Poi la realtà si aprì ai miei occhi.
Aveva occhiaie profonde, cerchi scuri che risaltavano sul volto scheletrico. Era dimagrita? La pelle era tiratissima, sembrava che da un momento all’altro gli zigomi potessero squarciarla e le ossa sbucare fuori. I capelli scuri erano tirati indietro, acconciati in una crocchia arruffata, ma alcune ciocche le ricadevano inerti sulla fronte e sul collo, appiccicate al velo di sudore sulla pelle. Le dita e i polsi sembravano fragilissimi. Era uno spettacolo inquietante.
Era malata. Molto malata.
Non era una bugia. La storia che Charlie aveva raccontato a Billy non era una fandonia qualsiasi. Mentre la fissavo, con gli occhi fuori dalle orbite, vidi la sua pelle diventare verdastra.
Rosalie, la vampira bionda e appariscente, m’ostacolava la visuale: era china su di lei e le ronzava intorno in modo strano e protettivo.
C’era qualcosa che non andava. Conoscevo Bella troppo bene, sapevo cosa provava, i suoi pensieri erano fin troppo ovvi per me; a volte sembrava che li avesse stampati in fronte. Perciò poteva anche risparmiarmi i dettagli senza che ciò mi impedisse di capire la situazione. Mi ricordavo che Rosalie non piaceva a Bella. L’avevo intuito dalla maniera in cui contraeva le labbra quando ne parlava. Anzi, non è che non le piacesse e basta. Bella aveva, o perlomeno aveva avuto, paura di Rosalie.
Ma nel modo in cui la guardava adesso non c’era ombra di timore. Aveva un’espressione quasi contrita. Rosalie prese una bacinella da terra e la mise sotto il mento di Bella appena in tempo perché potesse vomitarci dentro.
Edward s’inginocchiò di fianco a Bella, con quel suo sguardo tormentato, e Rosalie sollevò la mano come ad ammonirlo, quasi intimandogli di tenersi a distanza.
Non aveva senso.
Quando riuscì a sollevare la testa, Bella mi sorrise debolmente, come imbarazzata. «Scusami tanto», mi sussurrò.
Edward gemeva piano, la testa affondata nelle ginocchia di Bella. Lei gli mise una mano sulla guancia, come se lui avesse bisogno di conforto.
Mi resi conto che le gambe mi avevano spinto tanto in là solo quando Rosalie mi rivolse un sibilo, materializzandosi all’improvviso fra me e il divano. La sua presenza mi lasciava del tutto indifferente. Sembrava un’immagine trasmessa da uno schermo televisivo. Irreale.
«Rose, no», bisbigliò Bella. «Va tutto bene».
La bionda si fece da parte, ma la sua irritazione era più che evidente. Mi fulminò con uno sguardo e si rannicchiò vicino alla testa di Bella, pronta a scattare se fosse stato necessario. Ignorarla mi riusciva più semplice di quanto avrei mai sognato.
«Bella, cosa ti è successo?», bisbigliai. Senza nemmeno rendermene conto, mi ritrovai anch’io in ginocchio, chino sulla spalliera del divano di fronte a suo... marito. Sembrava non badasse a me e io lo guardai appena. Presi la mano di Bella fra le mie. Era gelida. «Stai bene?».
Domanda stupida. Non rispose.
«Sono felice che tu sia venuto a trovarmi, Jacob», disse.
Sebbene sapessi che lui non era in grado di ascoltare i suoi pensieri, Edward sembrò carpire nelle sue parole dei significati che a me sfuggivano. Riprese a gemere sulla coperta che l’avvolgeva e lei lo accarezzò di nuovo.
«Cosa c’è, Bella?», insistetti, stringendo le sue dita fredde fra le mani.
Anziché rispondere, lasciò vagare uno sguardo per la stanza, come se cercasse qualcosa, con un’espressione insieme implorante e minacciosa. Sei paia di occhi gialli, frementi d’ansia, la osservavano perplessi. Poi si rivolse a Rosalie.
«Mi aiuti, Rose?», le chiese.
Rosalie tese le labbra scoprendo i denti e mi guardò come volesse sgozzarmi. Ero certo che l’avrebbe fatto.
«Ti prego, Rose».
La bionda storse il muso e si chinò di nuovo su di lei, accanto a Edward che non si mosse di un millimetro. Le cinse subito le spalle.
