Dalla cucina giunse un gran fracasso, un rumore strano di metallo che protestava come se qualcuno lo maltrattasse. Edward sospirò di nuovo, ma abbozzò anche un sorriso. Poi, prima che potessi ripensarci, Rosalie fu di ritorno. Con un ghigno compiaciuto, mise una ciotola d’argento sul pavimento, proprio accanto a me.
«Buon appetito, bastardo».
Un tempo doveva essere stata una grossa insalatiera, ma lei l’aveva lavorata in modo che somigliasse a una vera scodella per cani. Restai impressionato dal tanta rapidità e maestria. E dalla cura per i dettagli. Aveva inciso di lato la parola «Fido», in splendida calligrafia.
Visto che il cibo sembrava davvero buono — bistecca nientemeno e una grossa patata al cartoccio per contorno — le dissi: «Grazie, bionda».
Sbuffò.
«Ehi, sai come si chiama una bionda con il cervello?», le chiesi e poi continuai difilato: «Golden retriever».
«Ho già sentito anche questa», disse, ma non rideva più.
«Ci riproverò», promisi e mi avventai sul cibo.
Con un’espressione disgustata, alzò gli occhi al cielo. Poi si sedette in poltrona e iniziò a cambiare i canali della TV troppo alla svelta per essere davvero alla ricerca di qualcosa da guardare.
Il cibo non era male, nonostante il puzzo dei vampiri impregnasse l’aria. Cominciavo ad abituarmici. Non che fosse esattamente nei miei programmi.
Quando ebbi finito, benché valutassi l’ipotesi di leccare la ciotola tanto per dare a Rosalie un pretesto per lamentarsi, sentii le dita fredde di Bella infilarsi fra i miei capelli e scendere in una carezza lungo la nuca.
«È ora di tagliarli?».
«Ti sta crescendo il pelo», disse. «Forse...».
«Fammi indovinare. Qui c’è qualcuno che tagliava i capelli in un salone parigino?».
Ridacchiò. «Probabile».
«No, grazie», dissi anticipandola. «Sono a posto ancora per qualche settimana».
Il che mi portò a chiedermi per quanto tempo ancora sarebbe stata a posto lei. Cercai di trovare un modo cortese per chiederglielo.
«Allora... uhm... qual è la, ehm, data? Cioè, la data prevista per il mostriciattolo».
Mi colpì alla nuca con la forza di una piuma, ma non rispose.
«Dico sul serio», continuai. «Voglio sapere per quanto dovrò restare qui». Per quanto tu resterai qui, aggiunsi mentalmente. Poi mi voltai a guardarla. Era pensierosa e fra le sue sopracciglia era comparsa di nuovo quella ruga causata dall’ansia.
«Non lo so», farfugliò. «Non con precisione. Ovviamente, non segue il corso dei nove mesi e, senza ecografie, Carlisle deve calcolare a occhio, in base a quanto mi allargo. Le donne normali di solito raggiungono i quaranta centimetri», e s’indicò il centro del pancione, «quando il bambino ha completato la crescita. Un centimetro a settimana. Stamattina ero a trenta, e prendo più o meno un paio di centimetri al giorno, a volte anche di più...».
Due settimane al giorno, così volava il tempo. La sua vita procedeva in un "avanti" accelerato. Quanti giorni le restavano, prima dei quaranta centimetri? Quattro? Ci misi un po’ a mandar giù la pillola amara.
«Tutto bene?», domandò.
Annuii, non sapevo come mi sarebbe uscita la voce.
Edward distolse il viso da noi perché aveva ascoltato i miei pensieri, ma ne vedevo il riflesso sulla vetrata. Riecco l’uomo divorato dalle fiamme.
Avere una scadenza rendeva ancora più difficile pensare di andarmene o di convincere lei ad andarsene. Ero contento che Seth avesse sollevato la questione, almeno sapevo che sarebbero rimasti. L’idea che fossero sul punto di fuggire, che mi togliessero uno, due o addirittura tre di quei quattro giorni — i miei quattro giorni — sarebbe stata intollerabile.
Ed era curioso come, malgrado fossimo quasi agli sgoccioli, l’ascendente che aveva su di me fosse ancora più difficile da ignorare. Neanche fosse collegato alla sua pancia in espansione... e con l’ingrossarsi di quella, aumentasse la sua forza gravitazionale.
