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Con l’angolo dell’occhio vidi che Edward annuiva, soprappensiero, senza guardarmi. Ma sapevo che stava rispondendo alle mie domande.

Non avrei mai pensato che la Barbie glaciale avesse un istinto materno. Altro che proteggere Bella. Rosalie sarebbe stata capace di cacciarle il tubo in gola con le sue stesse mani.

Edward increspò le labbra e capii di averci azzeccato ancora una volta.

«Be’, il tempo fugge. Non possiamo restarcene qui seduti a discutere», disse Rosalie impaziente. «Che ne pensi Carlisle? Possiamo provarci?».

Carlisle fece un respiro profondo e si alzò. «Chiederemo a Bella».

La bionda si lasciò sfuggire un sorriso compiaciuto, certa che, se fosse dipeso da Bella, avrebbe avuto via libera.

Mi trascinai su per le scale e li seguii in casa. Non sapevo bene nemmeno io perché. Forse era solo curiosità morbosa. Sembrava un film dell’orrore. C’erano mostri e sangue dappertutto.

Forse, semplicemente, non riuscivo a fare a meno di un’altra dose della mia droga, che ormai scarseggiava.

Bella era distesa sul letto d’ospedale, la pancia emergeva da sotto le lenzuola come una montagna. Sembrava una statua di cera: il colorito era cadaverico, lo sguardo del tutto assente. Non fosse stato per gli impercettibili movimenti del petto, per il respiro debole, avrei detto che era morta. Con occhi sospettosi ci guardò tutti e quattro.

Gli altri le erano già accanto, si posizionarono nella stanza con movimenti fulminei. Una scena raccapricciante. Mi avvicinai con passo tranquillo, come stessi passeggiando.

«Che succede?», chiese Bella con voce stridula. Contrasse la mano cerea, come a proteggere il ventre a forma di pallone.

«Jacob ha avuto un’idea che potrebbe aiutarti», disse Carlisle. Avrei preferito che non mi coinvolgesse. Non avevo suggerito niente, io. Che attribuisse i meriti al marito succhiasangue: l’idea era stata sua. «Non sarà piacevole, ma...».

«Ma aiuterà il bambino», s’intromise impaziente Rosalie. «Abbiamo scoperto una maniera migliore di nutrirlo. Forse».

Bella batté le palpebre. Poi tossì una risatina debole. «Non sarà piacevole?», ripeté sottovoce. «Grande novità!». Osservò il tubicino conficcato nel suo braccio e tossì di nuovo.

La bionda rise con lei.

Nonostante sembrasse una questione di ore, e chissà quanto soffrisse, lei riusciva ancora a scherzare. Tipico di Bella. Forse era un tentativo per allentare la tensione, per rendere le cose più semplici a tutti.

Edward passò accanto a Rosalie. La sua espressione era intensa, senza un’ombra di buonumore. Ne fui felice. Il fatto che soffrisse peggio di me un po’ mi aiutava. Le prese la mano, quella che non era impegnata a proteggere il pancione tumefatto.

«Bella, amore, stiamo per farti una richiesta mostruosa», disse ricorrendo agli stessi aggettivi che aveva usato con me. «Ributtante».

Be’, perlomeno parlava chiaro, senza giri di parole.

Lei fece un respiro breve, tremulo. «È tanto brutto?».

Rispose Carlisle. «Pensiamo che l’appetito del feto sia più simile al nostro che al tuo. Può darsi che abbia sete».

Batté le palpebre. «Oh. Oh».

«Le tue condizioni... le vostre condizioni, ecco, peggiorano rapidamente. Non c’è tempo da perdere, non possiamo permetterci il lusso di affannarci alla ricerca di un metodo più invitante. Il modo più veloce per verificare che la nostra teoria...».

«Devo berlo», mormorò Bella. Annuì appena, non aveva energie sufficienti per andare oltre quel leggerissimo movimento del capo. «Posso farcela. E nel frattempo mi alleno per il futuro, no?». Guardò Edward e le sue labbra esangui s’incresparono a formare un debole sorriso che lui non ricambiò.

Rosalie iniziò a battere il piede con impazienza. Quanto era irritante! Mi chiesi come avrebbe reagito se avessi ceduto all’impulso di scaraventarla contro il muro.

«Allora chi è che va a cacciarmi l’orso?», sussurrò Bella.

