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Mi avviai verso la spiaggia con i pugni in tasca. Mentre attraversavo il parcheggio sterrato attiguo a First Beach nessuno si soffermò a guardarmi. Era uno degli aspetti positivi dell’estate: potevi andartene tranquillamente in giro in pantaloncini senza attirare l’attenzione.

Seguii la voce familiare e trovai Quil senza troppe difficoltà. Stava in una zona appartata della mezzaluna, lontano dalla massa dei turisti. Non smetteva un attimo di blaterare raccomandazioni.

«Allontanati dall’acqua, Claire. Dai. No, no. Oh! Ma brava. E dai, vuoi che Emily mi sgridi? Guarda che non ti porto più in spiaggia se non... Ah sì? Non... bleah! Ti stai divertendo, eh? Ah ah! Chi è che ride ora, eh?».

Quil aveva preso in spalla la piccola, che rideva con il secchiello in mano e i jeans fradici. Lui aveva un’enorme chiazza umida sulla maglietta.

«Io punto sulla ragazzina», dissi.

«Ciao, Jake».

Con uno strillo, Claire scaraventò il secchiello sulle ginocchia di Quil. «Giù, giù!».

Quil l’aiutò a scendere e la bambina mi corse incontro e mi si aggrappò alla gamba.

«Tio Jay!».

«Come va, Claire?».

Rise di gusto. «Quil tuuuuto bagnato».

«L’ho visto. Dov’è la mamma?».

«Non c’è, non c’è, non c’è», gongolò Claire. «Claire gioca con Quil tuuuuto il gionno. Claire non tonna più». Si staccò da me e corse verso Quil che la sollevò e se la rimise in spalla.

«Abbiamo raggiunto i fatidici due anni, eh?».

«A dire il vero, sono tre», mi corresse Quil. «Ti sei perso la festa a tema sulle principesse. Mi ha costretto a indossare una coroncina e poi Emily ha insistito perché facessi da cavia per testare i nuovi trucchi giocattolo».

«Cavolo! Mi dispiace un sacco essermela persa».

«Tranquillo, Emily ha scattato un mucchio di foto. Sono venuto bene, molto sexy».

«Sei un buffone».

Quil fece spallucce. «Claire si è divertita un mondo. Era questo l’importante».

Alzai gli occhi al cielo. Stare in mezzo a quelli che avevano avuto l’imprinting era tutt’altro che facile. Sia che fossero a un passo dal matrimonio come Sam, sia che stessero ancora nella fase "tata super-sfruttata" come Quil, la pace e la sicurezza che emanavano mi davano il voltastomaco.

Claire, sempre sulle spalle di Quil, squittì e indicò per terra. «La pieta, Quil. A me, a me!».

«Quale, ragazzina? Quella rossa?».

«No lossa!».

Quil si mise carponi, mentre Claire strillava e gli tirava i capelli come fossero redini.

«Quella blu?».

«No, no, no...», gongolava la bambina, elettrizzata per quel nuovo gioco.

La cosa assurda era che Quil si divertiva quanto lei. Non aveva dipinta in faccia l’espressione del "quando-arriva-l’ora-della-nanna?", diversamente da molti dei papà e delle mamme in vacanza.

I veri genitori non erano mai così entusiasti di sperimentare tutti gli stupidi passatempi che s’inventavano i loro marmocchi. Invece, avevo visto Quil giocare a nascondino per un’ora intera senza annoiarsi.

E non riuscivo nemmeno a prenderlo in giro: lo invidiavo troppo.

Ovvio, era una fregatura che dovesse fare lo scemo ancora per una quindicina d’anni prima che Claire arrivasse alla sua stessa età. Nel caso di Quil, il fatto che i licantropi non invecchiassero era una manna dal cielo. Ma neanche la prospettiva di aspettare tutto quel tempo sembrava scalfirlo.

«Quil, hai mai pensato di uscire con qualcuna?», domandai.

«Eh?».

«No, no gialla!», s’intromise Claire.

«Cioè, un appuntamento con una vera ragazza. Insomma, solo per un po’, dico. Le sere in cui non sei di turno come babysitter».

Quil mi fissava a bocca aperta.

«Bea pieta! Bea pieta!», strillò Claire quando si accorse che non le proponeva una nuova alternativa. Gli diede un pugnetto in testa.

«Scusa, Clairuccia. Che ne dici di quella viola?».

«No», rise. «Vioa no».

«Bimba, ti supplico, dammi un indizio».

Claire ci pensò su. «Vedde», disse infine.

