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«Okay, perfetto», tossì Charlie. «Sposatevi». E un’altra scossa d’ilarità lo travolse. «Però...».

«Però cosa?», domandai.

«Però devi dirlo tu a tua madre! Io non ne farò parola con Renée: è tutta tua!». E si lasciò andare ad altre risate fragorose.

Mi fermai sorridente con la mano sulla maniglia. Certo, all’epoca la richiesta di Charlie mi aveva terrorizzata. Il destino più crudele: dirlo a Renée. Sulla sua lista nera, sposarsi da giovani veniva prima di "bollire cuccioli vivi".

Chi avrebbe mai potuto prevedere la sua reazione? Non io. E di sicuro nemmeno Charlie. Forse Alice, ma non avevo pensato a chiederglielo.

«Ecco, Bella», aveva detto Renée dopo avermi sentita balbettare in un rantolo le parole impossibili: Mamma, mi sposo con Edward. «Mi scoccia un po’ che tu abbia aspettato così tanto prima di dirmelo. Il biglietto aereo mi costerà più del previsto. Oh», aggiunse afflitta, «pensi che Phil farà in tempo a togliersi il gesso? Rovinerà le foto se non riesce a indossare lo smo...».

«Fermati un secondo, mamma», avevo sbottato. «Cosa vuol dire, "aspettato così tanto"? Mi sono f-fi...», sul serio non riuscivo a pronunciare la parola fidanzata. «Ho sistemato le cose soltanto oggi».

«Oggi? Davvero? Questa sì che è una sorpresa. Davo per scontato...».

«Cosa davi per scontato? Quando l’hai dato per scontato?».

«Be’, quando siete venuti a trovarmi in aprile sembrava che fosse tutto sistemato, se capisci cosa intendo. Non è difficile leggerti dentro, tesoro. Ma non ho detto niente perché sapevo che non sarebbe servito. Sei tale e quale a Charlie», aveva detto con tono rassegnato. «Una volta che decidi, con te è impossibile ragionare. E ovviamente, proprio come Charlie, non torni mai sulle tue decisioni».

E a quel punto Renée aveva pronunciato le ultime parole che mi sarei mai aspettata di sentire da mia madre.

«Non stai ripetendo i miei errori, Bella. Mi sembri spaventata a morte e credo che sia perché hai paura di me». E aveva aggiunto con una risatina nervosa: «Della mia opinione. So di aver straparlato di matrimonio e stupidità e non intendo rimangiarmi una parola, ma spero che tu capisca che mi riferivo esclusivamente a me. Come persona, tu sei diversissima. Anche tu fai i tuoi errori, e sono sicura che nella vita ti ritroverai con la tua parte di rimorsi. Ma la fedeltà agli impegni non è mai stata un problema per te, piccola. Hai molte più probabilità di farcela tu che la maggior parte dei quarantenni che conosco». Un’altra risata. «La mia bambina di mezz’età. Per fortuna, sembra che tu abbia trovato un’altra anima antica».

«Non sei furiosa? Non pensi che stia facendo un errore colossale?».

«Be’, certo, mi piacerebbe che aspettassi ancora qualche anno. Voglio dire, ti sembro così vecchia da essere una suocera? Non rispondere. Non è di me che stiamo parlando. È di te. Sei felice?».

«Non lo so. In questo momento sto avendo un’esperienza extracorporea».

Renée ridacchiò ancora. «Ne sei felice, Bella?».

«Sì, ma...».

«Pensi che desidererai mai qualcun altro?».

«No, ma...».

«Ma cosa?».

«Ma non dirai che somiglio esattamente a una qualsiasi adolescente innamorata da che mondo è mondo?».

«Tu non sei mai stata adolescente, tesoro. Sai bene cos’è meglio per te».

E, nelle ultime settimane, Renée si era sorprendentemente immersa nei preparativi per il matrimonio. Ogni giorno passava ore al telefono con Esme, la madre di Edward: nessun problema di compatibilità fra consuocere. Renée adorava Esme ma, tutto sommato, dubitavo che chiunque altro avrebbe reagito diversamente alla mia adorabile quasi-suocera.

Così ero fuori dai guai. La famiglia di Edward e la mia si adoperavano insieme per le nozze senza che io dovessi fare o sapere nulla, neppure sforzarmi di pensarci troppo.

