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La mia gola emise un rumore strano, come se mi stessi strozzando.

Cosa stava dicendo? Che Bella doveva... avere un figlio? Con me? Cosa? Come? Gettava la spugna? O pensava che a lei sarebbe andato bene che ce la spartissimo?

«Qualsiasi cosa, purché viva».

«È la cosa più assurda che tu abbia mai detto», bofonchiai.

«Ti vuole bene».

«Non abbastanza».

«È pronta a morire pur di avere un figlio. Potrebbe accettare un compromesso meno estremo».

«Allora non la conosci proprio!».

«Lo so, lo so. Bisognerà fare opera di convincimento. Per questo ho bisogno di te. Tu sai come pensa. Puoi farla ragionare».

Non riuscivo a crederci. Era troppo. Impossibile. Sbagliato. Malsano. Cosa voleva? Noleggiare Bella per il fine settimana e restituirla il lunedì mattina, come un film? Che casino.

E che tentazione.

Non volevo prendere in considerazione l’idea, non volevo immaginarla, invece lo feci. Avevo fantasticato parecchio su Bella, al tempo in cui c’era ancora una possibilità per noi, e anche dopo, quando era ormai chiaro che certe fantasie avrebbero lasciato solo piaghe incancrenite perché non c’era nessuna, nessunissima possibilità. All’epoca non ero riuscito a trattenermi. E neanche in quel momento. Bella fra le mie braccia, Bella che sussurrava il mio nome...

E ancora peggio, un’immagine nuova, che non avevo mai visto prima e che mai avevo avuto il diritto di considerare, non fino a quel momento. Un’immagine di cui avrei pagato lo scotto per anni e che non avrei mai evocato se non me l’avesse messa in testa lui. Ma ormai c’era e mi turbinava nella mente, attecchiva come un’erbaccia velenosa e inestirpabile. Bella, in salute e radiosa, diversa da come era adesso, ma in un certo senso identica: il suo corpo, non più deforme, ma modificato in maniera del tutto naturale. Arrotondato da mio figlio.

Cercai di sfuggire all’erba venefica che avevo in testa. «Io devo far ragionare Bella? In che universo vivi?».

«Almeno provaci».

Scossi la testa. Aspettava, ignorando la risposta negativa perché aveva sentito i miei pensieri in conflitto fra loro.

«Come ti è venuta in mente questa idea da psicopatico? Ci pensi su o le inventi al momento?».

«Da quando ho capito cosa stava architettando, che sarebbe stata disposta a morire, non penso ad altro se non al modo di salvarla. Ma non sapevo come contattarti. Ero certo che se ti avessi chiamato non mi avresti risposto. Sarei venuto presto a cercarti, se oggi tu non fossi arrivato. Non è facile lasciarla, anche solo per qualche minuto. Le sue condizioni... cambiano velocemente. La cosa cresce... in fretta. Non posso stare lontano da lei».

«Che cosa è?».

«Non ne abbiamo la più pallida idea. Qualunque cosa sia, è già più forte di lei».

Di colpo me lo figurai, vidi il mostro che s’ingrossava, che la distruggeva.

«Aiutami a fermarla», mormorò. «Aiutami a impedire che succeda».

«Come? Offrendomi in qualità di stallone?». Non fu lui a fremere a quelle parole, ma io. «Tu non stai bene. Non accetterà mai».

«Provaci. Non abbiamo niente da perdere. Che male può fare?».

Avrebbe fatto male a me. Non avevo subito già abbastanza rifiuti da Bella?

«Un po’ di dolore per salvarla è un prezzo tanto alto?».

«Ma non funzionerà».

«Forse no. Ma magari la confonderà, la farà vacillare. Non ho bisogno di altro, mi basta un attimo di dubbio».

«E poi? Le toglierai la terra da sotto i piedi? Le dirai: "Scherzavo, Bella"?».

«Se vuole un bambino, lo avrà. Non mi tirerò indietro».

Ci stavo pensando e non potevo crederci. Bella mi avrebbe dato un pugno. Non che la temessi, ma rischiava di rompersi la mano un’altra volta. Non avrei dovuto permettere a Edward di parlarmi, di incasinarmi. Avrei dovuto ucciderlo subito.

«No», bisbigliò. «Non ancora. La distruggerebbe, lo sai. Non avere fretta. Se non ti darà ascolto ne avrai l’occasione. Nel momento esatto in cui il cuore di Bella cesserà di battere, sarò io a implorarti di uccidermi».

