Tremai, mentre soffiavo altra aria dentro Bella.
Lei tossì e strizzò gli occhi che roteavano alla cieca.
«Resta con me, Bella!», le gridai. «Mi senti? Resta qui! Non voglio che mi lasci. Fai battere il tuo cuore!».
I suoi occhi rotearono, cercando me, o lui, senza vedere niente.
Continuai a fissarli comunque, senza distogliere lo sguardo.
Poi, all’improvviso, sentii il suo corpo divenire immobile sotto le mie mani, nonostante continuasse a respirare convulsamente e il suo cuore battesse. Mi resi conto che quell’immobilità significava che era finita. La lotta interna era finita. Doveva essere uscito.
Infatti.
Edward sussurrò: «Renesmee».
Dunque Bella si era sbagliata. Non era il bambino che aveva immaginato. Nessuna sorpresa. C’era forse qualcosa su cui non si fosse mai sbagliata?
Non staccai lo sguardo dai suoi occhi iniettati di sangue, ma sentii le sue mani scivolare deboli.
«Fammi...», gracidò in un sussurro spezzato. «Dammela».
Ero abituato a vederlo obbedire a ogni sua richiesta, non importa quanto stupida. Ma non immaginavo che l’avrebbe esaudita anche adesso. Perciò non pensai a fermarlo.
Qualcosa di caldo mi toccò il braccio. Avrei dovuto farci caso, in quel momento. Non c’era mai niente che mi sembrasse caldo.
Ma non riuscivo a distogliere gli occhi da Bella. Batté le ciglia e alla fine riuscì a vedere. Mugolò un gemito strano, debole.
«Renes...mee. Sei... bellissima».
E poi singhiozzò. Singhiozzò di dolore.
Quando mi voltai era già troppo tardi. Edward aveva strappato quella cosa calda e sanguinante dalle sue braccia esanimi. I miei occhi guizzarono sulla sua pelle. Era rossa di sangue; quello che le era sgorgato dalla bocca, quello che aveva impiastricciato la creatura e altro sangue che zampillava da un piccolo morso a forma di mezzaluna, proprio sopra il seno sinistro.
«No, Renesmee», mormorò Edward, come se volesse insegnare le buone maniere al mostro.
Non guardai né lui né la cosa. Fissavo solo Bella, i suoi occhi rovesciati.
Con un ultimo tonfo sordo il suo cuore vacillò e tacque.
Perse circa mezzo battito, poi le mie mani scattarono subito a comprimere il petto. Contai a mente, cercando di tenere un ritmo costante. Uno. Due. Tre. Quattro.
Mi staccai per un secondo e soffiai un’altra boccata d’aria dentro di lei.
Non ci vedevo più. I miei occhi erano umidi e sfocati. Ma ero estremamente consapevole dei rumori nella stanza. Il gorgoglio forzato del suo cuore sotto le mie mani impazienti, il rimbombo del mio e di un altro. Un palpitare troppo veloce, troppo leggero che non riuscivo a localizzare.
Le spinsi altra aria in gola.
«Cosa aspetti?», gridai senza fiato, senza smettere di pompare. Uno. Due. Tre. Quattro.
«Prendi la bambina», disse Edward impaziente.
«Buttala dalla finestra». Uno. Due. Tre. Quattro.
«Datela a me», una voce bassa risuonò dalla porta. Edward e io ringhiammo all’unisono.
Uno. Due. Tre. Quattro.
«È tutto sotto controllo», promise Rosalie. «Dammi la bambina, Edward. Me ne prendo cura io finché Bella...».
Feci un’altra respirazione a Bella, mentre avveniva lo scambio. La pulsazione accelerata si dissolse in lontananza.
«Togli le mani, Jacob».
Alzai lo sguardo dagli occhi bianchi di Bella, mentre continuavo a pompare sul suo cuore. Edward stringeva in mano una siringa argentata, forse d’acciaio.
«Cos’è?».
La sua mano rocciosa spinse via le mie. Ci fu un leggero scrocchio: con un colpo mi aveva rotto il mignolo. Nello stesso istante, conficcò l’ago dritto nel cuore di Bella.
«Il mio veleno», rispose mentre abbassava lo stantuffo.
Udii il sussulto del cuore di lei, come avesse usato un defibrillatore.
«Non lasciare che si fermi», ordinò. La sua voce glaciale era di un morto, ostile e meccanica come quella di un automa.
Ignorai il dolore al dito, che già stava passando, e ricominciai a premere sul cuore di Bella. Era più duro, come se le si stesse congelando il sangue; scorreva più denso, lento. Mentre le spingevo il sangue viscoso lungo le arterie, diedi un’occhiata a Edward.
