La mia bambina. La mia piccola brontolona.
Ce l’avevo fatta. Contro ogni pronostico ero stata abbastanza forte da sopravvivere a Renesmee, ad aggrapparmi a lei fintanto che non era stata abbastanza forte da sopravvivere senza di me.
Quel punto caldo fra le mie braccia fantasma era così reale. Lo strinsi più forte, esattamente sul mio cuore. Stretta al caldo ricordo di mia figlia, sapevo che sarei stata in grado di combattere le tenebre per il tempo necessario.
Il calore accanto al mio cuore si fece sempre più reale, sempre più forte. Rovente. Così reale che era difficile credere che fosse tutta immaginazione.
Ancora più caldo.
E sempre meno piacevole. Troppo caldo. Troppo, troppo caldo.
Come se avessi afferrato un arricciacapelli dalla parte sbagliata, la mia reazione automatica fu di lanciare via ciò che mi ardeva fra le braccia. Ma fra le mie braccia non c’era niente. Le mie braccia non erano piegate sul petto. Le mie braccia erano oggetti morti che giacevano da qualche parte accanto a me. Il calore veniva da dentro.
Il fuoco crebbe, aumentò, raggiunse un apice e crebbe ancora, fino a superare qualsiasi altra sensazione avessi mai provato.
Nel mio petto, dietro le fiamme, sentii pulsare qualcosa e capii di aver ritrovato il mio cuore, appena in tempo per desiderare di non averlo mai fatto, di restare avvinta all’oscurità finché ne avevo ancora la possibilità. Avrei voluto alzare le braccia e squarciarmi il petto per strapparmi via il cuore. Qualunque cosa pur di sfuggire a quella tortura. Ma non sentivo le braccia, non riuscivo a muovere neanche un dito fantasma.
James che mi spezzava la gamba con il piede: quello era niente. Era un letto di piume, al confronto. Avrei fatto cambio, cento volte. Cento gambe spezzate. Le avrei accettate e avrei pure detto grazie.
La bambina che mi spezzava le costole a calci, che si faceva spazio sbriciolandomi, non era niente. Era galleggiare in una piscina d’acqua fresca. L’avrei preferito mille volte. L’avrei accettato ringraziandola.
Il fuoco avvampò con maggiore intensità e desiderai urlare, pregare qualcuno di uccidermi subito, di non impormi neanche un secondo in più di quel dolore. Ma non riuscivo a muovere le labbra. Il peso era ancora lì, a schiacciarmi.
Mi resi conto che non era l’oscurità a spingermi in basso, ma il mio stesso corpo. Pesante. Mi seppelliva fra le fiamme che nascevano dal cuore e lo rimasticavano per farsi strada e dispiegarsi con un dolore insopportabile attraverso le spalle e lo stomaco, ustionandomi la gola, fino a lambire il viso.
Perché non riuscivo a muovermi? Perché non riuscivo a urlare? Non era questo ciò che mi avevano raccontato.
La mia mente, insostenibilmente sveglia e lucida per via del dolore violento, colse la risposta appena formulai la domanda.
La morfina.
Ne avevamo discusso circa un milione di morti prima, io, Edward e Carlisle. Loro speravano che la giusta dose di sedativo bastasse a controllare il dolore del veleno. Carlisle ci aveva già provato con Emmett, ma il veleno aveva iniziato la sua opera prima del farmaco e gli aveva sigillato le vene. L’analgesico non aveva avuto tempo di diffondersi nel corpo.
Sforzandomi di mantenere un’espressione tranquilla, avevo annuito e ringraziato la mia piccola buona stella per il fatto che Edward non potesse leggermi nel pensiero.
Perché mi era già successo di assumere morfina e veleno insieme, e sapevo la verità. Sapevo che l’insensibilità causata dal farmaco era completamente irrilevante fintanto che il veleno mi scorreva nelle vene. Ma non mi ero mai azzardata a parlarne. Non volevo rafforzare la sua ritrosia a trasformarmi.
Non avevo immaginato che la morfina avrebbe avuto quell’effetto, che mi avrebbe immobilizzata e imbavagliata. Paralizzata, mentre bruciavo.
Conoscevo tutte le storie. Sapevo che Carlisle era rimasto abbastanza silenzioso da evitare che lo scoprissero mentre bruciava. Sapevo che, secondo Rosalie, urlare non era utile. E avevo sperato di comportarmi come Carlisle. Dovevo credere a Rosalie e tenere la bocca chiusa, perché sapevo che ogni urlo che mi fosse sfuggito dalle labbra sarebbe stato un tormento per Edward.
