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Leah cominciò a scuotere la testa da una parte e dall’altra come se cercasse di scacciare la visione. È la cosa più vomitevole che abbia sentito in vita mia. Che schifo. Se avessi qualcosa nello stomaco sarebbe già tornato su.

Sono vampiri, affermò Seth dopo un minuto, come per bilanciare la reazione di Leah. Insomma, è logico. E se serve a Bella, è positivo, no?

Sia io che Leah lo fissammo.

Cosa?

Da piccolo, mamma lo ha fatto cadere tante volte, mi disse Leah.

Ha picchiato la testa, a quanto pare.

Rosicchiava anche le sbarre del lettino.

E succhiava la vernice?

Così sembra, pensò.

Seth sbuffò. Spiritosi. Perché voi due non chiudete il becco e non vi fate un bel sonno?

14

Capisci che gira male quando ti senti in colpa per essere stato sgarbato con i vampiri

Quando tornai a casa Cullen non c’era nessuno ad aspettarmi sulla porta. Che fossero ancora in stato di allerta?

Va tutto alla grande, pensai, sfiancato.

D’un tratto, in quello scenario che ormai mi era diventato familiare, notai un piccolo cambiamento. Sul primo gradino della scalinata, all’ingresso, c’era un cumulo di panni dai colori chiari. Mi avvicinai a grandi passi per indagare. Trattenendo il respiro, perché si trattava di stoffa impregnata del fetore dei vampiri, avvicinai il naso al mucchio variopinto.

Erano vestiti! Quando avevo tagliato la corda, Edward doveva aver percepito la mia irritazione. Be’, era... gentile. E strano.

Con fare circospetto, li afferrai fra i denti e — bleah! — me li trascinai fra gli alberi. Metti caso che fosse uno scherzetto della psicopatica bionda e trovassi solo roba da femmine. Chissà quanto si sarebbe divertita nel vedere la mia espressione mentre me ne stavo nudo, davanti a lei, con in mano un prendisole.

Al riparo della boscaglia lasciai cadere il mucchio puzzolente e ripresi le sembianze umane. Scrollai i vestiti e li sbattei sugli alberi, per cacciare via un po’ di quel fetore. Erano abiti maschili: un paio di pantaloni marroni e una camicia bianca elegante. Forse un po’ troppo corti, ma non era il caso di protestare. Dovevano essere di Emmett. Arrotolai le maniche della camicia, ma non potei fare molto con i pantaloni. Pazienza.

Ammetto che mi sentivo molto meglio con dei vestiti addosso, pure se puzzavano e non mi cadevano a pennello. Era dura non poter semplicemente fare un salto a casa per prendere un paio di vecchi pantaloni da ginnastica. Di nuovo senza dimora, di nuovo senza un posto dove tornare. E senza averi, cosa che al momento non mi creava chissà quali problemi, ma presto, con ogni probabilità, sarebbe stata una bella seccatura.

Esausto, salii i gradini della veranda dei Cullen, con indosso quegli stravaganti abiti usati, ma quando fui davanti alla porta esitai. Avevo bussato? Che scemo, sapevano che ero lì. Chissà perché nessuno mi dava un segno, dicendomi «Entra pure» o «Sparisci». Bah. Feci spallucce e varcai la soglia.

Altri cambiamenti. In soli venti minuti la stanza era tornata alla normalità, o quasi. L’enorme schermo piatto era acceso, pure se a volume basso: passava un film sentimentale che nessuno sembrava guardare. Carlisle ed Esme erano alla vetrata che dava sul retro, nuovamente aperta sul fiume. Alice, Jasper ed Emmett non c’erano, ma li sentivo bisbigliare al piano di sopra. Bella era distesa sul divano, come il giorno prima, ma attaccati a lei c’erano solo un tubo e una flebo che penzolava dietro la spalliera. Era avvolta in un paio di piumini, sembrava un burrito. A quanto pareva mi avevano dato retta. Rosalie era seduta per terra a gambe incrociate, vicino alla testa di Bella. Edward stava all’altro capo del divano, con i piedi di lei in grembo. Quando entrai, alzò lo sguardo e sorrise — insomma, mosse appena le labbra — quasi soddisfatto.

Bella non mi aveva sentito. Come lui alzò gli occhi e sorrise. Il suo volto s’illuminò. Da quanto tempo non era così contenta di vedermi?

