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«Vorrebbe rendersi utile. Se ho ben capito, a Leah non piace mangiare quando assume le sembianze di lupo, vero?».

«E?», domandai.

«Be’, abbiamo cibo normale, per umani, insomma. Sai, è per salvare le apparenze e ovviamente anche per Bella. Leah può servirsene a piacimento. E anche voi».

«Riferirò».

«Leah ci odia».

«Quindi?».

«Quindi, cerca di riferirglielo in modo che almeno prenda in considerazione la proposta, se non ti dispiace».

«Farò il possibile».

«E poi c’è la questione dei vestiti».

Guardai quelli che indossavo. «Ah, sì. Grazie». Non era cortese dirgli quanto puzzavano.

Accennò un sorriso. «Be’, su quel fronte, possiamo provvedere a tutti i vostri bisogni. Alice ci permette raramente di indossare due volte la stessa cosa. Abbiamo pile di vestiti nuovi di zecca destinati alla beneficenza e immagino che Leah abbia più o meno la stessa taglia di Esme».

«Non sono sicuro che le andrebbe a genio l’idea di indossare gli abiti smessi di una succhiasangue. Sai, lei non è pragmatica quanto me».

«Confido che tu possa presentarle la proposta sotto la luce migliore. L’offerta comprende qualsiasi oggetto materiale di cui possiate avere bisogno, mezzi di trasporto, qualsiasi cosa. Incluse le docce, se preferite dormire all’aperto. Per favore, considera che potete beneficiare di tutti gli agi di una casa».

Terminò la frase sommessamente, non perché si sforzasse di mantenere un tono pacato, ma con una specie di sincera emozione nella voce.

Lo guardai per un secondo battendo le palpebre per il sonno. «È, ehm, gentile da parte vostra. Di’ a Esme che le siamo grati per, uhm, il pensiero. Ma il fiume interseca il perimetro che controlliamo e tanto ci basta a mantenerci puliti. Grazie».

«Se comunque avessi voglia di riferirglielo...».

«Certo, certo».

«Grazie».

Non feci in tempo a voltarmi che rimasi impietrito allo scoccare di uno strillo flebile e straziante provenire dalla casa. Quando mi girai di nuovo, era già sparito.

Che altro era successo?

Gli andai dietro, trascinandomi come uno zombie. E usando l’unico neurone rimasto sveglio. Non avevo scelta. C’era qualcosa che non andava. Dovevo controllare cosa. A costo di stare peggio.

Sembrava inevitabile.

Entrai per l’ennesima volta. Bella ansimava, rannicchiata sull’escrescenza che aveva al centro del corpo. Rosalie la teneva ferma mentre Edward, Carlisle ed Esme le stavano assiepati attorno. Un movimento guizzante catturò il mio sguardo: Alice, in cima alle scale, guardava giù premendosi le mani sulle tempie. Era strano, era come se qualcosa le sbarrasse la strada.

«Dammi un secondo, Carlisle», rantolò Bella.

«Bella», disse il dottore, ansioso, «ho sentito il rumore di qualcosa che s’incrinava. Devo dare un’occhiata».

«Quasi sicuramente...», ansimò, «una costola. Ahi. Sì. Qui». Indicò un punto sul suo lato sinistro, badando bene a non toccare.

La cosa le stava spezzando le ossa.

«Devo farti una lastra. Potrebbero esserci dei frammenti. Non vogliamo che ti perfori qualcosa».

Bella fece un respiro profondo. «Okay».

Rosalie la sollevò con cautela. Edward sembrava sul punto di litigare, ma Rosalie digrignò i denti e ringhiò: «L’ho già presa».

Quindi se Bella era più forte, lo era anche la cosa. Se moriva di fame uno, moriva di fame anche l’altra. La guarigione funzionava allo stesso modo. Non c’era modo di vincerla.

La bionda portò Bella in cima alle scale in un baleno. Carlisle ed Edward la seguirono. Nessuno si accorse che me ne stavo sulla soglia, esterrefatto.

E così, oltre a una banca del sangue, avevano pure un apparecchio per le radiografie? Mi sa che il dottore si portava il lavoro a casa.

Ero troppo stanco per seguirli, troppo stanco per muovermi. Mi appoggiai alla parete e scivolai sul pavimento. La porta era ancora aperta. Puntai il naso in quella direzione e resi grazie per l’aria pulita che entrava. Reclinai la testa contro lo stipite, in ascolto.

