Tu agiresti come Rosalie? Ammazzeresti qualcuno — perché è questo che sta facendo: si sta assicurando che nessuno interferisca con la morte di Bella — pur di avere un bambino? Da quando ti interessano i figli?
Voglio solo la possibilità che non ho, Jacob. Forse, se non fossi così sbagliata, non ci avrei mai pensato.
E saresti disposta a uccidere?, domandai, impedendole di cambiare discorso.
Non è questo che sta facendo. A me sembra che stia vivendo la gravidanza per delega. E se Bella chiedesse a me di aiutarla... Rifletté in silenzio. Anche se non ho una grande opinione di lei, probabilmente agirei come la succhiasangue.
Dai miei denti irruppe un ringhio rumoroso.
Perché, se la situazione fosse ribaltata, vorrei che Bella lo facesse per me. E così vorrebbe Rosalie. Agiremmo entrambe come lei.
Puah! Sei crudele come loro!
Questo è l’assurdo nel non poter avere una cosa. La disperazione.
E questo è il mio limite. Punto. Fine della conversazione.
Va bene.
Il suo assenso non mi bastava. Avrei voluto chiudere in modo più brutale.
Ero soltanto a un paio di chilometri da dove avevo lasciato i vestiti, perciò tornai umano e li percorsi a piedi. Non ripensai alla conversazione. Non perché non ci fosse niente su cui soffermarsi, ma perché non ce la facevo. Mi rifiutavo di vederla così, ma era difficile evitarlo dopo che Leah mi aveva messo in testa quei pensieri e quelle emozioni.
No, non avrei corso con lei, dopo. Poteva tornarsene a La Push, triste quanto voleva. Un piccolo ordine alfa, prima di andarmene per sempre, non avrebbe ucciso nessuno.
Raggiunsi la casa che era ancora molto presto. Probabilmente Bella stava dormendo. Pensavo di fare capolino, vedere la situazione, dare il via libera per la caccia e cercarmi un pezzetto d’erba soffice su cui dormire da umano. Fintanto che Leah era sveglia, non intendevo trasformarmi.
Ma c’era un mormorio intenso dentro casa: forse Bella non stava dormendo. Poi, di nuovo, udii il suono dell’apparecchiatura al piano di sopra. Radiografie? Fantastico. Sembrava proprio che il quarto giorno del conto alla rovescia fosse iniziato col botto.
Alice mi aprì la porta prima che entrassi.
Salutò con un cenno. «Ehi, lupo».
«Ehi, nana. Che succede su?».
Il salone era vuoto, tutti i rumori provenivano dal secondo piano.
Scrollò le spalle strette e aguzze. «Altra rottura, temo». Provò a dirlo con disinvoltura, ma vedevo le fiamme sul fondo dei suoi occhi. Io ed Edward non eravamo gli unici sulla graticola per questa storia. Anche Alice voleva bene a Bella.
«Un’altra costola?», chiesi rauco.
«No. Stavolta il bacino».
Strano quanto la cosa continuasse a colpirmi, come se ogni novità fosse una sorpresa. Avrei mai smesso di stupirmi? Col senno di poi, ogni nuovo disastro sembrava quasi ovvio.
Alice fissava le mie mani, che vedeva tremare.
Poi sentimmo la voce di Rosalie dal piano di sopra.
«Ehi, ti ho detto che non ho sentito nessuno schiocco. Meglio che tu ti faccia controllare le orecchie, Edward».
Non seguì nessuna risposta.
Alice cambiò espressione. «Edward finirà per ridurre Rose in briciole, credo. Mi fa specie che lei non se ne accorga. Forse è convinta che Emmett riuscirà a dissuaderlo».
«Di Emmett posso occuparmi io», mi offrii. «Tu puoi aiutare Edward a sbriciolarla».
Alice abbozzò un sorriso.
Lungo le scale comparve la processione e stavolta era Edward a portare Bella. Lei stringeva fra le mani il bicchiere di sangue, pallida in volto. Nonostante l’attenzione che lui poneva in ogni suo minimo movimento per evitare di scuoterla, vedevo chiaramente che lei soffriva.
«Jake», sussurrò, e sorrise nonostante il dolore.
La fissai senza dire niente.