Sembrava che la stesse baciando: strofinò le labbra contro la sua gola, i polsi, la piega all’interno del gomito. Ma sentivo la pelle strapparsi mentre i denti di lui la mordevano senza sosta e inoculavano veleno nel suo organismo in quanti più punti possibile. Vidi la sua lingua esangue muoversi rapidamente lungo le ferite vive ma, prima che ciò potesse farmi infuriare o star male, capii la sua intenzione. Dove la sua lingua aveva lavato il veleno, le ferite si erano chiuse. Trattenendo il siero e il sangue dentro il corpo.
Le soffiai altra aria in bocca, ma non c’era più niente. Unica reazione, il gonfiarsi inerte del suo petto. Continuai a premere sul cuore, contando, mentre Edward, come un forsennato, si dava da fare per rimetterla in sesto. Ma era peggio di Humpty Dumpty caduto dal muro...
Non c’era più niente; solo io, solo lui.
Ad accanirci su un cadavere.
Tutto ciò che rimaneva della ragazza che avevamo amato. Quel cadavere spezzato, dissanguato, martoriato. Non potevamo ricomporre Bella.
Sapevo che era troppo tardi. Sapevo che era morta. Ne ero sicuro perché la sua attrazione era sparita. Non sentivo più alcuna ragione per rimanere lì accanto a lei. Lei non c’era più. Per me quel corpo non esercitava alcuna attrazione. Il bisogno irragionevole di esserle accanto era svanito.
O meglio, si era spostato. Come se l’attrazione venisse dalla parte opposta. Dalla porta, oltre le scale. La brama di scappare e non tornare più, mai più, in quel posto.
«E allora vattene», sbottò Edward spingendo di nuovo via la mia mano, questa volta per prendere il mio posto.
Tre dita rotte, almeno. Me le raddrizzai inebetito, senza pensare al sussulto provocato dal dolore.
Premette sul suo cuore morto ancora più veloce di me.
«Non è morta», ringhiò. «Si riprenderà».
Non ero sicuro che stesse parlando a me, ormai.
Voltai le spalle, lo lasciai con la sua morta e mi diressi lentamente verso l’uscita. Più che lentamente. Quasi non riuscivo a muovere i piedi.
Eccolo arrivato, l’oceano di dolore. L’altra riva così lontana, oltre quella massa d’acqua ribollente, che non potevo neanche immaginarla, ancor meno vederla.
Ancora una volta, smarrito il mio obiettivo mi sentivo vuoto. Salvare Bella era stata la mia battaglia per tanto tempo. E avevo fallito. Aveva deciso di sacrificarsi e di lasciarsi fare a pezzi dalla figlia del mostro. La battaglia era persa. Era tutto finito.
Rabbrividii al suono che mi lasciavo alle spalle, mentre arrancavo lungo le scale. Il suono di un cuore morto costretto a pulsare.
Magari avessi potuto riempirmi la testa di candeggina e friggermi il cervello. Bruciare le immagini degli ultimi minuti di Bella. Mi sarei tenuto un danno cerebrale pur di liberarmene: le urla, il sangue, lo schiocco insopportabile mentre il mostro neonato la faceva a pezzi dall’interno...
Volevo correre via, scendere gli scalini dieci alla volta e volare fuori dalla porta, ma i miei piedi erano pesanti come il ferro e il mio corpo più stanco che mai. Mi trascinai lungo le scale come un vecchio storpio.
Mi fermai sull’ultimo gradino, cercando di raccogliere le forze per uscire di lì.
Rosalie era seduta sulla parte pulita del divano, di spalle, e mormorava smancerie alla cosa fra le sue braccia, avvolta in una copertina. Doveva avermi sentito, ma m’ignorò, presa da quel momento di maternità rubata. Forse era finalmente felice. Aveva ciò che voleva e Bella non sarebbe mai tornata a riprendersi la creatura. Chissà se per tutto quel tempo la perfida bionda non ci aveva sperato.
Teneva qualcosa di scuro fra le mani e udii un succhiare ghiotto provenire dalla minuscola assassina fra le sue braccia.
Il profumo del sangue era nell’aria. Sangue umano. Rosalie le stava dando da mangiare. Ovviamente la creatura aveva bisogno di sangue. Di cos’altro poteva nutrirsi una specie di mostro che aveva brutalmente mutilato la sua stessa madre? Avrebbe bevuto persino il sangue di Bella. Forse lo stava già bevendo.