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Poi una cosa piccola, irrilevante, era andata storta.

Avevo visto il bicchiere capovolgersi, il sangue scuro rovesciarsi e macchiare il bianco immacolato, e con un gesto automatico mi ero chinata a raccoglierlo. Avevo visto le altre mani, rapidissime, eppure il mio corpo continuava ad allungarsi, a tendersi...

Dentro di me, qualcosa aveva strattonato nella direzione opposta.

Lacerandomi. Spezzandomi. Torturandomi.

L’oscurità aveva preso il sopravvento, poi si era trasformata in un’onda di tortura. Non riuscivo a respirare... Già una volta avevo rischiato di annegare, ma era stato diverso: sentivo troppo caldo nella gola.

Parti di me si frantumavano, si spaccavano, si sbriciolavano ...

Altre tenebre.

Poi urla e il dolore che tornava.

«La placenta deve essersi staccata!».

Qualcosa più affilato di un coltello mi trapassò: le parole, sensate a dispetto di quella tortura. Placenta staccata: sapevo cosa significava. Il mio bambino stava morendo dentro di me.

«Fatelo uscire!», urlai a Edward. Perché non l’avevano ancora fatto? «NON RESPIRA! Fatelo uscire SUBITO!».

«La morfina...».

Voleva aspettare e anestetizzarmi mentre nostro figlio stava morendo?!

«NO, ADESSO...!», dissi con un rantolo, incapace di finire.

La luce nella stanza si macchiò di nero mentre da una sorgente fredda un altro dolore infieriva con una gelida pugnalata nella pancia. Qualcosa non andava; lottavo automaticamente per proteggere il mio grembo, il mio bambino, il mio piccolo Edward Jacob, ma ero debole. I polmoni mi facevano male, mi mancava l’ossigeno.

Il dolore scomparve di nuovo, nonostante mi ci stessi aggrappando. Il mio bambino, il mio bambino sta morendo...

Quanto tempo era passato? Secondi, minuti? Il dolore se n’era andato lasciandomi intorpidita, con i sensi azzerati. Ma riuscivo ancora a sentire. E c’era di nuovo aria nei miei polmoni, bolle di dolore che raschiavano su e giù per la gola.

«Resta con me, Bella! Mi senti? Resta qui! Non voglio che mi lasci. Fai battere il tuo cuore!».

Jacob? Jacob, sempre lui, sempre deciso a salvarmi.

, volevo dirgli. Sì che volevo far battere ancora il mio cuore. Non l’avevo promesso a entrambi?

Provai a sentire il cuore, per trovarlo, ma ero persa nel mio stesso corpo. Non sentivo ciò che dovevo, niente era al posto giusto. Battei gli occhi e li trovai. Vidi un po’ di luce. Non era ciò che stavo cercando, ma meglio di niente.

Mentre i miei occhi cercavano di adattarsi, Edward sussurrò: «Renesmee».

Renesmee?

Non era il bambino chiaro e perfetto della mia fantasia? Un attimo di smarrimento. E poi, un fiotto di calore.

Renesmee.

Costrinsi le labbra a muoversi, le bolle d’aria a trasformarsi in sussurri sulla mia lingua. Costrinsi le mani addormentate a tendersi. «Fammi... Dammela».

La luce ondeggiò accecante dalle mani cristalline di Edward. Lo scintillio aveva la sfumatura rossa del sangue che gli macchiava la pelle. E c’era ancora più rosso nelle sue mani. Qualcosa di piccolo si divincolava, grondante di sangue. Edward avvicinò il corpicino caldo alle mie braccia deboli e per me fu quasi un abbraccio. La sua pelle bagnata era calda. Calda come quella di Jacob.

La mia vista si affilò. All’improvviso, tutto fu assolutamente chiaro.

Renesmee non piangeva, ma faceva dei respiri veloci, spaventati. Aveva gli occhi aperti, l’espressione così sconcertata che era quasi divertente. La testa piccola, perfettamente rotonda, era coperta da uno spesso strato di riccioli arruffati e insanguinati. Le iridi erano di un colore familiare ma sorprendente: marrone cioccolato. Sotto il sangue, la pelle era chiara, avorio e crema. Tranne che sulle guance, infiammate di colore.

Il suo viso minuto era così perfetto da lasciarmi senza fiato. Era ancora più bella di suo padre. Incredibile. Impossibile.

