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Le forze mi tornarono mentre ascoltavo il suono del piccolo boia che mangiava.

La forza, l’odio e il calore... calore rosso che divampava nella mia testa, infiammava tutto senza cancellare niente. Le immagini nella mia mente erano come combustibile: scatenavano l’inferno ma non volevano consumarsi. Sentii un tremore scuotermi dalla testa ai piedi e non provai a bloccarlo.

Totalmente assorbita dalla creatura, Rosalie non mi prestava la minima attenzione. Distratta com’era, non poteva fare in tempo a fermarmi.

Sam aveva ragione. La creatura era un’aberrazione, un’esistenza contronatura. Un demone nero, senz’anima. Qualcosa che non aveva il diritto di vivere.

Qualcosa che andava distrutto.

A quanto pareva, l’attrazione non veniva dall’esterno. La sentivo ancora e m’incoraggiava a farmi avanti. Mi spingeva a farla finita, a purificare il mondo da quell’abominio.

Rosalie avrebbe provato a uccidermi se la creatura fosse morta, ma mi sarei difeso. Non ero sicuro di finirla prima che arrivassero gli altri. Forse sì, forse no. Ma non m’importava.

Non m’importava se i lupi, l’uno o l’altro branco, avrebbero preso posizione, vendicando me o approvando la giustizia dei Cullen. Non m’interessava niente di tutto ciò. L’unica cosa che m’interessava era la mia giustizia. La mia vendetta. La creatura che aveva ucciso Bella non sarebbe vissuta un minuto di più.

Se Bella fosse sopravvissuta, mi avrebbe odiato a morte. Avrebbe desiderato uccidermi con le sue mani.

Ma non m’importava. Come a lei non importava ciò che aveva fatto a me, lasciandosi trucidare come un animale. Perché mai avrei dovuto prendere in considerazione i suoi sentimenti?

E poi c’era Edward. In quel momento doveva essere troppo occupato, troppo rapito dal suo insano proposito, cercare di rianimare un cadavere, per ascoltare i miei piani.

Perciò non potevo mantenere la promessa che gli avevo fatto, a meno che, ma non ci avrei scommesso, non avessi vinto contro Rosalie, Jasper e Alice, in uno scontro tre a uno. Però, se anche avessi vinto, non so se me la sarei sentita di uccidere Edward.

Non provavo abbastanza compassione per farlo. Perché mai permettergli di liberarsi la coscienza da ciò che aveva fatto? Non sarebbe stato più giusto, più appagante, lasciarlo vivere senza niente, senza più niente?

Immaginarlo mi fece persino sorridere, pieno d’odio com’ero. Senza Bella. Senza la figlia assassina. E senza i membri della famiglia che sarei riuscito a far fuori. Non avrei perso tempo a bruciarli, perciò poteva rimetterli assieme. A differenza di Bella, che non sarebbe mai più tornata intera.

Chissà se anche la creatura era capace di ricomporsi. Ne dubitavo. In parte era come Bella e doveva aver ereditato qualcosa della sua vulnerabilità. Lo capivo dal piccolo, martellante battito del suo cuore.

Il cuore della cosa batteva. Quello di Bella non più.

Avevo impiegato un solo secondo per prendere queste semplici decisioni.

Il tremore si faceva più intenso e veloce. Mi rannicchiai, pronto a lanciarmi sulla vampira bionda e a strapparle di mano con i denti l’assassina.

Rosalie fece un risolino alla creatura, mise da parte quella specie di bottiglia metallica vuota e sollevò il mostro in aria per accarezzarle la guancia con il viso.

Perfetta. Quella posizione era perfetta per il mio attacco. Mi sporsi in avanti e sentii il calore che iniziava a trasformarmi mentre il richiamo verso l’assassina cresceva. Era più forte di quanto avessi mai sentito, così forte che mi ricordò un ordine alfa, qualcosa che mi avrebbe annullato se non avessi obbedito.

Ma stavolta volevo obbedire.

L’assassina mi osservò da dietro la spalla di Rosalie, con lo sguardo più concentrato che una creatura appena nata avesse mai avuto.

