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«In che senso non sarà necessario? Hai detto che gliene serve di più».

Rispose cauto, i sensi concentrati sulla mia reazione. «Sto cercando di convincere Carlisle a far nascere il bambino appena torna».

«Cosa?».

«Sembra che il bambino stia cercando di evitare i movimenti bruschi, ma è difficile, grosso com’è. Aspettare sarebbe una follia, è evidentemente cresciuto più di quanto Carlisle si aspettasse e Bella è troppo debole perché si possa rimandare».

Ricevevo un colpo basso dopo l’altro. All’inizio avevo contato sull’odio che anche Edward nutriva per quella cosa. Poi avevo sperato di poter far tesoro di quei quattro giorni.

L’oceano infinito di dolore che mi aspettava s’allargò davanti a me.

Provai a respirare di nuovo.

Edward aspettò. Fissai il suo viso mentre mi riprendevo e vi riconobbi un altro cambiamento.

«Sei sicuro che ce la farà», mormorai.

«Sì. Questa era l’altra cosa di cui volevo parlarti».

Non riuscii più a dire niente. Dopo un minuto, proseguì.

«Sì», ripeté. «Aspettare, come abbiamo fatto, che il bambino fosse pronto è stato folle e pericoloso. Ogni momento avrebbe potuto esserle fatale. Ma se prendiamo l’iniziativa, se agiamo in fretta, non vedo perché non dovrebbe andare tutto bene. Poter leggere nella mente del bambino ci è di grande aiuto. Per fortuna Bella e Rose sono d’accordo con me. Ora che le ho convinte che procedere è la scelta più sicura per il piccolo, non c’è niente che non possa funzionare».

«Quando rientra Carlisle?», chiesi con un filo di voce. Il mio respiro non era ancora normale.

«Domani a mezzogiorno».

Le ginocchia mi cedettero. Per reggermi in piedi dovetti aggrapparmi all’auto. Edward si sporse come per aiutarmi, poi ci ripensò e abbassò le mani.

«Mi dispiace», sussurrò. «Mi dispiace davvero per il dolore che tutto questo ti causa, Jacob. Anche se mi odi, devo ammettere che io non provo la stessa cosa per te. Ormai sei quasi... un fratello, sotto molti aspetti. Come minimo, un compagno d’armi. Non puoi capire quanto mi rincresce che tu soffra. Ma Bella sopravviverà», la sua voce si fece intensa, persino violenta, «e so che è questo che t’interessa più di ogni altra cosa».

Probabilmente aveva ragione. Difficile capirlo. Mi girava la testa.

«Detesto chiedertelo proprio ora che hai già tante cose a cui pensare, ma ormai siamo agli sgoccioli. Devo chiederti una cosa, in ginocchio se necessario».

«Non mi è rimasto più niente», dissi con voce strozzata.

Tese di nuovo la mano, quasi a posarla sulla mia spalla, poi come prima la mise giù e sospirò.

«So quanto hai già dato», disse con calma, «ma c’è una cosa che tu, e soltanto tu, puoi fare. Te lo chiedo in qualità di vero alfa, Jacob. Te lo chiedo in qualità di erede di Ephraim».

Così come stavo, era impossibile rispondere.

«Voglio che tu conceda una deroga al patto che avevamo stretto con Ephraim. Ti chiedo di tollerare un’eccezione: dammi il permesso di salvarle la vita. Sai che lo farei comunque, ma non vorrei infrangere il patto finché esiste un modo per evitarlo. Non ci era mai passato per la mente di tornare sui nostri passi e non lo faremo a cuor leggero. Chiedo la tua comprensione, Jacob, perché tu conosci le nostre ragioni alla perfezione. Voglio che l’alleanza fra le nostre famiglie sopravviva anche quando tutto questo sarà finito».

Provai a deglutire. Sam, pensai. È di Sam che hai bisogno.

«No. L’autorità di Sam è fittizia. Appartiene a te. Non gliela porterai mai via, ma nessuno ha più diritto di te a esprimere il consenso a ciò che sto chiedendo».

La decisione non spetta a me.

«Invece sì, Jacob, lo sai. La tua parola e la tua volontà possono condannarci o assolverci. Solo tu puoi concedermelo».

Non riesco a pensarci. Non lo so.

«Non abbiamo molto tempo». Guardò verso la casa.

No, non c’era tempo. I miei pochi giorni erano diventati poche ore.

