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«È lui. Si sta solo... distendendo», ansimò.

Aveva le labbra bianche e i denti serrati come se tentasse di trattenere un urlo.

Edward le prese il volto fra le mani.

«Carlisle?», chiamò con voce bassa, tesa.

«Sono qui», disse il dottore. Non lo avevo sentito entrare.

«Okay», fece Bella, il respiro ancora agitato. «Credo sia finita. Povero piccolo, non ha abbastanza spazio, tutto qui. Sta diventando così grande».

Quel tono adorante che usava per descrivere la cosa che la stava facendo a pezzi era intollerabile. Specie dopo il cinismo di Rosalie. Mi venne voglia di tirare qualcosa anche a Bella.

Non fece caso al mio umore. «Sai, Jacob, mi ricorda te», disse in tono affettuoso, mentre ancora boccheggiava.

«Non paragonarmi a quella cosa», sputai fra i denti.

«Mi riferivo al tuo sviluppo velocissimo», disse, e l’espressione che le si dipinse sul volto mi fece capire che avevo ferito i suoi sentimenti. Bene. «Sei cresciuto a vista d’occhio. Ti vedevo diventare più alto un minuto dopo l’altro. Anche lui è così. Cresce in fretta».

Per non dire ciò che avrei voluto, mi morsi la lingua tanto forte che sentii in bocca il sapore del sangue. Certo, si sarebbe rimarginata ancora prima che potessi deglutire. Ecco ciò di cui aveva bisogno Bella. Di essere forte come me, di guarire...

Respirò con meno fatica e si rilassò sul divano.

«Mmm», mormorò Carlisle. Alzai lo sguardo, mi puntava gli occhi addosso.

«Cosa?», chiesi.

Edward chinò la testa, riflettendo su ciò che aveva in mente Carlisle.

«Sai che ero curioso di conoscere la composizione genetica del feto, Jacob. Il numero delle coppie di cromosomi».

«Quindi?».

«Be’, tenendo in considerazione le vostre analogie...».

«Analogie?», ringhiai, non avendo apprezzato il plurale.

«La crescita rapida e il fatto che Alice non riesce a vedere nessuno dei due».

Sbiancai. Avevo dimenticato quel tratto in comune.

«Insomma, mi chiedo se non significhi che abbiamo trovato una risposta. Magari le analogie hanno radici genetiche».

«Ventiquattro coppie», biascicò Edward a mezza voce.

«Non puoi saperlo».

«No, ma fare congetture è interessante», disse Carlisle con voce vellutata.

«Sì, proprio affascinante».

Bella riprese a russare piano, degno sottofondo al mio sarcasmo.

Si lanciarono in una discussione sulla genetica di un livello tale che afferravo solo gli articoli, le congiunzioni e ovviamente il mio nome. A loro si unì anche Alice, che aggiunse qualche commento con la sua voce argentina.

Parlavano di me ma non capivo che conclusioni stavano traendo. Avevo altro per la testa, una serie di fatti che cercavo di mettere assieme.

Primo: Bella aveva detto che la creatura era protetta da qualcosa di forte quanto la pelle dei vampiri, che le ecografie e gli aghi non potevano penetrare. Secondo: Rosalie affermava che avevano un piano per far nascere la creatura in maniera sicura. Terzo: secondo Edward, e secondo le leggende, quei neonati uscivano dall’utero aprendosi un varco a forza di morsi.

Rabbrividii.

E mi venne la nausea quando valutai il quarto fatto: non erano molte le cose capaci di penetrare la pelle dura dei vampiri. Secondo il mito, soltanto i denti delle creature miste erano abbastanza forti. Come i miei.

Come quelli dei vampiri.

Non era semplice sfuggire all’ovvio, ma in quel momento non avrei desiderato altro. Perché mi ero fatto un’idea abbastanza precisa del piano di Rosalie per estrarre quella cosa in maniera "sicura".