Occhi caldi e marroni, il colore del cioccolato al latte. Esattamente lo stesso degli occhi di Bella.

Il mio tremore si fermò all’improvviso e fui invaso da un calore più intenso, nuovo. Che non bruciava.

Splendeva.

Tutto si sciolse dentro di me e rimasi immobile davanti al visetto di porcellana della bambina, metà vampira, metà umana. Tutti i lacci che mi stringevano alla vita si spezzarono in un attimo, come lo spago di un grappolo di palloncini. Tutto ciò che mi rendeva ciò che ero — l’amore per la ragazza morta al piano di sopra, l’amore per mio padre, la fedeltà al mio nuovo branco, l’affetto per gli altri miei fratelli, l’odio per i miei nemici, per la mia casa, per il mio nome, per me stesso — si staccò da me in quell’istante — zac, zac, zac — e fluttuò nello spazio.

Ma non andai alla deriva. Un nuovo laccio mi tratteneva dov’ero.

Non uno: un milione. Non di corda, ma d’acciaio. Un milione di cavi d’acciaio che mi legavano a una cosa sola; al centro esatto dell’universo.

Finalmente capii che l’universo ruotava attorno a quel punto. Non avevo mai colto la simmetria dell’universo, che adesso mi era chiara.

Ora non era più la forza di gravità a imbrigliarmi.

Era la bambina fra le braccia della vampira bionda.

Renesmee.

Dal piano di sopra, un rumore nuovo. L’unico che potesse toccarmi in quell’istante infinito.

Un palpitare frenetico, un battito accelerato... Un cuore in trasformazione.

LIBRO TERZO

Bella

L’affetto per le persone è un lusso che ci si può permettere soltanto dopo aver eliminato tutti i nemici. Fino ad allora, chiunque tu ami sarà un ostacolo che ti priverà del coraggio e corromperà il tuo giudizio.

Orson Scott Card, Empire

Prefazione

Non era più solo un incubo: la fila di sagome nere avanzava verso di noi in una coltre di nebbia ghiacciata, sollevata dai loro piedi.

Moriremo, pensai nel panico. Ero disperata per la preziosa creatura che proteggevo, ma pensarci era una distrazione che non potevo permettermi.

Le sagome incombevano sempre più vicine, i neri mantelli si agitavano appena. Vidi quelle mani bianche e ossute stringersi come artigli. Iniziarono a sparpagliarsi per assalirci da ogni direzione. Erano più di noi. Era la fine.

E poi, come il lampo di luce di un flash, la scena cambiò. O meglio, tutto era uguale — i Volturi ci venivano incontro, pronti a uccidere — ma il mio atteggiamento era diverso. D’un tratto ero impaziente. Volevo che attaccassero. Il panico si trasformò in sete di sangue, mentre mi rannicchiavo in avanti, il sorriso sulle labbra e un ruggito fra i denti scoperti.

19

Bruciare

Il dolore era sconvolgente.

Proprio così. Ero sconvolta. Non capivo, non trovavo un senso a ciò che stava accadendo.

Quando il mio corpo cercava di rimuovere il dolore, venivo ripetutamente risucchiata da tenebre che avvolgevano secondi interi, persino minuti di quell’agonia, e rendevano ancora più difficile mantenere il senso della realtà.

Provai a separarle.

La non realtà era nera e non faceva così male.

La realtà era rossa e mi sentivo come fossi stata segata in due, investita da un autobus, messa KO da un peso massimo, calpestata dai tori e immersa nell’acido, tutto contemporaneamente.

La realtà era percepire il mio corpo contorcersi e divincolarsi mentre non potevo neanche muovermi per via del dolore.

La realtà era sapere che c’era qualcosa di molto più importante di tutta quella tortura e non riuscire a ricordare cosa.

La realtà era sopraggiunta troppo in fretta.

Un istante prima, tutto era come avrebbe dovuto essere. Ero circondata da persone che amavo. Sorrisi. In qualche modo, per improbabile che fosse, sembrava che stessi per ottenere tutto ciò per cui avevo lottato.