«No», sussurrai. «Non alzarti». Sembrava così debole.
«Sto rispondendo alla tua domanda», disse seccata, con un tono che finalmente mi ricordava quello che usava di solito con me.
Rosalie aiutò Bella a sollevarsi dal divano. Edward restò dov’era, si lasciò cadere in avanti fino ad affondare il volto fra i cuscini. La coperta cascò per terra, ai piedi di Bella.
Il suo corpo era gonfio, il busto era ingrossato in modo strano, malsano. Riempiva una scolorita felpa grigia, troppo grande per le sue spalle e le sue braccia. Per il resto sembrava dimagrita, come se quella escrescenza si fosse alimentata di ciò che aveva succhiato a lei. Ci misi un po’ ad accorgermi qual era la parte deforme: lo compresi solo quando si portò le mani sulla pancia dilatata, una sopra e una sotto, con tenerezza, come a cullarla.
Lo capii ma non potevo crederci. L’avevo vista appena un mese prima. Era impossibile che fosse incinta. Così incinta.
Eppure lo era.
Non volevo accettarlo, non volevo pensarci. Non volevo immaginare lui dentro di lei. Non volevo sapere che qualcosa che odiavo tanto avesse messo radici nel corpo che amavo. Ebbi un conato di vomito e mi sforzai di ricacciarlo indietro.
Ma la situazione era peggiore, molto peggiore. Il suo corpo era sformato, le ossa parevano voler bucare la pelle del viso. Intuii che se sembrava così incinta, così malata, era perché ciò che portava in grembo, che le cresceva dentro, si nutriva della vita che rubava a lei...
Perché era un mostro. Proprio come il padre.
Sapevo da sempre che lui l’avrebbe uccisa.
Sollevò la testa di scatto non appena ascoltò i miei pensieri. Un attimo prima eravamo entrambi in ginocchio, ma all’istante mi vidi sovrastato da lui, in piedi. Aveva gli occhi scuri, opachi, cerchiati di viola.
«Usciamo, Jacob», ringhiò.
Mi rialzai anch’io. Adesso lo guardavo con sfida. Ero lì apposta.
«D’accordo», acconsentii.
Quello più grosso, Emmett, si fece avanti e affiancò Edward, mentre l’altro, Jasper, quello che sembrava sempre affamato, gli coprì le spalle. Me ne fregavo. Forse i miei sarebbero venuti a riprendersi i resti, forse no. Non importava.
Per un’infinitesima frazione di secondo, i miei occhi incrociarono quelli delle due che stavano in fondo alla stanza. Esme e Alice. Minute e troppo femminili per non notarle. Ero certo che gli altri mi avrebbero ucciso ancora prima che me le ritrovassi di fronte. Non volevo fare del male a delle ragazze, nemmeno se erano vampire.
Però avrei fatto volentieri un’eccezione con la bionda.
«No», rantolò Bella, poi perse l’equilibro e barcollò nel tentativo di afferrare il braccio di Edward. Rosalie si muoveva con lei, come fossero incatenate l’una all’altra.
«Devo solo parlargli, Bella», disse Edward sottovoce, rivolgendosi soltanto a lei. Fece per sfiorarle il viso, per accarezzarla. Allora la stanza diventò rossa, l’ira m’accecava: dopo tutto quello che le aveva fatto, non tolleravo che si permettesse di toccarla ancora a quel modo. «Non stancarti», proseguì con tono implorante. «Riposati, per favore. Fra qualche minuto saremo di ritorno».
Lo fissò in volto, leggendo con attenzione la sua espressione. Poi annuì e si accasciò sul divano. Rosalie l’aiutò ad adagiare la schiena sui cuscini. Bella mi fissava, cercando di intercettare il mio sguardo.
«Fate i bravi», ordinò. «E poi tornate qui».
Non risposi. Non era il giorno giusto per fare promesse. Distolsi lo sguardo e seguii Edward fuori dalla porta principale.
Una voce isolata, dissociata dal resto dei miei pensieri, rilevò che non era stato poi tanto difficile separarlo dalla congrega.
Camminava senza neanche voltarsi per verificare che non stessi per prenderlo di sorpresa alle spalle. Immagino non ne avesse bisogno. Se avessi deciso di attaccarlo lo avrebbe saputo, il che significava prendere la decisione e contemporaneamente agire.