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Anche Edward le si fece incontro, mentre io, spaventata, lo trattenevo per un braccio. Interruppe la tirata della donna, ma il suo tono mi colse di sorpresa, soprattutto dopo che l’aveva trattata con tanta freddezza prima che lei esplodesse. Era basso, implorante. E inoltre parlava con suoni diversi, più gutturali, in una cadenza strascicata. Probabilmente non usava più il portoghese.

Per un istante la donna lo guardò meravigliata e i suoi occhi divennero due fessure prima che abbaiasse una lunga domanda nella stessa lingua sconosciuta.

Vidi l’espressione di Edward farsi triste e seria e la sua testa annuire. Lei arretrò svelta e si fece il segno della croce.

Allungò una mano verso di lei, poi indicò me e la avvicinò alla mia guancia. Lei rispose rabbiosa, gesticolando impaziente, quasi mi stesse avvertendo di qualcosa. Poi Edward rispose con la stessa voce bassa e irrequieta di poco prima.

L’espressione di lei cambiò: ora palesemente dubbiosa, lanciava occhiate continue al mio volto perplesso. Edward tacque e la donna parve rimuginare qualcosa. Il suo sguardo vagò fra noi due, mentre lei, quasi spontaneamente, arretrava.

Con le mani disegnò una specie di cerchio che le spuntava dalla pancia. Trasalii: le sue leggende sui predatori che bevevano sangue includevano anche questo? Possibile che sapesse qualcosa di ciò che mi cresceva dentro?

Avanzò di qualche passo, stavolta senza timore, e pose alcune brevi domande, alle quali Edward rispose nervoso. Fu poi il suo turno di presentare una veloce richiesta. Lei, indecisa, scosse la testa lentamente. Quando Edward riprese la parola, lo fece in tono talmente tormentato che rimasi incredula a guardarlo: nella sua espressione c’era soltanto dolore.

Per tutta risposta Kaure si avvicinò cauta, finché non le fu possibile posare la manina sopra quella con cui proteggevo il ventre. Pronunciò una sola parola.

«Morte», sibilò piano.

Poi si girò, a spalle curve come se la conversazione l’avesse invecchiata, e uscì dalla stanza.

Non serviva conoscere il portoghese per capire.

Di nuovo Edward s’impietrì, lo sguardo fisso verso la donna, un’espressione afflitta sul volto. Pochi istanti dopo sentii il motore di una barca che prendeva vita scoppiettando per svanire in lontananza.

Edward non si mosse finché non vide che mi dirigevo verso il bagno. Mi afferrò per una spalla.

«Dove vai?». La sua voce era un sussurro doloroso.

«A lavarmi i denti un’altra volta».

«Non badare a ciò che ha detto. Sono soltanto leggende, vecchie bugie inventate per passare il tempo».

«Non ho capito niente», risposi, sebbene non fossi del tutto sincera. Come se sottovalutassi qualcosa soltanto perché si trattava di una leggenda. La mia vita si era riempita di leggende. Tutte vere.

«Ti ho messo lo spazzolino in valigia. Vado a prenderlo».

Mi precedette in camera da letto.

«Ce ne andiamo presto?».

«Appena sei pronta».

Aspettò che gli restituissi lo spazzolino muovendosi teso e silenzioso nella stanza. Lo riprese e lo infilò di nuovo in valigia.

«Porto i bagagli sulla barca».

«Edward...».

Si voltò. «Sì?».

Indecisa, cercai il modo di guadagnare qualche secondo di solitudine. «Ti va di... portare via anche qualcosa da mangiare? Sai com’è, potrebbe tornarmi la fame».

«Certo», disse, lo sguardo d’un tratto tenero. «Non preoccuparti di nulla. Fra qualche ora saremo da Carlisle. Presto sarà tutto finito».

Annuii, non mi fidavo della mia voce.

Si voltò e uscì dalla camera trasportando le due grosse valigie.

Corsi a recuperare il telefonino rimasto sul bancone della cucina. Non era da Edward dimenticare qualcosa: scordarsi di Gustavo, non prendere il telefono. Era troppo stressato, irriconoscibile.

Aprii il cellulare e scorsi l’agenda. Per fortuna i suoni erano spenti, perché temevo che mi udisse. Era sulla barca? O di ritorno? Poteva sentirmi bisbigliare dalla cucina?