Non so. Fammici pensare. Dammi un minuto, okay?

«Sì».

Mi avvicinai alla casa e lui mi seguì. Incredibile quanto fosse facile camminare nel buio con un vampiro accanto. In realtà, non mi sentivo né in pericolo né a disagio. Era come camminare accanto a chiunque altro. Be’, a parte la puzza.

Ci fu un movimento fra la vegetazione al limitare del grande prato e poi un basso mugolio. Seth spuntò dalle felci e corse a lunghi passi verso di noi.

«Ehi, moccioso», mugugnai.

Abbassò la testa e gli diedi un colpetto sulla spalla.

«Tutto tranquillo», mentii, «ti dirò dopo. Scusa per essermene andato così».

Sorrise.

«Ehi, di’ a tua sorella di non impicciarsi più, okay? Ha già dato».

Seth annuì.

Gli diedi una spintarella. «Torna al lavoro. Un minuto e ti spiego».

Seth restituì la spinta e partì al galoppo fra gli alberi.

«Ha una delle menti più pure, sincere, gentili che abbia mai percepito», mormorò Edward quando fu scomparso. «Sei fortunato a poter condividere i suoi pensieri».

«Lo so», grugnii.

Tornammo verso casa e le nostre teste scattarono entrambe appena sentimmo il rumore di qualcuno che beveva da una cannuccia. Edward accelerò il passo. Guizzò sui gradini del portico e sparì.

«Bella, amore, pensavo che stessi dormendo», gli sentii dire. «Scusa, non avrei dovuto lasciarti».

«Non preoccuparti. Mi era solo venuta una gran sete... che mi ha svegliata. Meno male che Carlisle ne sta portando altro. Questo bambino ne avrà bisogno quando uscirà da qui».

«Sì, è vero».

«Mi chiedo se non vorrà nient’altro», rifletté.

«Immagino che lo scopriremo».

Entrai anch’io.

Alice disse: «Finalmente», e gli occhi di Bella s’illuminarono nel vedermi. Quel sorriso esasperante, irresistibile, irruppe per un secondo sul suo viso. Poi svanì e il suo volto si spense. Increspò le labbra come se cercasse di non piangere.

Avrei voluto prendere a pugni Leah e la sua stupida bocca.

«Ehi, Bells», dissi svelto. «Come va?».

«Bene», disse.

«Gran giorno oggi, eh? Un sacco di novità».

«Non sei costretto, Jacob».

«Non so di cosa stai parlando», dissi e andai a sedermi sul divano accanto alla sua testa. Edward era già lì seduto per terra.

Mi lanciò uno sguardo di rimprovero. «Mi dis...».

Le chiusi le labbra fra il pollice e l’indice.

«Jake», mormorò cercando di allontanare la mia mano. Il tentativo fu debolissimo, difficile credere che ci stesse provando davvero.

Scossi la testa. «Potrai parlare quando non dirai più stupidaggini».

«Va bene, non lo dico», mugolò.

Tolsi la mano.

«Mi dispiace!», finì d’un fiato e poi sorrise.

Alzai gli occhi al cielo e ricambiai il sorriso. E quando incrociai il suo sguardo, vidi tutto ciò che avevo cercato nel parco.

Mancava un giorno, prima che diventasse un’altra. Ma, se tutto andava bene, sarebbe rimasta viva, ed era questo ciò che contava, giusto? Mi avrebbe guardato con quegli stessi occhi, più o meno. E sorriso con quelle stesse labbra, o quasi. Avrebbe continuato a conoscermi meglio di chiunque altro non avesse pieno accesso ai miei pensieri.

Leah avrebbe potuto essere una compagna interessante, forse anche una vera amica, qualcuno che mi avrebbe difeso. Ma non la mia migliore amica come lo era Bella. Oltre all’amore impossibile che provavo per lei, c’era anche un vincolo che nasceva dal profondo.

Un solo giorno e sarebbe diventata mia nemica. Oppure mia alleata. E, a quanto pareva, la decisione spettava a me.

Sospirai.

Va bene!, pensai, dando l’ultima cosa che avevo da dare. Mi sentii svuotato. Fate pure. Salvatela. Come erede di Ephraim ti do il mio permesso, la mia parola, che questo non violerà il nostro patto. Gli altri dovranno prendersela con me. Hai ragione: non possono negare che ho tutto il diritto di acconsentire.