Con un gemito, aprii gli occhi. Vidi il cielo grigio cupo: era giorno, ma non avevo indizi per intuire che ora fosse. Forse il tramonto: era piuttosto buio.
«Finalmente», mormorò Rosalie, non lontana. «Cominciavo ad averne abbastanza della motosega».
Mi girai su un fianco e mi sedetti.
Nel frattempo, capii da dove veniva l’odore. Qualcuno mi aveva messo un cuscino di piume sotto la faccia. Probabilmente era un tentativo di dimostrare gentilezza. A meno che non fosse stata Rosalie.
Quando mi liberai dalle piume puzzolenti, colsi altri profumi. Pancetta e cannella, mescolati all’odore dei vampiri.
Battei le palpebre entrando nella stanza.
Le cose non erano cambiate di molto, a parte che Bella era seduta al centro del divano e la flebo era sparita. La bionda sedeva ai suoi piedi, la testa poggiata alle sue ginocchia. La naturalezza con cui la toccavano mi dava ancora i brividi, benché, considerato come stavano le cose, la mia fosse una reazione da decerebrato. Edward, accanto a lei, le teneva la mano. Anche Alice era per terra, come Rosalie. La sua espressione non era più contratta. Il perché era semplice: aveva trovato un altro antidolorifico.
«Ehi, Jake è tornato fra noi!», squittì Seth.
Era seduto anche lui accanto a Bella, un braccio disinvolto attorno alla sua spalla e, in grembo, un piatto strabordante di cibo.
Ma che cavolo...?
«Era venuto a cercarti», mi disse Edward mentre mi alzavo. «Ed Esme lo ha convinto a fermarsi per la colazione».
Seth afferrò la mia espressione e si affrettò a spiegare. «Sì, Jake. Volevo solo vedere se era tutto a posto, dato che non ti eri ritrasformato. Leah si stava preoccupando. Le ho detto che probabilmente eri crollato dal sonno mentre eri ancora umano, ma sai com’è fatta. Comunque, avevano tutto questo cibo e, cavolo», si rivolse a Edward, «amico, tu sì che sai cucinare».
«Grazie», mormorò Edward.
Inspirai lentamente, cercando di ammorbidire la tensione della mascella. Non riuscivo a togliere gli occhi dal braccio di Seth.
«Bella aveva freddo», disse piano Edward.
D’accordo. Non erano affari miei. Lei non era mia.
Seth sentì il commento di Edward, mi guardò e di colpo decise che per mangiare gli servivano entrambe le mani. Levò il braccio dalla spalla di Bella e si tuffò sul cibo. Mi avvicinai al divano, cercando di orientarmi.
«Leah è di ronda?», chiesi a Seth. Avevo ancora la voce impastata di sonno.
«Sì», rispose masticando. Anche lui indossava vestiti nuovi. Gli stavano meglio che a me. «È tutto sotto controllo. Tranquillo. Se succede qualcosa, ci avverte ululando. Ci siamo dati il cambio verso mezzanotte. Ho corso per dodici ore». Ne era orgoglioso e il suo tono di voce lo confermava.
«Mezzanotte? Aspetta un attimo... che ora è?».
«L’alba, più o meno». Guardò fuori dalla finestra, per verificare.
Maledizione. Avevo dormito per quel che rimaneva del giorno e per tutta la notte... che pollo. «Merda. Scusami, Seth. Sul serio. Avresti dovuto svegliarmi a calci».
«Nah, avevi bisogno di dormire. Da quand’è che non ti prendevi una pausa? Dall’ultima notte in cui sei stato di ronda per Sam? Tipo quaranta ore? Cinquanta? Non sei una macchina, Jake. E poi non ti sei perso proprio niente».
Proprio niente? Lanciai una rapida occhiata a Bella. Aveva ripreso il suo colorito. Pallido, ma ravvivato da una sfumatura rosea. Anche le labbra erano di nuovo accese. E i capelli, più lucidi, avevano un aspetto migliore. Si accorse che la scrutavo nei minimi particolari e mi sorrise.
«Come va la costola?», le chiesi.
«Fasciata per bene. Neanche la sento».
Alzai gli occhi al cielo. Sentii che Edward digrignava i denti e intuii che il vizio di minimizzare qualsiasi cosa lo mandava in bestia quanto me.
«Cosa c’è per colazione?», chiesi sarcastico. «0 negativo oppure AB positivo?».