Con delicatezza Edward la fece distendere sul divano e si sedette sul pavimento, vicino alla sua testa. Per un istante mi domandai perché non l’avessero lasciata di sopra, ma capii subito che doveva essere stata un’idea di Bella. Voleva fingere che tutto fosse normale, evitare i macchinari da ospedale. E lui la stava accontentando. Ovviamente.
Carlisle scese con calma, per ultimo, il volto preoccupato. Una volta tanto, sembrava abbastanza vecchio da passare davvero per dottore.
«Carlisle», dissi, «siamo arrivati a metà strada per Seattle. Non c’è traccia del branco. Potete andare».
«Grazie, Jacob. È il momento buono. Ne abbiamo davvero bisogno». I suoi occhi neri guizzarono sulla tazza che Bella teneva stretta.
«Secondo me, potete partire tranquilli e andare in più di tre alla volta. Sam si sta concentrando su La Push, ci scommetto».
Carlisle annuì. Mi sorprese la prontezza con cui accettò il mio consiglio. «Se ne sei convinto tu, va bene. Alice, Esme, Jasper e io andremo ora. Poi Alice tornerà a prendere Emmett e Rose...».
«Neanche per sogno», sibilò Rosalie. «Emmett viene con voi adesso».
«Dovresti andare a caccia», le disse Carlisle con gentilezza.
Il suo tono non addolcì quello di lei. «Andrò a caccia quando ci andrà lui», ringhiò, voltandosi di scatto verso Edward e scrollando i capelli con un gesto secco.
Carlisle sospirò.
Jasper ed Emmett furono in un lampo ai piedi delle scale e nello stesso istante Alice si unì a loro dalla porta a vetri sul retro. Esme corse accanto ad Alice.
Carlisle posò la mano sul mio braccio. Il suo tocco ghiacciato non era piacevole, ma non mi tirai indietro. Restai immobile, un po’ per la sorpresa, un po’ perché non volevo offenderlo.
«Grazie», disse ancora e poi balzò fuori dalla porta con gli altri quattro. Li seguii con lo sguardo mentre volavano sul prato e in un baleno erano già spariti. Dovevano averne più bisogno di quanto immaginassi.
Per un minuto scese il silenzio. Avvertii uno sguardo truce alle mie spalle e sapevo di chi fosse. Avevo progettato di andarmene e farmi un pisolino, ma l’occasione di rovinare la giornata a Rosalie era troppo ghiotta per lasciarmela scappare.
Così m’incamminai verso la poltrona accanto alla sua e mi ci accomodai, allungandomi in modo da tenere il viso inclinato verso Bella e il piede sinistro vicino al volto di Rosalie.
«Bleah. Qualcuno porti fuori il cane», mormorò lei, arricciando il naso.
«La sai questa, Psycho? Sai come muoiono i neuroni delle bionde?».
Non rispose.
«Allora?», chiesi. «L’hai già sentita o no?».
Lei guardò fissa verso la TV e mi ignorò.
«L’ha già sentita?», chiesi a Edward.
Non c’era un’ombra di allegria sul suo volto teso; non distolse gli occhi da Bella. Ma disse: «No».
«Magnifico. Allora ti piacerà, succhiasangue. I neuroni delle bionde muoiono soli».
Rosalie continuava a non guardarmi. «Ho ucciso centinaia di volte più di te, bestia schifosa. Non te lo scordare».
«Un giorno, Miss Universo, ti stancherai di minacciarmi a vuoto. Non vedo l’ora che arrivi, quel giorno».
«Basta, Jacob», disse Bella.
Guardai verso di lei, che mi osservava cupa. Il buonumore del giorno precedente sembrava già svanito da un pezzo.
Be’, non era certo lei che volevo infastidire. «Vuoi che me ne vada?».
Prima che potessi sperare, o temere, che si fosse finalmente stancata di me, batté le ciglia e distese la fronte. Sembrava totalmente sorpresa che fossi giunto a quella conclusione. «No! Certo che no».
Sospirai e udii anche Edward sospirare pianissimo. Chissà quanto desiderava che Bella mi dicesse di andare. Purtroppo non le avrebbe mai chiesto di fare qualcosa che la rendesse infelice.