Trovai il numero che cercavo, un numero che mai avevo chiamato in vita mia. Premetti il tasto e incrociai le dita.

«Pronto?», rispose una voce simile al suono di campane dorate.

«Rosalie?», sussurrai. «Sono Bella. Ti prego. Devi aiutarmi».

LIBRO SECONDO

Jacob

A ogni modo, per dire il vero, la ragione e l’amore oggigiorno vanno di rado assieme.
William Shakespeare,
Sogno di una notte di mezza estate, atto III, scena i

Prefazione

Vivere è una fregatura, poi muori.

Avercela, questa fortuna!

8

In attesa che iniziasse una volta per tutte la maledetta battaglia

«Cavolo, Paul, ma non ce l’hai una casa, tu?».

Paul, spaparanzato sul mio divano, guardava una stupida partita di baseball alla mia schifosa TV. Si limitò a sfoderare un ghigno dei suoi e poi, con lentezza snervante, tirò fuori una patatina dal pacchetto che aveva in grembo per infilarsela in bocca tutta intera.

«Te le saresti dovute portare».

Crock crock. «Nah», rispose, senza smettere di sgranocchiare. «Tua sorella mi ha detto di fare come se fossi a casa mia e di servirmi pure».

Cercai di modulare la voce in maniera tale che non fosse chiaro come il sole che stavo per prenderlo a cazzotti. «Ora Rachel è qui?».

Niente di fatto. Capì dove volevo andare a parare e nascose il pacchetto dietro la schiena. Ma, quando lo schiacciò contro il cuscino, si sentì lo scoppio e il contenuto si sminuzzò in mille pezzi.

Paul si portò i pugni vicino al volto, in guardia come un pugile. «Fatti sotto, ragazzino. Non ho bisogno dell’aiuto di Rachel».

Sbuffai. «E come no... Tanto poi vai sempre a piagnucolare da lei».

Rise e si riaccomodò sul divano, abbassando le mani. «Non sono il tipo che va a spifferare tutto a una ragazza. Se pure tu avessi una botta di fortuna, resterebbe fra noi. E viceversa. Giusto?».

Davvero gentile da parte sua pungolarmi. Mi accasciai come se mi fossi arreso. «Giusto».

Tornò a guardare la TV.

Affondai un colpo.

Lo scricchiolio del suo naso al contatto con il pugno fu musica per le mie orecchie. Cercò di agguantarmi, ma prima che potesse trovare un appiglio riuscii a sgusciargli via con il pacchetto di patatine frantumate nella mano sinistra.

«Mi hai rotto il naso, idiota».

«Rimane fra noi. Giusto, Paul?».

Gli portai via la merenda e quando mi voltai vidi che si stava rimettendo a posto il naso per evitare che si deformasse. Il flusso del sangue si era già fermato, ma delle gocce continuavano a scendere dalle labbra fino al mento, come se provenissero da una fonte fantasma. Imprecò e fece una smorfia di dolore mentre si distendeva la cartilagine.

«Sei proprio un rompipalle, Jacob. Ti giuro che certe volte preferirei passare il tempo con Leah».

«Wow, scommetto che Leah sprizzerebbe gioia da tutti i pori se sapesse che non vedi l’ora di stare un po’ con lei. Anzi, mi sa che la notizia le scalderebbe il cuore».

«Dimentica quello che ho detto».

«Contaci. Non me lo lascerò scappare».

«Bleah», grugnì e si rimise comodo sul divano, strofinandosi il collo della maglietta per rimuovere i residui di sangue. «Sei veloce, moccioso, devo ammetterlo». Tornò a concentrarsi sulle immagini sfocate della partita.

Rimasi lì un momento, poi me ne andai a grandi passi in camera mia, a rimuginare sui rapimenti alieni.

Un tempo, alla prospettiva di una bella rissa, Paul non si tirava mai indietro. Non c’era neanche bisogno di colpirlo, bastava il minimo insulto. Andava fuori di testa per un niente. Ma ovviamente ora che volevo una bella zuffa rabbiosa, epica, di quelle che ti sfondano, era diventato una pappamolla.

Non era uno smacco sufficiente che un altro dei nostri avesse subito l’imprinting? Insomma, ormai erano già quattro su dieci! Quando sarebbe finita? Quella stupida leggenda doveva essere un’eccezione, una cosa rara, accidenti! E com’erano stucchevoli, poi, tutti quei colpi di fulmine!