Mi fece una linguaccia. Era di nuovo lei. «Omelette», rispose, ma i suoi occhi ebbero un guizzo e vidi il bicchiere di sangue incuneato fra la sua gamba e quella di Edward.
«Va’ a fare colazione, Jake», mi disse Seth. «In cucina c’è di tutto. Devi essere affamato».
Esaminai il cibo che aveva in grembo. Mezza omelette al formaggio e un quarto di un gigantesco tortino alla cannella. Il mio stomaco rumoreggiò, ma lo ignorai.
«Cos’ha avuto Leah per colazione?», chiesi critico a Seth.
«Ehi, le ho portato da mangiare prima di soddisfare la mia pancia», si difese. «Ha detto che avrebbe preferito divorare una carcassa putrida, ma scommetto che ha ceduto. Questo tortino alla cannella...». Sembrava avesse perso le parole.
«Allora vado a caccia con lei».
Quando mi voltai per andarmene, Seth sospirò.
«Puoi aspettare un attimo, Jacob?».
Era Carlisle perciò, quando mi girai di nuovo, la mia espressione non era irriverente come lo sarebbe stata se mi avesse bloccato qualcun altro.
«Sì?».
Carlisle si avvicinò mentre Esme si spostava nell’altra camera. Si fermò a pochi passi da me: una distanza di poco superiore rispetto a quella fra due umani impegnati in una conversazione. Apprezzai che mi lasciasse il mio spazio.
«A proposito di caccia», cominciò con tono cupo. «Per la mia famiglia comincia a diventare un problema. Mi rendo conto che al momento la tregua non è in vigore, perciò volevo il tuo parere. Sam ci darà la caccia fuori dal perimetro che hai creato? Non vogliamo correre il rischio di fare del male a un tuo familiare né di perdere qualcuno dei nostri. Se fossi nei miei panni, come procederesti?».
Mi sorprese il modo in cui mi pose la questione. Che ne sapevo di com’era essere nei panni firmati di un succhiasangue? In effetti, però, conoscevo Sam.
«È un rischio», dissi, cercando di ignorare gli altri occhi puntati su di me e di rivolgermi solo a lui. «Sam ha calmato gli animi, ma sono certo che nella sua testa il patto non vale più. Finché sarà convinto che la tribù, o qualsiasi altro essere umano, è in pericolo, non si farà tanti scrupoli, non so se mi spiego. Però, tutto sommato, la sua priorità resta La Push. E in realtà non sono abbastanza numerosi per vigilare come si deve sulla gente e contemporaneamente organizzare battute di caccia troppo pericolose. Credo che non si allontanerà molto».
Carlisle annuì pensieroso.
«Perciò, se posso dire la mia, uscite tutti assieme, non si sa mai. E magari di giorno, perché noi aspetteremmo il calare della notte. Classiche cose da vampiri. Siete veloci: vi basta superare le montagne e cacciare lontano. È improbabile che mandi qualcuno fin laggiù».
«E Bella resterà da sola? Indifesa?».
Grugnii. «E noi che ci facciamo qui?».
Carlisle rise, ma tornò subito serio. «Jacob, non puoi combattere contro i tuoi fratelli».
Mi rabbuiai. «Non dico che non sarà dura, ma se venissero per ucciderla sarei in grado di fermarli».
Carlisle scosse la testa, ansioso. «No, non intendevo dire che non saresti in grado. Ma sarebbe sbagliato. Non posso avere una cosa simile sulla coscienza».
«Non ce l’avresti tu, dottore. Ce l’avrei io. E potrei sopportarlo».
«No, Jacob. Agiremo in modo che non sia necessario». Aggrottò la fronte, meditabondo. «Andremo tre alla volta», decise dopo un secondo. «Probabilmente è la cosa migliore».
«Non lo so, dottore. Separarsi non è esattamente una strategia vincente».
«Useremo le nostre doti per bilanciare l’inferiorità numerica. Se Edward sarà uno dei tre, potrà garantirci la sicurezza nel raggio di qualche chilometro».
Fissammo entrambi Edward. La sua espressione costrinse Carlisle a rimangiarsi quanto detto.
«Sono certo che ci siano anche altri modi, naturalmente», aggiunse Carlisle. Nessun bisogno fisico era tanto impellente da costringere Edward ad allontanarsi da Bella. «Alice, immagino che tu possa vedere quali percorsi dovremmo evitare».