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Di tanto in tanto, la sua capacità di leggere nel pensiero faceva risparmiare tempo. Per esempio, potevo risparmiarmi di fare troppe scene accusandolo di come stavano trattando Charlie. Che casino. Edward ascoltava la mia rabbia, tutta...

«Sì», concordò. «Non è una buona idea».

«Allora perché?». Perché Bella raccontava a suo padre di essere in via di guarigione con l’unico risultato di renderlo ancora più infelice?

«Non sopporta che sia così ansioso».

«Quindi è meglio...».

«No. Non è meglio. Ma non la costringerò a fare niente che non voglia fare, ora come ora. Comportandosi così, si sente meglio. Di tutto il resto mi occuperò dopo».

Non mi quadrava. Bella non avrebbe mai lasciato che qualcun altro si occupasse della sofferenza di Charlie, ignorandola fino a chissà quando. Anche se stava morendo. Non era da lei. Se la conoscevo, doveva avere altri piani.

«È sicura di poter sopravvivere», disse Edward.

«Non da umana», protestai.

«No, non da umana. Comunque spera di rivedere Charlie».

Ah, di bene in meglio.

«Vedere. Charlie». Lo guardai con gli occhi fuori dalle orbite. «Dopo. Vedrà Charlie quando sarà bianchissima e avrà gli occhi rossi? Non sono un succhiasangue, quindi forse mi sfugge qualcosa, ma mi pare che scegliere Charlie come primo pasto sia piuttosto strano».

Edward sospirò. «Sa che non gli si potrà avvicinare per almeno un anno. Pensa di riuscire a temporeggiare. Dirà a Charlie che deve andare in un ospedale speciale all’altro capo del mondo. Si terranno in contatto telefonico...».

«È assurdo».

«Già».

«Charlie non è stupido. Anche se non lo uccide, lui si accorgerà della differenza».

«In un certo senso Bella ci conta».

Continuavo a fissarlo, in attesa che mi spiegasse.

«Ovviamente lei non invecchierebbe, perciò, qualunque giustificazione si beva Charlie, dovremo darci un limite temporale». Abbozzò un sorriso. «Ricordi quando hai cercato di dirle della tua trasformazione? Come l’hai aiutata a indovinare?».

Strinsi la mano libera in un pugno. «Te l’ha raccontato lei?».

«Sì. Mi ha spiegato la sua... idea. Vedi, non può dire a Charlie la verità, lo metterebbe in pericolo. Ma lui è un uomo sveglio, pragmatico. Bella è convinta che si fabbricherà una spiegazione a suo uso e consumo. E presume anche che sarà la spiegazione sbagliata». Edward ridacchiò. «Dopotutto, come vampiri siamo tutt’altro che ortodossi. Farà delle supposizioni sbagliate su di noi, proprio come ha fatto Bella all’inizio, e noi ci adegueremo. Crede che potrà anche andare a trovarlo... di tanto in tanto».

«Assurdo», ripetei.

«Sì», concordò ancora una volta.

Il fatto che Edward le concedesse di fare di testa propria soltanto per non turbarla era un segno di debolezza. Non poteva finire bene.

Tutto sommato, forse non si aspettava che Bella vivesse tanto a lungo da mettere in atto quel piano folle. La teneva buona soltanto perché fosse felice ancora per un po’.

Per altri quattro giorni, magari.

«La prenderò come viene», sussurrò e si girò per non mostrare neanche il riflesso del suo volto. «Per ora non voglio caricarla di altra sofferenza».

«Quattro giorni?», chiesi.

Non sollevò lo sguardo. «Più o meno».

«E poi?».

«In che senso?».

Pensai alle parole di Bella. Pensai a quella cosa avviluppata da una membrana forte come la pelle dei vampiri. Come sarebbe andata? Come l’avrebbero tirato fuori?

«Stando alle poche ricerche che siamo riusciti a fare, pare che le creature usino i denti per uscire dall’utero», mormorò.

Mi concessi un attimo di silenzio per ingoiare la bile.

«Ricerche?», abbozzai.

«È per questo che non vedi in giro Jasper ed Emmett. È ciò di cui si sta occupando anche Carlisle. Tenta di decifrare vecchie storie e antichi miti, per quanto sia possibile con il poco che abbiamo a disposizione, in cerca di qualsiasi informazione possa aiutarci a prevedere il comportamento della creatura».

Storie? Se esistevano dei miti, allora...

