Sta’ zitto, sta zitto, idiota! O penseranno che stia arrivando il branco!
Ops! Interruppe l’ululato a metà.
Mi avviai a grandi passi verso la casa. Stanne fuori, Seth. E tieni d’occhio tutto il perimetro.
Seth ribolliva di rabbia. Lo ignorai.
Falso allarme, falso allarme, gridavo avvicinandomi. Scusate. Seth è giovane. Non riflette. Non arriva nessuno. Falso allarme.
Quando giunsi sul prato, vidi Edward che sbirciava da una finestra. Mi precipitai, per accertarmi che avesse ricevuto il messaggio.
Non c’è nessuno là fuori... capito?
Annuì.
Se la comunicazione non fosse stata a senso unico, sarebbe stato tutto molto più agevole. Ancora una volta, ero felice di non essere nella sua testa.
Si voltò verso l’interno e vidi che un brivido lo percorreva. Mi fece un cenno, come a scacciarmi, e senza nemmeno guardare nella mia direzione, sparì dalla visuale.
Che succede?
Come se mi aspettassi di ricevere una risposta.
Mi sedetti sull’erba e restai in ascolto. Con quelle orecchie riuscivo quasi a udire il rumore tenue dei passi di Seth, dentro la foresta.
Era facile sentire i suoni che provenivano dall’interno della casa buia.
«Era un falso allarme», spiegava Edward con voce di tomba, limitandosi a riportare quello che gli avevo detto. «Seth pensava ad altro e si è dimenticato che aspettavamo un segnale. È molto giovane».
«Che fortuna avere dei cucciolotti a presidiare la fortezza», brontolò una voce più profonda, forse quella di Emmett.
«Ci hanno fatto un grosso favore stanotte, Emmett», disse Carlisle. «E a costo di un sacrificio personale».
«Sì, lo so. Sono solo invidioso. Vorrei essere là fuori anch’io».
«Seth non pensa che Sam ci attaccherà», disse meccanicamente Edward. «Non ora che siamo stati avvertiti e che ha dovuto rinunciare a due membri del branco».
«Jacob che ne pensa?», chiese Carlisle.
«Non è altrettanto ottimista».
Tacquero tutti. Seguì un rumore leggero che non riuscii a collocare. Sentivo il loro respiro lieve e riuscii a individuare quello di Bella. Era più forte, affaticato. Procedeva a balzi, a un ritmo strano. Percepii il battito del suo cuore. Mi sembrò troppo veloce. Cercai di confrontarlo con il mio, ma non ero certo che fosse un metro di misura valido. Neanch’io mi sentivo tanto normale.
«Non la toccare! La sveglierai», mormorò Rosalie.
Qualcuno sospirò.
«Rosalie», sussurrò Carlisle.
«Non cominciare, Carlisle. Finora ti abbiamo lasciato fare, ma adesso basta».
Rosalie e Bella ormai parlavano entrambe al plurale, come se formassero un branco a sé.
Andavo su e giù fuori dall’ingresso della casa. A ogni passaggio mi avvicinavo un po’. Le finestre buie sembravano una sfilza di monitor in una scialba sala d’attesa: impossibile distogliere a lungo lo sguardo.
Ancora qualche minuto, altri passaggi, e a forza di camminare sfiorai il confine del portico con il pelo.
Intravidi qualcosa dalle finestre: la parte superiore delle pareti, il soffitto, il candeliere spento. Considerata la mia altezza, mi bastava allungare un po’ il collo e magari poggiare una zampa sul muro.
Sbirciai all’interno, aspettandomi di vedere più o meno la scena del pomeriggio. Invece era cambiato tutto, tanto che di primo acchito mi sentii confuso. Per un attimo, pensai di aver sbagliato stanza.
La grande vetrata era scomparsa: sembrava rivestita di metallo. E avevano tolto di mezzo i mobili. Bella era rannicchiata su un lettino al centro della stanza. Non era un letto normale: aveva le sbarre, come in ospedale. Anche i monitor collegati al suo corpo e i tubi conficcati nella pelle mi ricordavano una corsia. Le luci sugli schermi lampeggiavano senza emettere alcun suono. L’unico rumore proveniva dalla flebo: stillava un liquido denso e bianco, tutt’altro che trasparente.