Carlisle ed Edward si scambiarono un’occhiata fugace. Rosalie rimase impalata.

«Che c’è?», incalzò Bella.

«Perché il test sia efficace, non dobbiamo prendere scorciatoie, Bella», disse Carlisle.

«Se il feto brama il sangue», le spiegò Edward, «non si accontenterà del sangue di un animale».

«Bella, non ti accorgerai nemmeno della differenza. Non pensarci», la incoraggiò Rosalie.

Bella spalancò gli occhi. «Chi?», ansimò e il suo sguardo si posò su di me.

«Non sono venuto qui per immolarmi come donatore, Bells», borbottai. «E poi quella cosa vuole sangue umano, perciò non credo proprio che il mio faccia al caso suo...».

«Abbiamo del sangue a portata di mano», s’intromise Rosalie senza aspettare che avessi finito, come se non esistessi nemmeno. «Per te. Non si può mai sapere. Non preoccuparti di niente. Andrà tutto bene. Me lo sento, Bella. Sono sicura che il bambino starà molto meglio».

Bella si portò la mano alla pancia.

«Bene», sussurrò con tono stridulo. «Io sto morendo di fame, per cui suppongo che anche lui non veda l’ora di mangiare». Cercò di fare un’altra battuta. «Forza. Sarà il mio primo gesto da vampira».

13

Per fortuna non sono debole di stomaco

Carlisle e Rosalie sparirono in un baleno. Erano volati al piano di sopra a discutere: era il caso di scaldarlo oppure no? Puah. Chissà che bel corredo da casa degli orrori possedevano! Un frigo stipato di sangue, d’accordo. E poi che altro? Una stanza per le torture? Una per le bare?

Edward restò accanto a Bella, mano nella mano. Il suo volto era di nuovo il ritratto della morte. Pareva aver smarrito ogni energia, era svanito persino il barlume di speranza che l’aveva rianimato poco prima. Si guardavano negli occhi, senza essere sdolcinati: come impegnati in una conversazione. Mi ricordarono Sam ed Emily.

No, non erano affatto sdolcinati. Il che rendeva la scena ancora più intollerabile.

Fu allora che intuii cosa doveva provare Leah, costretta a vedere di continuo una scena come quella, a sentirla nella testa di Sam.

Certo, ci dispiaceva per lei. Non eravamo mostri, non in quel senso, almeno. Ciò che biasimavamo era il suo modo di gestire la situazione. Se la prendeva con chiunque, come se volesse farci sentire infelici quanto lei.

Non l’avrei più criticata. Com’era possibile tenersi dentro un supplizio come quello? Com’era possibile non provare ad alleggerire quel fardello affibbiandone una parte a qualcun altro?

Come potevo avercela con lei per essersi unita al mio branco, anche se mi aveva tolto la libertà? Io avrei fatto lo stesso. Se ci fosse stata una strada per sfuggire a quel dolore, l’avrei imboccata senza indugi.

Rosalie schizzò di sotto dopo un secondo. Attraversò la stanza al volo come una brusca folata di vento, sollevando l’odore urticante. Quando fu in cucina sentii cigolare l’anta di una credenza.

«Non trasparente, Rosalie», mormorò Edward, alzando gli occhi al cielo.

Bella lo guardò curiosa, ma lui si limitò a scuotere la testa.

Rosalie si dileguò un’altra volta, dopo aver attraversato la stanza in un lampo.

«È stata una tua idea?», sussurrò Bella, con la voce ancora più arrochita per lo sforzo di farsi sentire da me. Dimenticava che il mio udito era più che perfetto. Per fortuna ogni tanto pareva scordarsi che non ero del tutto umano. Mi avvicinai in modo che non dovesse sforzarsi troppo.

«Non è con me che devi prendertela. È stato il tuo vampiro a rubarmi certi commenti maligni dalla testa».

Sorrise appena. «Non mi aspettavo di rivederti».

«Già, neanch’io», ammisi.

Mi sembrava strano starmene lì in piedi, ma i vampiri avevano messo via il mobilio per piazzare le attrezzature mediche. Immaginai che il dettaglio non li toccasse: quando si è fatti di roccia, che importanza ha sedersi o stare in piedi? Se non fossi stato tanto esausto la cosa non avrebbe toccato neppure me, del resto.