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«Jake...».

«Non ne voglio parlare».

«Vai via, figliolo?».

La stanza sprofondò nel silenzio mentre studiavo il modo migliore per dirglielo.

«Rachel può riprendersi la sua stanza. So che odia quel materasso gonfiabile».

«Piuttosto che perderti preferirebbe dormire sul pavimento. E pure io».

Sbuffai.

«Jacob, per favore. Se hai bisogno di... staccare. Sì, insomma, prenditi una pausa. Ma stavolta torna prima».

«Vediamo. Magari mi specializzo in matrimoni. Farò una comparsata a quello di Sam e poi a quello di Rachel. Anche se Jared e Kim potrebbero anticipare tutti quanti. Forse dovrei procurarmi un completo o qualcosa del genere».

«Jake, guardami».

Mi voltai lentamente. «Che c’è?».

Mi fissò dritto negli occhi, a lungo. «Dove vai?».

«A dire il vero non ci ho ancora pensato nel dettaglio».

Chinò la testa, socchiudendo gli occhi. «No?».

Ci scambiammo un intenso sguardo di sfida. Il tempo passava.

«Jacob», disse, con voce grave. «Jacob, non farlo. Non ne vale la pena».

«Non so di cosa parli».

«Lascia in pace Bella e i Cullen. Ha ragione Sam».

Lo osservai per un istante, poi attraversai la stanza con due lunghe falcate. Afferrai il telefono e scollegai il cavo dall’apparecchio e dallo spinotto. Appallottolai il filo grigio nel palmo della mano. «Ciao, papà».

«Jake, aspetta...», mi gridò. Ma io ero già fuori dalla porta e correvo.

Di corsa avrei fatto più in fretta, ma la moto era più discreta. Chissà quanto avrebbe impiegato Billy a raggiungere il negozio e a chiamare qualcuno che recapitasse il messaggio a Sam. Ero sicuro che Sam non aveva ancora ripreso l’aspetto umano. Il problema era l’eventuale rientro di Paul a casa nostra. Si sarebbe trasformato in un secondo e avrebbe messo Sam al corrente di quello che stavo per fare...

Non m’importava. Sarei andato a tutta birra e, se mi avessero preso, me ne sarei preoccupato al momento debito.

Misi in moto e partii sul viottolo fangoso. Non mi guardai alle spalle quando passai davanti a casa.

In autostrada c’era il traffico dei turisti: zigzagai fra le macchine beccandomi un mucchio di colpi di clacson e qualche gestaccio. Imboccai la curva che sbucava sulla 101 a centodieci, senza guardare. Dovetti restare in coda per un minuto buono per evitare di farmi spappolare da un furgoncino. Non mi avrebbe ucciso, ma mi avrebbe rallentato. Le ossa rotte ci mettevano giorni a guarire completamente, io lo sapevo bene.

Il traffico si diradò leggermente e arrivai a toccare i centotrenta. Non sfiorai nemmeno il freno finché non fui in prossimità del vialetto; pensavo di essere fuori pericolo ormai. Sam non sarebbe arrivato fin lì per fermarmi. Era troppo tardi.

Fu solo allora, quando ebbi la certezza di avercela fatta, che iniziai a riflettere seriamente sulla mia decisione. Rallentai fino ai trenta, prendendo le curve fra gli alberi più piano del necessario.

Sapevo che, moto o non moto, mi avrebbero sentito arrivare, perciò niente effetto sorpresa. Impossibile camuffare le mie intenzioni. Non appena fossi stato abbastanza vicino, Edward avrebbe sentito il mio piano. Forse lo aveva già percepito. Ma pensavo che avrebbe funzionato comunque, perché in qualche modo lo avevo dalla mia parte. Anche lui voleva affrontarmi da solo.

Allora sarei entrato in casa, avrei visto con i miei occhi la prova a cui Sam teneva tanto e avrei sfidato Edward a duello.

Sbuffai. Magari, vista la teatralità della situazione, il parassita ci avrebbe preso ancora più gusto.

Finito con lui mi sarei occupato degli altri, ne avrei fatti fuori il più possibile prima che fossero loro a distruggere me. Chissà se Sam avrebbe considerato la mia morte una provocazione. Forse avrebbe detto che me l’ero meritata. Di certo non avrebbe fatto un torto ai succhiasangue, i suoi nuovi amichetti del cuore.

La stradina terminava sul prato. Appena fui lì, il tanfo mi colpì in piena faccia come un pomodoro marcio. Puah. Vampiri puzzolenti. Mi si rivoltò lo stomaco. Difficile tollerare quel fetore, specie adesso che non era più stemperato dall’odore umano, come l’ultima volta che ero stato lì. Ma sarebbe stato anche peggio se l’avessi dovuto annusare con l’olfatto da lupo.