Di tanto in tanto, nel sonno agitato rantolava, mentre Edward e Rosalie le ronzavano intorno. Ebbe un sussulto e gemette. Rosalie le accarezzò la fronte. Edward era rigido: mi dava le spalle, ma doveva avere un’espressione molto eloquente visto che Emmett si frappose fra loro in un lampo. Sollevò le mani per fermarlo.
«Non stanotte, Edward. Abbiamo già preoccupazioni a sufficienza».
Edward si allontanò, era di nuovo l’uomo divorato dalle fiamme. Per un attimo i suoi occhi incrociarono i miei, poi mi allontanai a quattro zampe.
Mi avviai di corsa nel folto della foresta, per raggiungere Seth, per scappare da ciò che mi lasciavo alle spalle.
Peggio. Sì, stava peggio.
12
Certa gente proprio non afferra il concetto di "sgradito"
Stavo finalmente per appisolarmi.
Il sole aveva fatto capolino fra le nuvole un’ora prima: la foresta era grigia anziché nera. Verso l’una Seth era sprofondato nel sonno, rannicchiato in un angolo, e all’alba lo avevo svegliato per darmi il cambio. Nonostante avessi corso tutta la notte, era stata un’impresa far tacere il mio cervello: non sarei mai riuscito ad addormentarmi se non mi avesse concesso un po’ di tregua. Per fortuna la corsa cadenzata di Seth mi aveva dato una mano. Uno, due-tre, quattro, uno, due-tre, quattro, ta, ta-ta, ta: lo scalpiccio sordo e ininterrotto delle sue zampe sulla terra umida mentre percorreva il circuito che delimitava la proprietà dei Cullen. A forza di andare su e giù, avevamo già tracciato un nuovo sentiero. Seth aveva la testa sgombra: i suoi pensieri non erano altro che macchie indistinte di verde e grigio, le immagini della boscaglia che gli sfilava accanto. Infarcirmi la testa di ciò che vedeva lui mi aiutò e impedì alle mie visioni di guadagnare il centro della scena.
E a un tratto, l’ululato lancinante di Seth squarciò la quiete del mattino.
Mi alzai di scatto. Le mie zampe anteriori si lanciarono nella corsa ancora prima che quelle posteriori si fossero sollevate da terra. Mi affrettai a raggiungere il punto in cui Seth era rimasto pietrificato e restai ad ascoltare assieme a lui il rumore delle zampe che avanzavano, di corsa, verso di noi.
Buongiorno, ragazzi.
Seth si lasciò sfuggire un guaito sbigottito. E non appena entrambi riuscimmo a decifrare con maggiore chiarezza quei nuovi pensieri, ringhiammo.
Oddio! Vattene, Leah!, ruggì Seth,
Mi fermai appena raggiunsi Seth che, il capo reclinato all’indietro, stava per lanciare un altro ululato, di fastidio anziché di paura.
Piantala di fare caciara, Seth.
Va bene. Uffa! Uffa! Uffa! Uggiolò e prese a dare zampate per terra, scavando solchi profondi.
Leah si avvicinava a passo sostenuto: nel sottobosco s’intravedeva già la sua sagoma.
Smettila di guaire, Seth. Sei proprio un bamboccio!
Emisi un grugnito, le orecchie appiattite sul cranio. Leah indietreggiò meccanicamente di un passo.
Cosa credi di fare, Leah?
Sbuffò. Mi pare abbastanza ovvio, no? Mi unisco al branco degli sporchi ribelli. Ai cani da guardia dei vampiri. Latrò piano, sarcastica.
Invece no. Ora tu torni indietro, prima che ti strappi i tendini a morsi.
Pensi di potermi acchiappare? Con un ghigno si mise in posizione. Ti va di fare una gara, impavido capo?
Feci un respiro profondo, riempiendomi i polmoni fino a che non mi si gonfiarono i fianchi. Poi, quando fui certo che non avrei urlato, sbuffai con foga.
Seth, va’ a dire ai Cullen che è solo quella stupida di tua sorella. Pensai questo nel tono più aspro che potevo. Me ne occupo io.
Subito! Seth fu felice di obbedire. Sparì in un lampo diretto verso la casa.