Cosa le era successo? Maledizione! Si era sposata, felicemente per giunta, e amava il suo vampiro alla follia. Ciliegina sulla torta, era pure incinta.

E allora perché diavolo tutto quell’entusiasmo nel vedermi? Come se valicando quella porta avessi dato un senso alla sua giornata.

Se solo se ne fosse fregata... O meglio, se non mi avesse voluto nei paraggi. Per me sarebbe stato molto più semplice starle lontano.

Edward sembrava d’accordo: ultimamente eravamo fin troppo spesso sulla stessa lunghezza d’onda. Pazzesco. Corrugò la fronte quando lei mi abbagliò con un sorriso.

«Volevano solo parlare», mormorai a fatica, con voce esausta. «Niente attacchi in vista».

«Sì», rispose Edward. «Ho sentito quasi tutto».

A quelle parole, mi rianimai. Ci eravamo allontanati di qualche chilometro. «Come?».

«Ormai ti sento con più chiarezza: è una questione di familiarità e concentrazione. E poi, quando hai sembianze umane mi è più facile carpire i tuoi pensieri. Perciò ho afferrato quasi tutto quello che è successo là fuori».

«Ah». La cosa un po’ mi scocciava, ma senza una buona ragione, perciò ci passai sopra. «Bene. Odio ripetermi».

«Ti direi di andare a dormire un po’», fece Bella, «ma ho l’impressione che fra non più di sei secondi sverrai qui per terra, quindi non ne vale nemmeno la pena».

Era impressionante come fosse cambiata la sua voce, quanto sembrasse più vigorosa. Avvertii un odore di sangue fresco e vidi che stringeva in mano il bicchiere. Quanto sangue occorreva? Esaurite le scorte, sarebbero andati a chiederne un po’ in prestito ai vicini?

Mi diressi verso la porta, contando i secondi. «Un Mississippi... due Mississippi...».

«Attento a non cadere nel fiume, cagnaccio», borbottò Rosalie.

«Sai come si fa ad annegare una bionda, Rosalie?», le chiesi senza fermarmi né voltarmi a guardarla. «Basta incollare uno specchio sul fondo di una piscina».

Udii Edward ridacchiare quando mi chiusi la porta alle spalle. Il suo umore sembrava migliorare in modo parallelo alla salute di Bella.

«Già sentita», urlò Rosalie.

Mi trascinai giù per gli scalini: il mio unico obiettivo era quello di spingermi fra gli alberi, abbastanza lontano per respirare di nuovo aria pura. Avrei mollato i vestiti da qualche parte, non troppo distante da casa, per usarli al momento debito. Meglio che assicurarmeli alla gamba. E poi, così, non avrei dovuto trascinarmi dietro l’odore. Mentre armeggiavo con la chiusura della camicia, pensai che i bottoni non si addicevano allo stile di un licantropo. Arrancando per il prato, ascoltai le voci.

«Dove vai?», chiese Bella.

«Mi sono dimenticato di dirgli una cosa».

«Lascialo dormire. Quello che devi dirgli può aspettare».

Ecco, per favore, lascia dormire Jacob.

«Ci vorrà un attimo».

Mi voltai lentamente. Edward era già fuori dalla porta. Mi si avvicinò con un’espressione che sembrava chiedere scusa.

«Cavolo, e ora che c’è?».

«Mi dispiace», disse e poi esitò, incerto su come plasmare i pensieri in parole.

Cosa ti passa per la testa, leggipensieri?

«Prima, mentre parlavi con i rappresentanti di Sam», mormorò, «facevo la cronaca minuto per minuto a Carlisle, Esme e gli altri. Erano preoccupati...».

«Ascolta, non abbasseremo la guardia. Noi crediamo a Sam, ma voi non siete costretti a fidarvi. Terremo comunque gli occhi aperti».

«No, no, Jacob. Non è quello. Ci fidiamo del tuo giudizio. Esme è in pena per gli stenti che il tuo branco è costretto a subire. Mi ha chiesto di parlartene in privato».

Mi colse in contropiede. «Stenti?».

«In particolare la faccenda dell’essere senza casa. È turbata per le vostre... privazioni».

Sbuffai. Mamma vampira era una chioccia bizzarra. «Siamo coriacei. Dille di non preoccuparsi».