Per un attimo cercai di guardarla da lontano, per liberarmi dall’attrazione. Il mio bisogno di lei era più forte che mai, non me lo stavo inventando. Perché? Perché stava morendo? Oppure perché sapevo che, anche se fosse sopravvissuta, persino nella migliore delle ipotesi, si sarebbe trasformata in qualcosa che non avrei mai potuto conoscere, che non avrei mai potuto capire?
Mi passò un dito sullo zigomo, proprio dove la mia pelle era umida.
«Andrà tutto bene», cantilenò. Poco importava che quelle parole non significassero niente. Le pronunciò come fa la gente quando canta filastrocche senza senso ai bambini. Fai la ninna, fai la nanna.
«Sì», mormorai.
Si rannicchiò contro il mio braccio e abbandonò la testa sulla mia spalla. «Non pensavo che saresti venuto. Seth diceva di sì, e pure Edward, ma io non ci credevo».
«Perché no?», chiesi, arcigno.
«Qui non sei felice. Ma sei venuto ugualmente».
«Mi volevi».
«Lo so. Ma non eri obbligato. Non è giusto che io ti voglia qui. Avrei capito».
Seguì un attimo di silenzio. Edward si ricompose. Guardava la TV mentre Rosalie continuava a fare zapping. Era al seicentesimo canale. Mi chiesi quanto ci avrebbe messo a ricominciare da capo.
«Grazie per essere venuto», sussurrò Bella.
«Mi dici soltanto una cosa?», le domandai.
«Certo».
Edward sembrava ignorare la conversazione, ma era inutile che cercasse di fregarmi: sapeva benissimo cosa stavo per chiedere.
«Perché mi vuoi qui? Seth potrebbe riscaldarti e forse sarebbe meno in imbarazzo, il mocciosetto. Ma quando da quella porta entro io, sorridi come se io fossi la persona a cui vuoi più bene al mondo».
«Sei una di quelle persone».
«È una grande fregatura, lo sai».
«Sì», sospirò. «Mi dispiace».
«Ma perché? Non hai risposto alla domanda».
Edward finse di nuovo di guardare fuori dalla finestra. Riflessa nel vetro vidi la sua espressione vacua.
«Mi sento completa quando ci sei, Jacob. Come se tutta la mia famiglia fosse riunita. Cioè, credo. Non ho mai avuto una famiglia numerosa prima d’ora. È bello». Sorrise per mezzo secondo. «Ma se tu non ci sei, manca qualcosa».
«Non farò mai parte della tua famiglia, Bella».
Avrei potuto. E me la sarei cavata alla grande. Ma quel futuro tanto remoto era morto molto prima di avere anche una sola possibilità di esistere.
«Hai sempre fatto parte della mia famiglia».
I miei denti stridettero. «Che cazzo di risposta».
«E qual è la risposta giusta?».
«Per esempio: "Jacob, adoro vederti soffrire"».
La sentii trasalire.
«L’avresti preferita?», biascicò.
«Sarebbe più facile. Mi sforzerei di farmene una ragione. Potrei provare ad accettarlo».
Guardai di nuovo il suo viso così vicino al mio. Aveva gli occhi chiusi, le sopracciglia aggrottate. «Abbiamo perso la direzione, Jake. E l’equilibrio. Tu fai parte della mia famiglia: io lo so, e lo sai anche tu». Fece una breve pausa senza aprire gli occhi, come se aspettasse una mia reazione. Io non risposi e lei continuò: «Ma non così. Abbiamo commesso un errore. No, sono stata io. L’ho commesso io l’errore, e abbiamo perso la direzione...».
Le mancò la voce e il cipiglio si affievolì fino a diventare una piccola increspatura all’angolo delle labbra. Aspettavo che gettasse altro succo di limone sulle mie ferite, ma di colpo la sentii russare.
«È sfinita», mormorò Edward. «È stata una giornata lunga. E faticosa. Pensavo che si sarebbe addormentata prima, ma ti aspettava».
Non lo guardai.
«Seth ha detto che ha un’altra costola rotta».
«Sì. Fatica a respirare».
«Grandioso».
«Appena diventa di nuovo calda, dimmelo».
«Sì».
Sul braccio che non era a contatto con il mio aveva già la pelle d’oca. Non feci in tempo ad alzare la testa per cercare una coperta che Edward ne afferrò una che penzolava dal bracciolo del divano e gliela mise addosso.