«Renes...mee», sussurrai. «Sei... bellissima».

Quel visetto incredibile sorrise all’improvviso: un sorriso ampio, consapevole. Dietro le sue labbra color rosa perla c’era un intero corredo di denti da latte bianchissimi.

Appoggiò la testa in giù, contro il mio petto, rannicchiandosi al tepore. La sua pelle era calda e setosa, ma non aveva la stessa consistenza della mia.

Poi tornò il dolore. Una calda sferzata di dolore. Rantolai.

E lei non c’era più. La mia bambina dal viso d’angelo era sparita. Non potevo vederla né sentirla.

No! Avrei voluto gridare. Ridatemela!

Ma ero troppo debole. Le braccia per un attimo mi sembrarono tubi di gomma vuoti, poi fu come se non ci fossero. Non le sentivo più. Non mi sentivo più.

L’oscurità irruppe nei miei occhi più profonda di prima. Come una benda spessa, salda e stretta. Non mi copriva solo gli occhi ma tutta me stessa, con un peso insostenibile. Spingerla via era estenuante. Sapevo che sarebbe stato molto più semplice lasciar perdere. Permettere alle tenebre di risucchiarmi giù, giù, giù fino a un luogo in cui non c’erano più dolore né stanchezza, né pena né paura.

Fosse stato per me, non sarei riuscita a lottare molto a lungo. Ero solo umana, e umana era la mia forza. Da troppo tempo, come aveva detto Jacob, cercavo di tenere il passo del soprannaturale.

Ma non si trattava solo di me.

Se avessi scelto la via più semplice, se avessi permesso a quel nulla nero di cancellarmi, li avrei distrutti tutti.

Edward. Edward. La mia vita e la sua erano due fili intrecciati. Tagliane uno e li recidi entrambi. Se lui fosse scomparso, non sarei stata capace di sopravvivergli. E se fossi scomparsa io, neanche lui sarebbe sopravvissuto. Un mondo senza Edward mi sembrava completamente privo di senso. Edward doveva esserci.

Jacob che mi aveva detto addio mille volte, ma tornava sempre quando avevo bisogno di lui. Jacob che avevo ferito spesso, quasi con accanimento. Potevo ferirlo di nuovo, nel peggiore dei modi? Mi era rimasto accanto nonostante tutto. L’unica cosa che chiedeva, ora, era che restassi io accanto a lui.

Ma era così buio, non potevo vedere i loro volti. Niente sembrava reale. Era difficile non mollare.

Continuai a spingere contro quel nero, una reazione quasi automatica. Non tentavo di sollevarlo. Stavo solo resistendo per non permettergli di schiacciarmi completamente. Non ero Atlante e quell’oscurità pesava come un pianeta: non potevo reggerla sulle spalle. L’unica possibilità che avevo era di non lasciarmi annullare del tutto.

Era quasi una costante della mia vita. Non ero mai stata abbastanza forte da affrontare le cose fuori dal mio controllo, come attaccare i nemici o sovrastarli. Oppure evitare il dolore. Sempre umana e debole, l’unica cosa alla mia portata era la capacità di andare avanti. Resistere. Sopravvivere.

Fino a quel momento era servita e me la sarei fatta bastare ancora. Avrei resistito finché non fosse arrivato un aiuto.

Sapevo che Edward avrebbe fatto tutto ciò che poteva. Non avrebbe mai gettato la spugna. E neanche io.

Per un pelo, tenevo a bada l’oscurità della non-esistenza.

Ma la determinazione non era sufficiente. Mentre il tempo passava e le tenebre guadagnavano spazio, un millimetro alla volta, avevo bisogno di qualcos’altro da cui trarre forza.

Non riuscivo neanche a visualizzare il volto di Edward. Né quello di Jacob, di Alice, Rosalie, Charlie, Renée, Carlisle, o Esme... niente.

Ne fui terrorizzata e mi chiesi se non fosse troppo tardi.

Mi sentii scivolare. Non c’era più niente a cui aggrapparsi.

No! Dovevo sopravvivere. Edward contava su di me. Jacob. Charlie Alice Rosalie Carlisle Renée Esme...

Renesmee.

E all’improvviso, sebbene non vedessi niente, riuscii a sentire qualcosa. Come fossero arti fantasma, immaginai di sentire di nuovo le mie braccia. E fra loro, qualcosa di piccolo e duro, e molto, molto caldo.