«Allora non è la prima volta che succede una cosa del genere?», chiese Edward, anticipando la mia domanda. «Forse. È tutto molto approssimativo. I miti potrebbero essere semplicemente frutto della paura e dell’immaginazione. Anche se», esitò, «i vostri miti sono veri, no? Forse lo sono anche questi. Sembra siano circoscritti, collegati...».

«Come avete scoperto...?».

«Abbiamo incontrato una donna in Sudamerica. Era stata allevata secondo le tradizioni del suo popolo. Aveva sentito qualcosa riguardo a queste creature: avvertimenti, vecchie storie tramandate di generazione in generazione».

«Che genere di avvertimenti?».

«Che le creature devono essere uccise immediatamente. Prima che possano diventare troppo forti».

Proprio come pensava Sam. Che avesse ragione?

«Ovviamente quelle stesse leggende dicono altrettanto di noi. Che dobbiamo essere distrutti. Che siamo assassini senz’anima».

Due su due.

Edward si lasciò sfuggire una risata secca.

«E cosa dicevano quelle storie sulle madri?».

Il tormento gli straziò il volto e, nell’attimo stesso in cui mi ritrassi per sfuggire al suo dolore, capii che non ci sarebbe stata risposta. Forse non aveva più neanche la forza di parlare.

Fu Rosalie, rimasta talmente tranquilla e silenziosa che quasi mi ero dimenticato di lei, a fornirmela. La sua gola emise un suono beffardo. «Niente superstiti, ovviamente», disse. Niente superstiti: brusca e insensibile. «Partorire nel bel mezzo di una palude malsana con uno stregone che ti unge il viso di saliva di bradipo per scacciare gli spiriti maligni non è mai stato il metodo migliore. La metà delle volte non andavano a buon fine neanche i parti normali. Nessuno di loro aveva ciò che ha questo bambino. Qualcuno che lo assiste sapendo di cosa ha bisogno e fa di tutto per soddisfare quel bisogno. Un medico con una conoscenza assoluta della natura dei vampiri. Un piano per far nascere il bambino nel modo più sicuro possibile. E il veleno che, se qualcosa andasse storto, sistemerebbe tutto. Il piccolo starà bene. Anche quelle madri sarebbero sopravvissute se avessero avuto tutto questo. E se fossero esistite, prima di tutto. Cosa di cui non sono convinta». Sbuffò, sprezzante.

Il bambino, il piccolo. Come se non importasse altro. Per lei, la vita di Bella era un dettaglio minimo, robetta che si poteva trascurare.

Il volto di Edward divenne bianco come la neve. Incurvò le mani a mo’ di artigli. Assolutamente egoista e indifferente, Rosalie si rannicchiò in poltrona voltandogli le spalle. Lui si chinò in avanti, acquattato e pronto a scattare.

Lascia fare a me, suggerii.

Si fermò, inarcando un sopracciglio.

In silenzio, sollevai da terra la mia ciotola. Poi, con un rapido movimento del polso, la scagliai contro la nuca della bionda così forte che, con un rumore assordante, si accartocciò prima di rimbalzare per la stanza e far saltare il pomello della colonnina ai piedi della scala.

Bella si contorse, ma non si svegliò.

«Stupida bionda», brontolai.

Rosalie girò piano la testa, i suoi occhi fiammeggiavano.

«Mi. Hai. Gettato. Cibo. Nei. Capelli».

Eh già.

Scattai in piedi. Mi allontanai da Bella per non scuoterla e mi sbellicai tanto da lacrimare. Da dietro il divano arrivò la risata squillante di Alice.

Mi chiesi come mai Rosalie non reagisse. In un certo senso era ciò che mi aspettavo. Ma poi mi resi conto che la mia risata aveva svegliato Bella, che aveva continuato a dormire in mezzo al frastuono vero.

«Che c’è di tanto divertente?», farfugliò.

«Le ho gettato del cibo nei capelli», risposi e ricominciai a sghignazzare.

«Non me ne dimenticherò, cane», sibilò Rosalie.

«Non ci vuole tanto a cancellare la memoria di una bionda», ribattei. «Basta soffiarle in un orecchio».

«Aggiorna il repertorio», sbottò.

«Dai, Jake. Lascia in pace Ro...». Bella interruppe la frase a metà e si sforzò di prendere aria. Nel medesimo istante, Edward si era chinato per togliere di mezzo la coperta. Bella sembrava in preda alle convulsioni, la schiena arcuata.