«Non dovrai implorare a lungo».

All’angolo della sua bocca spuntò l’ombra di un sorriso logoro. «Non sai quanto ci conto».

«Allora affare fatto».

Annuì e mi offrì la mano fredda come pietra.

Ingoiando il disgusto, chiusi le dita intorno alla roccia e la strinsi.

«Affare fatto», ribadì.

10

Perché non me ne sono andato subito? Ah sì, certo, perché sono un idiota

Mi sentivo come... non lo so come mi sentivo. Forse soltanto come se non fosse vero, come se mi trovassi nella versione dark di una pessima sit-com. Solo che, anziché impersonare lo sfigato di turno che invita la cheerleader al ballo, ero il licantropo che si era piazzato secondo e stava per proporre alla moglie del vampiro di passare una notte assieme tanto per procreare. Niente male.

No, non ci stavo. Era sbagliato e perverso. Meglio dimenticare le parole di Edward, dalla prima all’ultima.

Ma con lei dovevo parlare. Dovevo fare in modo che mi desse ascolto.

E non ci sarei riuscito, come al solito.

Edward non rispose ai miei pensieri né li commentò. Mi precedeva, diretto verso casa. Chissà se aveva scelto di fermarsi laggiù per evitare che gli altri sentissero le macchinazioni che ordiva e di cui voleva rendermi complice. Che ci fossimo appartati per quella ragione?

Forse. Quando varcammo la soglia, gli altri Cullen ci guardarono con sospetto, perplessi. Nessun moto di ripugnanza o indignazione. Il che significava che non avevano sentito una parola, che ignoravano quale favore Edward mi avesse chiesto.

Sulla soglia esitai, incerto. Si stava decisamente meglio lì, visto che dall’esterno soffiava un filo d’aria respirabile.

Edward raggiunse il resto della cricca, al centro della stanza. Era rigido, teso. Bella lo guardava ansiosa. Per un attimo i suoi occhi guizzarono su di me, poi tornò a guardare lui.

Il suo volto aveva assunto tonalità grigiastre. Fu solo allora che capii cosa intendeva Edward quando mi aveva detto che lo stress la faceva peggiorare.

«Lasciamo Jacob e Bella da soli, devono parlare in privato», disse Edward con voce da automa, priva di intonazioni.

«Prima dovete passare sulle mie ceneri», sibilò Rosalie. Ronzava sempre intorno a Bella e le aveva posato una mano fredda sulla guancia terrea come a marcarne il possesso.

Edward la ignorò. «Bella», disse con lo stesso tono vacuo, «Jacob vuole parlarti. Hai paura di restare da sola con lui?».

Bella era confusa. Guardò prima me, poi Rosalie.

«Rose, è tutto a posto. Jake non ci farà del male. Vai con Edward».

«Potrebbe essere un trabocchetto», la mise in guardia la bionda.

«Mi pare improbabile», rispose Bella.

«Potrai tenere me e Carlisle sott’occhio, Rosalie», disse Edward. La sua voce, che fino a quel momento non aveva tradito alcuna emozione, d’improvviso era rotta. Dalle crepe che si erano formate fluiva la rabbia. «Siamo noi che le facciamo paura».

«No», si oppose debolmente Bella. Aveva gli occhi lucidi, le ciglia umide. «No, Edward. Io non...».

Edward scosse la testa, accennò un sorriso. Vedendolo, sentii una fitta di dolore. «Mi sono espresso male, Bella. Tranquilla, io sto bene. Non preoccuparti per me».

Che nausea. Edward aveva ragione: pur di non urtare i suoi sentimenti, Bella avrebbe sopportato qualsiasi cosa. Quella ragazza era una vera e propria martire. Nata nel secolo sbagliato, altroché. Se fosse vissuta in un’altra epoca si sarebbe data in pasto ai leoni in nome di una buona causa.

«Tutti», disse Edward, indicando con un gesto secco la porta. «Per favore».

Per quanto si sforzasse di mantenere un certo contegno di fronte a Bella, ormai vacillava. Somigliava in maniera impressionante all’uomo divorato dalle fiamme che avevo intravisto fuori. Non fui l’unico a notarlo. In silenzio, gli altri si diressero alla porta. Mi scostai per lasciare libero il passaggio. Non persero tempo.