16

Allarme: sovraccarico di informazioni

Mi scrollai dal sonno presto, molto prima dell’alba. Avevo dormito poco e male, sdraiato sul fianco del divano. Edward mi svegliò non appena vide che il volto di Bella si arrossava e prese il mio posto perché la temperatura si abbassasse. Mi stiracchiai e decisi che avevo riposato quanto bastava per rimettermi all’opera.

«Grazie», disse Edward a bassa voce quando ascoltò i miei piani. «Se c’è via libera, partiranno oggi».

«Ti farò sapere».

Ero contento di tornare alla mia natura animale. Mi sentivo indolenzito per essere rimasto seduto e fermo troppo a lungo. Allungai il passo per togliermi il torpore di dosso.

Buongiorno, Jacob, mi salutò Leah.

Bene, sei sveglia. Da quanto dorme Seth?

Ancora non dormo, pensò Seth insonnolito, ma ci manca poco. Che ti serve?

Pensi di farcela per un’altra ora?

Sicuro. Nessun problema. Seth si rialzò in piedi, scrollando il pelo.

Andiamo in perlustrazione, dissi a Leah. Seth, tu tieni d’occhio il perimetro.

Agli ordini. Seth prese a trotterellare.

E via, verso un altro incarico per conto dei vampiri, grugnì Leah.

È un problema?

Ovviamente no. Mi piace tanto coccolare quelle care sanguisughe.

Bene. Vediamo chi è più veloce.

Okay, per questo altroché se sono pronta!

Leah si trovava all’estremità più occidentale del perimetro. Invece di tagliare passando vicino alla casa dei Cullen, restò incollata al cerchio, percorrendo un arco per raggiungermi. Io partii a razzo verso est, conscio che, nonostante il vantaggio, mi avrebbe sorpassato subito se me la fossi presa comoda anche un solo secondo.

Naso a terra, Leah. Non è una gara: è una missione esplorativa.

Posso fare tutte e due le cose e contemporaneamente farti nero.

Glielo concessi. Lo so.

Rise.

Imboccammo un sentiero tortuoso fra le montagne a est. Era una strada familiare. Avevamo battuto quei monti quando i vampiri se n’erano andati, l’anno precedente, includendoli nell’area delle ronde per proteggere meglio la popolazione. Poi, al ritorno dei Cullen, avevamo di nuovo arretrato il confine. Quella era la loro terra, secondo il patto.

Ma probabilmente per Sam tutto ciò non significava più niente. Il patto era lettera morta. Ormai la questione si riduceva a chiarirsi su quanta forza dispiegare. Avrebbe atteso che i Cullen sconfinassero per cacciarli nel loro territorio o no? Jared aveva detto la verità o approfittava del silenzio fra branchi?

Ci addentrammo sempre più fra le montagne, senza trovare traccia del branco. Dappertutto c’erano tracce evanescenti di vampiro, che ormai mi erano note. Ne avevo respirato l’odore per giorni.

Ne individuai una concentrazione densa e piuttosto recente lungo un sentiero in particolare; l’avevano percorso tutti, eccetto Edward. Si erano riuniti per chissà quale ragione, ma dovevano essersene dimenticati quando Edward aveva riportato a casa la moglie incinta e in fin di vita. Digrignai i denti. Di qualunque cosa si trattasse, non aveva niente a che fare con me.

Leah non si sforzò di superarmi, anche se avrebbe potuto. Prestavo più attenzione agli odori che non alla gara di velocità. Restò alla mia destra e correva con me, più che contro di me.

Ci stiamo spingendo un bel po’ in là, commentò.

Sì. A questo punto, se Sam fosse stato a caccia di vampiri isolati avremmo già trovato la sua scia.

Per lui ora ha molto più senso rifugiarsi a La Push, pensò Leah. Sa che stiamo fornendo ai succhiasangue tre paia di occhi e sei di zampe in più. Non può coglierli di sorpresa.

È solo una precauzione, davvero.

Non vogliamo che i nostri cari parassiti corrano rischi inutili.