Non sapevo cosa aspettarmi esattamente, ma non c’erano segni di vita intorno alla grande cripta bianca. Di sicuro sapevano che ero lì.

Spensi il motore e ascoltai il silenzio. Spiccava soltanto un brusio teso e nervoso che proveniva dall’altro lato delle porte a due battenti. In casa c’era qualcuno. Udii il mio nome e sorrisi: faceva piacere sapere che davo qualche grattacapo.

Presi una grossa boccata d’aria, visto che dentro sarebbe stato anche peggio, e con un balzo fui in cima alle scale della veranda.

La porta si aprì prima ancora che bussassi. Sulla soglia c’era il dottore. Aveva un’espressione grave.

«Ciao, Jacob», disse, molto più tranquillo di quanto mi sarei aspettato. «Come va?».

Spalancai la bocca e inspirai a fondo. Il puzzo che fuoriusciva dalla porta era opprimente.

Ero deluso di trovarmi di fronte Carlisle. Avrei preferito che ad accogliermi ci fosse Edward, con le zanne in bella mostra. Carlisle era così... umano, o qualcosa del genere. Forse era perché la primavera precedente, quando ero ridotto male, mi aveva curato a casa mia, ma mi sentivo a disagio mentre lo guardavo in faccia e allo stesso tempo progettavo di ucciderlo alla prima occasione.

«Ho sentito che Bella è sana e salva», dissi.

«Ehm, Jacob, non è il momento». Il dottore sembrava a disagio, ma non nel modo che mi aspettavo. «Possiamo occuparcene dopo?».

Lo fissai. Ero stupefatto. Mi stava chiedendo di posticipare il duello mortale a un momento più consono?

Fu allora che sentii la voce di Bella, rotta e rauca, e non riuscii a pensare ad altro.

«Perché no?», chiese. «Abbiamo dei segreti anche per Jacob? Che motivo c’è?».

La sua voce era diversa da come me l’aspettavo. Tentai di ricordare le voci dei vampiri contro cui avevamo combattuto in primavera, ma non avevo registrato altro che ringhi. Forse i neonati non avevano sviluppato le voci acute e squillanti degli anziani. Forse i vampiri giovani erano tutti rauchi.

«Jacob, entra pure», gracchiò Bella, un po’ più forte.

Gli occhi di Carlisle diventarono una fessura.

Chissà se Bella aveva sete. Anche i miei occhi s’affilarono.

«Mi scusi», dissi al dottore aggirandolo. Era dura: dare le spalle a uno di loro andava contro il mio istinto. Ma non era impossibile. Se esisteva un vampiro innocuo, era proprio lui: quel loro capo così stranamente gentile.

Mi sarei tenuto alla larga da Carlisle durante lo scontro. Anche lasciando fuori lui, ne avrei avuti in abbondanza da uccidere.

Entrai in casa strisciando lungo le pareti. Scrutai la stanza: era strana. L’ultima volta l’avevo vista addobbata a festa. Ora tutto era svuotato e sbiadito, compresi i sei vampiri che facevano capannello vicino al divano bianco.

Erano tutti li, insieme, ma non fu quello che mi paralizzò e mi lasciò a bocca aperta.

Fu Edward, l’espressione del suo volto.

L’avevo visto infuriato, l’avevo visto arrogante, una volta l’avevo anche visto soffrire. Ma quello... quello superava di gran lunga anche i più atroci tormenti. Sembrava spiritato. Non mi guardò nemmeno. Teneva gli occhi bassi, fissi sul divano, con l’espressione di un uomo divorato dalle fiamme. Le mani gli pendevano lungo i fianchi come artigli rigidi.

Non riuscii neppure a rallegrarmi per la sua profonda angoscia. Pensai all’unica cosa che poteva averlo ridotto così e il mio sguardo seguì il suo.

La vidi nell’attimo esatto in cui percepii il suo odore.

Il suo odore caldo, pulito, umano.

Bella era quasi del tutto nascosta dal bracciolo del divano. Rannicchiata in posizione fetale, si stringeva le ginocchia fra le braccia. Per un istante interminabile non vidi niente, se non che era rimasta la Bella che amavo: la sua pelle era ancora morbida, vellutata come una pesca, e i suoi occhi color cioccolato. Il cuore mi prese a battere a un ritmo strano, come se fosse andato in tilt. Magari era solo un sogno ingannatore dal quale mi sarei risvegliato presto.