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Il cuore mi batteva all’impazzata. Nella stanza erano rimasti soltanto Rosalie, che esitava, ed Edward, che l’aspettava sulla soglia.

«Rose», disse piano Bella. «Voglio che tu vada».

La bionda lanciò un’occhiataccia a Edward e gli fece cenno di precederla. Lui sparì oltre la porta. Lei mi guardò torvo, come a intimarmi di stare in campana, e poi scomparve.

Quando fummo finalmente da soli, attraversai la stanza e andai a sedermi sul pavimento accanto a Bella. Le presi le mani fra le mie e gliele accarezzai.

«Grazie, Jake. Così va meglio».

«Non ti mentirò, Bells. Sei orrenda».

«Lo so», sospirò. «Faccio paura».

«Già, sembri il mostro della palude».

Riuscì a ridere. «Che bello che sei qui. Questa risata mi fa quasi sentire bene. Non so per quanto tempo ancora riuscirò a sopportare la tensione».

Alzai gli occhi al cielo.

«Okay, okay», si affrettò. «Sono io la causa del mio male».

«Sì, è così. Cosa ti passa per la testa, Bells? Seriamente!».

«Ti ha chiesto lui di sgridarmi?».

«In un certo senso. Anche se non capisco perché crede che mi darai ascolto, visto che non l’hai mai fatto».

Sospirò.

«Te l’avevo detto...», cominciai.

«Lo sai che Te l’avevo detto ha un fratello, Jacob?», m’interruppe. «Si chiama Chiudi il becco».

«Buona questa».

Mi sorrise. Attraverso la pelle tesissima si vedeva nitido il profilo delle ossa. «Non è farina del mio sacco... L’ho sentita in una vecchia puntata dei Simpson».

«Me la sono persa».

«Peccato, era molto divertente».

Restammo in silenzio per un momento. Le sue mani cominciavano a riscaldarsi.

«Davvero ti ha chiesto di parlarmi?».

Annuii. «Mi ha chiesto di farti ragionare. Una battaglia persa in partenza».

«Allora perché hai acconsentito?».

Non risposi. Non lo sapevo con esattezza.

Sapevo solo una cosa, ossia che ogni secondo trascorso con lei non faceva altro che accrescere il dolore che avrei provato dopo. Come un tossico che dispone di una scorta limitata, vedevo approssimarsi il momento della resa dei conti, quello dell’astinenza. Più mi facevo, più sarebbe stata dura quando la roba avesse cominciato a scarseggiare.

«Andrà tutto bene», disse dopo un istante di silenzio. «Ne sono sicura».

Mi fece vedere di nuovo rosso. «La demenza è uno dei sintomi?», la provocai.

Rise ancora, ma ero così arrabbiato che mi tremavano le mani.

«Forse», rispose. «Non dico che sarà facile, Jake. Ma dopo tutto quello che ho passato, è naturale che io creda alla magia, no?».

«Magia?».

«Specialmente riguardo a te», aggiunse. Sorrise. Sfilò una mano dalla mia presa e me la mise sulla guancia. Era più calda, ma al contatto con la mia pelle sembrava ancora fredda, come tutto, del resto. «Tu hai qualcosa di magico e vedrai che tutto andrà come deve anche per te».

«Ma di che parli?».

Continuava a sorridere. «Una volta Edward mi ha spiegato come funziona l’imprinting. Mi ha detto che somiglia al Sogno di una notte di mezza estate, a una magia. Troverai anche tu la persona giusta, Jacob, la persona che stai aspettando, e allora, forse, tutto quanto avrà un senso».

Se non fosse stata tanto fragile, mi sarei messo a sbraitare.

Ma, visto che lo era, mi limitai a brontolare rabbioso.

«Se pensi che l’imprinting possa dare un senso a questa pazzia...». Mi sforzai di trovare le parole. «Credi davvero che se incontrassi una sconosciuta e avessi l’imprinting, questo aggiusterebbe tutto?». Puntai un dito verso il suo corpo gonfio. «Allora dimmi a cosa è servito, Bella! Che senso ha avuto amarti? Che senso ha avuto il tuo amore per lui?». Avevo perso il controllo, ormai ringhiavo. «Pensi che quando morirai tutto tornerà a posto? Che senso avrà avuto tanto dolore, mio, tuo, suo!? Non che me ne importi, ma finirai per uccidere anche lui». Ebbe un fremito, ma proseguii spedito. «E a quel punto, la tua perversa storia d’amore a cosa sarà servita? Bella, se tu ci vedi un senso, per favore, mostralo anche a me, perché da solo non ci arrivo proprio».