Sentivo il rumore dell’apparecchio per le radiografie al piano di sopra. O forse lo immaginai soltanto. Poi udii dei passi leggerissimi provenire dalle scale. Non mi voltai per vedere quale vampiro fosse.

«Vuoi un cuscino?», domandò Alice.

«No», bofonchiai. Perché volevano essere ospitali a tutti i costi? Mi mettevano a disagio.

«Non sembri comodo», osservò.

«Infatti».

«E allora perché non ti sposti?».

«Sono stanco. Perché non sei di sopra assieme agli altri?», rilanciai.

«Ho mal di testa», rispose.

Mi voltai a guardarla.

Alice era una cosetta minuscola. Delle dimensioni di un mio braccio, più o meno. Così incurvata sembrava ancora più piccola. Aveva il viso contratto.

«I vampiri hanno mal di testa?».

«Quelli normali no».

Sbuffai. Vampiri normali.

«Com’è che non stai più sempre appiccicata a Bella?», le chiesi. Più che una domanda, formulavo un’accusa. Non ci avevo ancora pensato perché avevo ben altro per la testa, ma trovavo strano che Alice non fosse mai con Bella, almeno da quando bazzicavo nei paraggi. Forse, se al suo fianco ci fosse stata Alice, non ci sarebbe stata Rosalie. «Pensavo foste così», intrecciai due dita.

«Come ti ho già detto», si rannicchiò per terra non lontano da me, prendendosi le ginocchia magrissime fra le braccia magrissime, «ho mal di testa».

«È Bella che te lo fa venire?».

«Sì».

Corrugai la fronte. Ero troppo stanco per gli indovinelli. Mi girai di nuovo verso l’aria fresca e chiusi gli occhi.

«Non è Bella, in verità», si corresse. «È... il feto».

Ah, qualcun altro che la pensava come me. Fu piuttosto semplice stanarla. Aveva pronunciato la parola a denti stretti, proprio come Edward.

«Non riesco a vederlo», si lasciò andare, come se stesse parlando fra sé. Per quanto ne sapeva, potevo già essere bello che andato. «Quando si tratta di lui non vedo niente. Proprio come quando si tratta di te».

Con un fremito, serrai i denti. Non mi piaceva essere paragonato alla creatura.

«Ci va di mezzo anche Bella. È talmente presa da lui che la vedo... annebbiata. Come in una TV sintonizzata male, quando ti sforzi di mettere a fuoco le persone che sfarfallano sullo schermo. Guardarla mi distrugge la testa. E per di più riesco a vedere solo con pochi minuti d’anticipo. Il... feto è una parte troppo importante del suo futuro. Quando ha deciso, quando ha capito di volerlo, si è offuscata. Mi sono spaventata a morte».

Tacque per un secondo e poi aggiunse: «Devo ammettere che è un sollievo averti vicino... anche se puzzi di cane. Non vedo niente. È come avere gli occhi chiusi. Tramortisce il mal di testa».

«Lieto di esserle utile, signora», mormorai.

«Mi domando cos’abbia in comune con te, perché siate uguali, in quel senso».

Un’improvvisa vampata di calore m’invase le ossa. Serrai i pugni per tenere a bada il tremito.

«Non ho niente in comune con quel succhiavita», dissi fra i denti.

«Qualcosa sì».

Non risposi. Il calore stava già evaporando. Ero troppo sfinito per mantenere la rabbia.

«Non ti scoccia se resto seduta accanto a te, vero?», chiese.

«Direi di no. Tanto c’è comunque puzza».

«Grazie», disse. «Credo sia il rimedio migliore, visto che non posso prendere l’aspirina».

«Puoi stare zitta? Stavo cercando di dormire».

Non rispose, di colpo calò il silenzio. Crollai nel giro di pochi secondi.

Sognai che morivo di sete. Di fronte a me c’era un bel bicchiere d’acqua fredda, la condensa colava ai lati. Afferravo il bicchiere e buttavo giù una gran sorsata, solo che immediatamente mi accorgevo che non era acqua, ma candeggina. Sputavo spruzzandola dappertutto, e un po’ mi usciva dal naso. Bruciava. Avevo il naso in fiamme.

Il dolore mi svegliò e ricordai dove mi ero appisolato. La puzza era piuttosto intensa, considerato che non ero dentro casa. E poi quel rumore. Qualcuno rideva troppo forte. Una risata familiare, ma che non s’intonava all’odore.