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Perché era toccato a mia sorella? Perché era toccato a Paul?

Quando Rachel era tornata dallo Stato di Washington alla fine del secondo semestre, visto che la secchiona si era diplomata prima del tempo, la mia più grande preoccupazione era stata di tenerla all’oscuro del segreto. Difficile, perché non ero abituato a fare tanti misteri in casa mia. Ero solidale con Embry e Collin, dato che i loro genitori non sapevano che fossero licantropi. La madre di Embry pensava che il figlio stesse attraversando una qualche fase di ribellione. Lo tenevano sempre in punizione perché se la svignava di continuo, ma chiaramente il poveraccio non poteva farci niente. Ogni notte sua madre andava in camera a controllare che ci fosse e ogni notte trovava la camera vuota. Lei strillava, lui incassava in silenzio, e il giorno dopo era di nuovo tutto punto e a capo. Avevamo anche cercato di parlare con Sam chiedendogli di mettere la madre di Embry al corrente della faccenda, per dargli un po’ di tregua. Ma Embry ci disse che non gli importava: il segreto era troppo importante.

Così avevo fatto tutti i preparativi del caso per mantenere il segreto. Poi, due giorni dopo il ritorno di Rachel, Paul l’aveva incontrata casualmente in spiaggia. Così, ridendo e scherzando... amore a prima vista! E quando ci si imbatte nell’anima gemella e arriva l’imprinting, quella robaccia da licantropi con annessi e connessi, i segreti non servono più.

Così Rachel venne a sapere tutto quanto. E io mi trovai ad avere Paul per futuro cognato. Nemmeno Billy ne era particolarmente entusiasta, ma gestiva la cosa molto meglio di me. Certo, in quel periodo si rifugiava dai Clearwater più spesso del solito e io non capivo cosa ci guadagnasse. Infatti, si liberava di Paul, ma doveva sorbirsi Leah.

Chissà se un proiettile sparato dritto nella tempia mi avrebbe ucciso, o se invece avrebbe solo combinato un gran casino che poi, per giunta, mi sarebbe toccato pulire?

Mi buttai sul letto. Ero stanco, d’altronde non dormivo dall’ultima volta che ero stato di ronda, ma sapevo che non avrei preso sonno. In testa avevo l’inferno. I pensieri mi ronzavano nel cranio come uno sciame di api disorientate e chiassose. Di tanto in tanto pungevano pure. Dovevano essere calabroni, altro che api. Le api pungono e poi muoiono. Invece, a pungermi ripetutamente erano sempre gli stessi pensieri.

L’attesa mi stava facendo impazzire. Ormai erano passate quasi quattro settimane. A quel punto, in un modo o nell’altro, mi aspettavo di ricevere notizie. Ero rimasto sveglio notti su notti cercando di immaginare sotto quale forma sarebbero arrivate.

Charlie che telefonava singhiozzando per dire che Bella e suo marito erano scomparsi in un incidente. Un disastro aereo? Non sarebbe stato semplice simularlo, a meno che le sanguisughe non si fossero fatte scrupolo di sacrificare un gruppo di passeggeri innocenti per renderlo verosimile. E perché poi? Bastava un piccolo velivolo. Forse ne avevano uno da immolare alla causa.

E se l’assassino fosse tornato a casa da solo, dopo che il tentativo di trasformarla in una di loro era fallito? Forse non ci aveva nemmeno provato. Magari l’aveva maciullata come un pacchetto di patatine, in preda all’impulso di assaporarla? Tutto sommato, la vita di lei era meno importante del piacere di lui...

Oppure immaginavo una versione drammatica: Bella scomparsa in un incidente tremendo, vittima di un’aggressione finita in tragedia. Strozzata con il cibo, a cena. Un incidente d’auto, come mia madre. Era talmente frequente da essere persino banale.

L’avrebbe riportata a casa? L’avrebbe seppellita qui per Charlie? Cerimonia con la bara chiusa, ovviamente. Quella di mia madre l’avevano sigillata con i chiodi...

Speravo almeno che lui tornasse, in modo da averlo a tiro.

O magari non ci sarebbe stata nessuna versione particolare. Charlie avrebbe chiamato mio padre per sapere se aveva notizie del dottor Cullen, visto che un bel giorno non si era fatto vedere al lavoro. L’abitazione era abbandonata e al telefono non rispondeva nessuno. Poi un telegiornale di seconda categoria avrebbe ripreso la notizia, sospettando un crimine...