Charlie, naturalmente, era furioso, ma la cosa divertente era che non ce l’aveva con me. Si sentiva tradito da Renée. Era sicuro che ci sarebbe andata pesante. Cosa poteva fare ora che la sua minaccia definitiva — dirlo a mamma — si era dimostrata un fallimento totale? Non aveva niente in mano e lo sapeva. Perciò si aggirava per casa brontolando e lamentandosi di quanto non ci si dovesse fidare del prossimo.

«Papà?», dissi mentre aprivo la porta d’ingresso. «Sono a casa».

«Aspetta, Bells, resta lì».

«Cosa?», domandai, fermandomi all’istante.

«Dammi un secondo. Ahi, mi hai preso, Alice».

Alice?

«Scusa, Charlie», rispose la sua voce squillante. «Fatto male?».

«Sanguina».

«Tutto bene. Non ti ho bucato la pelle, fidati».

«Che succede?», domandai ancora sulla soglia di casa.

«Trenta secondi, per favore, Bella», disse Alice. «La tua pazienza verrà ricompensata».

Charlie confermò con un grugnito.

Tamburellai con il piede, contando i colpi. Prima del trentesimo, udii Alice: «Okay, Bella, entra pure!».

Muovendomi con cautela, girai l’angolo che mi separava dal salotto.

«Oh», sospirai. «Oh, papà. Sai che sembri proprio...».

«Un cretino?», m’interruppe Charlie.

«Stavo per dire a tuo agio».

Charlie arrossì. Alice lo prese per il braccio e lo aiutò a girarsi lentamente, per mostrare il suo smoking grigio pallido.

«Diamoci un taglio, Alice, sembro un idiota».

«Nessuno sembra un idiota se indossa un mio abito».

«Ha ragione, papà, stai benissimo! Cosa si festeggia?».

Alice alzò gli occhi al cielo. «È l’ultima prova del vestito. Per tutti e due».

Per la prima volta distolsi lo sguardo da un Charlie singolarmente elegante e vidi la bianca sacca per abiti che tanto temevo, stesa con cura sul divano.

«Aaah».

«Torna nel tuo rifugio felice, Bella. Non ci vorrà molto».

Facendo un bel respiro chiusi gli occhi e arrancai sulle scale fino alla mia stanza. Mi spogliai e, con la sola biancheria addosso, allungai le braccia davanti a me.

«Non sto per infilarti schegge di bambù sotto le unghie», mormorò Alice, che mi aveva seguita.

Non le prestai attenzione. Ero nel mio rifugio felice.

Nel mio rifugio felice tutto il casino del matrimonio era finito, concluso. Già alle mie spalle. Rimosso e dimenticato.

Eravamo soli, soltanto io ed Edward. Lo sfondo era confuso e in perenne cambiamento — dalle nebbie della foresta si trasformava in una città coperta di nubi e poi nella notte artica — perché Edward voleva tenermi nascosta la meta della nostra luna di miele, che doveva essere una sorpresa. Ma non era il dove a riempire i miei pensieri.

Stavo con Edward, dopo aver rispettato dalla prima all’ultima le clausole del nostro compromesso. Lo avevo sposato. Era la parte più importante. Inoltre avevo accettato i suoi regali esorbitanti e mi ero iscritta, per futile che fosse, ai corsi di Dartmouth. Ora toccava a lui.

Prima di trasformarmi in una vampira, il più importante dei suoi obblighi, doveva attenersi a un’altra clausola.

Edward si preoccupava fino all’ossessione delle gioie umane alle quali stavo per rinunciare, le esperienze di cui non voleva privarmi. Ma la maggior parte, per esempio il ballo di fine anno, mi apparivano sciocche. Ce n’era soltanto una che non volevo perdermi. Ovviamente era l’unica di cui, nei suoi desideri, avrei dovuto dimenticarmi del tutto.

Invece era proprio questo il punto. Sapevo poco di ciò che sarei diventata dopo la trasformazione. Avevo visto con i miei occhi i vampiri neonati e ascoltato i racconti dei miei futuri parenti riguardo ai primi giorni fuori da ogni controllo. Per molti anni il tratto principale della mia personalità sarebbe stata la sete. Ci avrei messo tanto tempo prima di tornare me stessa. E anche una volta riacquistato il controllo, non mi sarei mai più sentita come in questo istante.