Sospirò. «Non lo so, Jake. Ma sento... che tutto questo porterà a qualcosa di buono, anche se ora non riusciamo a vedere cosa. Penso che sia quella che chiamano fede».

«Stai morendo per niente, Bella! Per niente!».

Lasciò scivolare la mano dal mio viso verso il suo ventre rigonfio e se lo accarezzò. Stava morendo per quello.

«Non morirò», sibilò fra i denti e mi resi conto che stava ripetendo ciò che aveva già detto tante volte. «Il mio cuore continuerà a battere. Sono forte abbastanza».

«Stronzate, Bella. È troppo tempo che cerchi di tenere il passo del soprannaturale. Nessun umano può farcela. E tu non sei abbastanza forte». Le presi il viso fra le mani. Non dovetti fare alcuno sforzo per essere delicato. Tutto, in lei, pareva urlare: fragile.

«Posso farcela. Posso farcela», farfugliò, e per un attimo mi sembrò di avere di fronte la locomotiva di quel libro per l’infanzia, quella che ce la poteva fare.

«A me non pare proprio. Allora dimmi, qual è il tuo piano? Spero che tu ne abbia uno».

Annuì, evitando accuratamente di incrociare il mio sguardo. «Lo sapevi che Esme si è buttata da una scogliera quando era ancora umana?».

«Quindi?».

«Era più morta che viva, tanto che non si sono nemmeno presi la briga di portarla al pronto soccorso: è finita dritta all’obitorio. Però il cuore le pulsava ancora quando Carlisle l’ha trovata...».

Ecco cosa intendeva quando diceva che il suo cuore avrebbe continuato a battere.

«Quindi non è in forma umana che pensi di sopravvivere», sentenziai senza convinzione.

«No, non sono stupida fino a quel punto». Incrociò il mio sguardo. «Ma presumo che tu la veda in maniera diversa».

«Pronta vampirizzazione», brontolai.

«Con Esme ha funzionato. E anche con Emmett, con Rosalie, e pure con Edward. Nessuno di loro era in forma smagliante, sai? Carlisle li ha trasformati perché se non lo avesse fatto sarebbero morti. Lui non mette fine alle vite, le salva».

Come poco prima, sentii un improvviso senso di colpa nei confronti del dottore, il vampiro buono. Scacciai quel pensiero e ripresi a supplicarla.

«Dammi retta, Bells. Non farlo». Di nuovo, afferrai la differenza, proprio come quando era arrivata la telefonata di Charlie. Mi resi conto che per me contava solo una cosa: che sopravvivesse. Non aveva importanza in quale forma. Respirai a fondo. «Non aspettare che sia troppo tardi, Bella. Non così. Vivi, okay? Vivi e basta. Non farmi questo. E non farlo a lui». Alzai la voce, che si fece più aspra. «Sai cosa farà quando morirai. Lo hai già visto. Vuoi che torni da quegli assassini italiani?». Si rannicchiò nel divano e io sorvolai sul fatto che stavolta non sarebbe stato necessario.

Sforzandomi di addolcire la voce, le chiesi: «Ricordi quando mi sono fatto massacrare da quei neonati? Ricordi cosa mi hai detto?».

Aspettavo una risposta che non arrivò. Serrò le labbra.

«Mi hai detto di fare il bravo e dare ascolto a Carlisle», le ricordai. «E io cos’ho fatto? Ho dato ascolto al vampiro. Per te».

«Gli hai dato ascolto perché era la cosa giusta».

«Okay, una ragione vale l’altra, scegli quella che preferisci».

Fece un respiro profondo. «Ma ora non è la cosa giusta». Il suo sguardo si posò sul ventre tumido e bisbigliò a mezza voce: «Non lo ucciderò».