Ora che il mio desiderio si stava avverando, sembrava uno scherzo spaventoso.
Se non potevo urlare, come potevo implorarli di uccidermi?
Non desideravo altro che morire. Non essere mai nata. La mia intera esistenza svaniva di fronte a quel dolore. Non valeva la pena di sopravvivere a un altro battito del cuore.
Fatemi morire, fatemi morire, fatemi morire.
E, per un intervallo infinito, non ci fu nient’altro. Solo la tortura incandescente e le mie grida mute che imploravano l’arrivo della morte. Nient’altro, neanche il tempo. Al suo posto l’infinito, senza inizio e senza fine. Un infinito momento di dolore.
L’unico cambiamento giunse quando all’improvviso, incredibilmente, il dolore raddoppiò. La parte bassa del mio corpo, insensibile già prima della morfina, di colpo s’incendiò. Qualche giuntura rotta si era saldata grazie alle lingue di fuoco.
L’incendio infuriava, interminabile.
Passarono secondi o giorni, forse settimane o anni, ma a un certo punto il tempo tornò ad avere senso.
Successero tre cose insieme, sovrapposte, tanto che non capii quale fosse la prima. Il tempo ricominciò a scorrere, l’effetto della morfina scomparve e riguadagnai le forze.
Sentivo di riprendere il controllo sul mio corpo un passo alla volta, e ogni passo era il segno che il tempo si riattivava. Mi accorsi che ero in grado di contrarre le dita dei piedi e di stringere i pugni. Ne ero consapevole ma non volli farlo.
L’intensità del fuoco non diminuì di un solo grado. Tuttavia, iniziai a percepirlo diversamente, con una sensibilità nuova che analizzava una per una le fiamme urticanti che mi riempivano le vene. E malgrado tutto, capii che potevo ricominciare a pensare.
Ricordavo perché non potevo urlare. Ricordavo la ragione per cui mi ero impegnata a sopportare quell’agonia insopportabile. Ricordavo che, per quanto mi sembrasse impossibile, c’era qualcosa che valeva quella tortura.
Questo accadde appena in tempo perché mi ci potessi aggrappare quando i pesi abbandonarono il mio corpo. Nessuno, dall’esterno, si sarebbe accorto del cambiamento. Ma per me che lottavo per trattenere le grida e i colpi chiusi nel mio corpo, dove non potevano far male a nessuno, era come passare dall’essere legata al rogo mentre bruciavo, ad afferrare il rogo per reggermi nel fuoco.
Ero forte quel tanto che bastava per restare immobile a incenerirmi viva.
Il mio udito si fece sempre più acuto: riuscivo a contare i battiti frenetici e accelerati del mio cuore che segnavano il tempo.
I respiri corti che tossivo fra i denti.
E quelli bassi, regolari, che venivano da qualcun altro al mio fianco. Erano più lenti e mi concentrai su di essi. Tramite loro, scandivo una quantità maggiore di tempo. Meglio di un pendolo, quei respiri mi spinsero, un secondo infuocato dopo l’altro, verso la fine.
Divenni sempre più forte, con i pensieri più chiari. Riuscivo a udire ogni nuovo rumore.
Ci furono passi leggeri, il mormorio e lo spostamento d’aria di una porta che si apriva. I passi si fecero più vicini e sentii una pressione nell’incavo del polso. Non avvertii il gelo delle mani. Il fuoco aveva cancellato ogni mia memoria del freddo.
«Nessun cambiamento?».
«No».
Una pressione più leggera, un respiro contro la pelle urticata.
«L’odore della morfina non c’è più».
«Infatti».
«Bella? Mi senti?».
Sapevo, fuori di ogni dubbio, che se avessi aperto la bocca avrei perso completamente il controllo. Avrei urlato, gridato, mi sarei agitata e contorta. Se avessi aperto gli occhi, se avessi piegato anche solo un dito... qualunque movimento avrebbe significato perdere il controllo.
«Bella? Bella, amore? Riesci ad aprire gli occhi? A stringermi la mano?».
Una pressione sulle mie dita. Fu terribile non rispondere a quella voce, ma rimasi paralizzata. Sapevo che il dolore nella sua voce non era niente rispetto a quello che poteva essere. In questo momento aveva solo paura che stessi soffrendo.