aveva visto? Edward e Carlisle che uccidevano quel bambino perfetto prima che iniziasse a vivere?

«No», sussurrai di nuovo, con voce più forte. Non poteva andare in quel modo. Non l’avrei permesso.

Udii Edward che di nuovo parlava in portoghese. Ancora discussioni. Mentre la sua voce si avvicinava, lo sentii ruggire esasperato. Poi si aggiunse un’altra voce, bassa e timida. Una voce femminile.

Edward la precedette in cucina e venne dritto verso di me. Mi asciugò le lacrime dalle guance e mi parlò all’orecchio, bisbigliando fra le labbra affilate.

«Insiste a dire che deve lasciare in cucina quello che ci ha preparato per cena». Se fosse stato meno nervoso, meno arrabbiato, di sicuro avrebbe alzato gli occhi al cielo. «È una scusa: vuole assicurarsi che non ti abbia ancora uccisa». Pronunciò le ultime parole con voce gelida.

Kaure restava dietro l’angolo, nervosa, tenendo fra le mani un piatto coperto. Mi sarebbe piaciuto conoscere il portoghese, o qualche parola in più di spagnolo, per provare a ringraziare la donna che aveva osato fare arrabbiare un vampiro solo per venire a controllare che stessi bene.

Il suo sguardo vagava fra me ed Edward. La vidi esaminare il mio colorito, l’umidità dei miei occhi. Mormorò qualcosa di incomprensibile e posò il piatto sul bancone.

Edward le ringhiò qualcosa contro; non lo avevo mai sentito parlare in maniera così scortese. Lei si voltò per andarsene e lo svolazzo della sua gonna lunga spinse l’odore della pietanza verso di me. Era forte, sapeva di cipolle e pesce. Ebbi un conato e corsi al lavandino. Le mani di Edward si posarono sulla mia fronte e sentii il suo mormorio rasserenante attraverso il ronzio che avevo nelle orecchie. Per un secondo le sue mani sparirono e la porta del frigo si chiuse sbattendo. Grazie al cielo, l’urto portò via anche la puzza e le sue mani tornarono a rinfrescarmi la fronte umida. Il supplizio finì alla svelta.

Mi sciacquai la bocca al rubinetto, mentre lui mi accarezzava una guancia.

Avvertii l’accenno di un brontolio nella pancia.

Tutto bene. Stiamo bene, risposi.

Edward mi voltò e mi strinse fra le braccia. Posai la testa sulla sua spalla. Le mani, istintivamente, coprirono il ventre.

Udii un piccolo singulto e alzai gli occhi.

La donna era ancora là, indecisa sulla soglia, con le mani davanti a sé, quasi volesse correrci in aiuto. I suoi occhi erano fissi sulle mie mani, sbarrati e sorpresi. La bocca aperta.

Poi anche Edward fremette e all’istante si girò verso la donna, allontanandomi appena. Mi cinse i fianchi come per trattenermi.

All’improvviso Kaure iniziò a urlare contro di lui a voce alta, rabbiosa, e le sue parole incomprensibili volavano per la stanza come coltelli. Alzò i piccoli pugni al cielo e fece due passi avanti mostrandoglieli. Malgrado fosse inferocita, le si leggeva facilmente il terrore negli occhi.