Quil scrutò le pietre, le esaminò attentamente. Ne raccolse quattro, ognuna di una diversa tonalità di verde, e gliele offrì.

«Ce l’ho fatta?».

«Ti!».

«Quale?».

«Tuuuute!».

Le fece scivolare le pietruzze nelle mani che aveva unito appositamente a formare una coppa. Lei rise e cominciò subito a scaraventargliele in testa. Quil reagì con una serie di smorfie di dolore esageratamente teatrali, poi si rialzò in piedi e si diresse verso il parcheggio.

Probabilmente temeva che con i vestiti bagnati lei prendesse troppo freddo. Era peggio di una madre paranoica e iperprotettiva.

«Scusa se sono stato indelicato prima, con la storia delle ragazze», dissi.

«Nah, è tutto a posto», rispose Quil. «Mi hai solo colto di sorpresa, tutto qui. Non ci avevo mai pensato».

«Immagino che capirebbe. Cioè... quando sarà grande. Insomma, non darà in escandescenze solo perché hai avuto una vita quando lei portava ancora il pannolino».

«No, lo so. Sono sicuro che capirebbe».

Non aggiunse altro.

«Ma non lo farai, vero?», tirai a indovinare.

«Non mi ci vedo», disse sottovoce. «Non mi ci immagino. È che... non le considero neanche sotto quell’aspetto. Non noto più le ragazze. Non le guardo proprio».

«Aggiungiamo pure questo alla corona e al trucco e mi sa tanto che Claire dovrà preoccuparsi di un altro genere di concorrenza».

Quil rise e cominciò a lanciarmi dei baci. «Sei libero venerdì, Jacob?».

«Ti piacerebbe», risposi e poi gli feci una smorfia. «Comunque sì, credo di sì».

Esitò un attimo, poi disse: «E tu? Ci pensi mai a uscire con qualcuna?».

Sospirai. Forse mi ero aperto troppo.

«Sai, Jake, forse dovresti prendere in considerazione l’idea di farti una vita».

Non stava scherzando. Il tono della sua voce era affettuoso. Il che era ancora peggio.

«Non le noto neppure io, Quil. Non le guardo nemmeno».

Sospirò anche lui.

Lontano, così debole che nessuno oltre noi due poteva sentirlo al di sopra dello sciabordio delle onde, dalla foresta si levò un ululato.

«Cavolo, è Sam», disse Quil. Sollevò le mani per toccare Claire, come per accertarsi che fosse ancora lì. «Non so dov’è sua madre!».

«Vedo io di cosa si tratta. Se c’è bisogno di te ti faccio un fischio». Parlai con troppa foga e biascicai tutte le parole assieme. «Ehi, perché non la porti dai Clearwater? Se occorre, la terranno d’occhio Sue e Billy. Magari sanno pure cos’è successo».

«Okay... Diamoci una mossa, Jake!».

Partii a tutta birra. Non presi il sentiero sterrato fra le erbacce, ma quello più breve che conduceva alla foresta. Superai i cumuli di legname e poi mi feci largo fra i rovi senza interrompere la corsa. Ogni volta che le spine mi si conficcavano nella pelle sentivo delle piccole lacerazioni, ma le ignoravo. Si sarebbero cicatrizzate prima che fossi arrivato agli alberi.

Tagliai dietro il negozio e sfrecciai attraverso l’autostrada. Qualcuno suonò il clacson. Quando fui al sicuro, protetto dagli alberi, accelerai il ritmo, procedendo a falcate più lunghe. Se lo avessi fatto alla luce del sole avrei attirato l’attenzione. Le persone normali non correvano così. A volte pensavo che sarebbe stato divertente imbucarsi a una gara, ai trial olimpici o a una cosa del genere. Sarebbe stato fico osservare le espressioni sui volti degli atleti famosi mentre gli saettavo accanto. Solo che ero praticamente certo che i test per verificare che non prendevo steroidi avrebbero rivelato la presenza di chissà quale porcheria nel mio sangue.

Non appena mi ritrovai nella foresta, a distanza di sicurezza da strade o case, mi fermai di botto e mi tolsi i pantaloncini. Con movimenti rapidi ed esperti li arrotolai e li legai alla cordicella di pelle che avevo alla caviglia. Mentre ancora li stavo stringendo bene iniziai a trasformarmi. Una scarica di fuoco mi fece vibrare la spina dorsale e diffuse spasmi acuti fino alle braccia e alle gambe. Durò un attimo. Il calore m’invase e sentii il fremito silenzioso che mi mutava in qualcos’altro. Affondai le zampe per terra e distesi la schiena con un movimento ampio e dondolante.