Forse l’enorme casa bianca sarebbe andata distrutta in un incendio, con tutti quanti intrappolati dentro. Certo, per quello avrebbero avuto bisogno di cadaveri. Otto esseri umani delle dimensioni adatte. Arsi al punto da non essere identificabili nemmeno dalle impronte dentali.

In ogni caso sarebbe stata una bella gatta da pelare, almeno per me. Se non volevano farsi trovare, rintracciarli non sarebbe stata un’impresa facile. Certo, avevo a mia disposizione l’eternità. E quando hai l’eternità puoi setacciare il fienile pagliuzza per pagliuzza finché non sbuca l’ago.

Ora come ora, smantellare un fienile non sarebbe stato un problema. Perlomeno avrei avuto qualcosa da fare. All’idea che potessi lasciarmi sfuggire l’occasione, che le sanguisughe avessero tutto il tempo di scappare — se era quello il loro piano — mi saliva il sangue al cervello.

Potevamo agire già quella notte. Uccidere tutti quelli che trovavamo.

La prospettiva mi andava a genio perché, conoscendo Edward, sapevo che, se avessi ucciso uno della sua congrega, avrei avuto la possibilità di arrivare a lui. Sarebbe venuto a reclamare vendetta e non mi sarei di certo tirato indietro: non avrei lasciato al branco il privilegio di abbatterlo. Solo lui e io e che vinca il migliore.

Ma Sam non avrebbe voluto saperne. Non infrangeremo il patto. Saranno loro a violarlo. Solo perché non avevamo le prove che i Cullen avessero fatto qualcosa di male. Non ancora. Un’aggiunta necessaria, quel "non ancora", perché sapevamo tutti che era inevitabile, che era solo questione di tempo. Bella sarebbe tornata, ma trasformata in una di loro, oppure non sarebbe tornata affatto. In un caso o nell’altro si trattava di una vita umana andata perduta e allora la partita sarebbe iniziata.

Nell’altra stanza Paul ragliava come un asino. Forse aveva cambiato canale e stava guardando una sit-com, oppure una pubblicità esilarante. Qualunque cosa fosse, mi urtava i nervi.

Considerai l’ipotesi di spaccargli il naso un’altra volta. Ma non era con Paul che volevo scontrarmi.

Tentai di concentrarmi su altri suoni, sul vento che soffiava fra gli alberi. Non c’era gusto ad ascoltarlo con orecchie umane, era una cosa completamente diversa. Nel vento c’erano milioni di voci che, ingabbiato in quel corpo, non potevo sentire.

Eppure avevo orecchie abbastanza sensibili. Riuscivo a udire i rumori fin dalla strada, al di là degli alberi, i rumori delle auto che svoltavano all’ultima curva e finalmente arrivavano in prossimità del mare... con le isole, le rocce e l’immenso oceano azzurro che si estendeva fino all’orizzonte. Ai poliziotti di La Push piaceva stare di servizio nei paraggi: i turisti non facevano mai caso al cartello del limite di velocità piazzato dall’altro lato della strada.

Sentivo le voci della gente assembrata fuori dal negozietto di souvenir sulla spiaggia. Sentivo sbatacchiare il campanello tutte le volte che la porta si apriva e si chiudeva. Sentivo la mamma di Embry stampare scontrini alla cassa.

Sentivo le onde infrangersi contro gli scogli. Sentivo le urla dei bambini quando l’acqua gelida li investiva rapida e violenta senza che avessero il tempo di scansarla. Sentivo le mamme lamentarsi per i vestiti inzuppati. E poi sentii una voce familiare...

Ero così preso che l’ennesimo, improvviso raglio di Paul mi fece cascare dal letto.

«Fuori da casa mia», brontolai. Sapendo che non mi avrebbe dato retta, fui io a seguire il mio consiglio. Aprii la finestra con uno strattone e mi calai giù dal retro per non correre il rischio di imbattermi di nuovo in Paul. Sarebbe stata una tentazione troppo forte. Sapevo che l’avrei colpito ancora e, a quel punto, Rachel si sarebbe incazzata sul serio. Vedendo il sangue sulla maglietta avrebbe automaticamente dato la colpa a me. Non a torto, ma insomma...