«Avremo tutto il tempo del mondo per le spiegazioni, amore», mi ricordò con dolcezza.
Certo. Avrei aspettato un altro po’ per la risposta; sarebbe stato più facile ascoltare senza il dolore intenso della sete incandescente che sconvolgeva la mia concentrazione. «Okay».
«Alt, alt, alt», fremette Alice sulla porta. Entrò danzando nella stanza, con grazia da sogno. Come con Edward e Carlisle, rimasi scioccata quando la vidi davvero. Era adorabile. «Avevate promesso che ci sarei stata anch’io la prima volta! Che ne dite di portare qui una bella superficie riflettente?».
«Alice...», protestò Edward.
«Ci vorrà solo un secondo!», e schizzò via.
Edward sospirò.
«Di cosa sta parlando?».
Ma Alice era già di ritorno, assieme all’enorme specchio con la cornice dorata che stava in camera di Rosalie, alto quasi due volte lei e largo molto di più.
Fino a quel momento Jasper era rimasto talmente immobile che non avevo più pensato alla sua presenza. Si spostò da dietro Carlisle per avvicinarsi ad Alice, gli occhi inchiodati alla mia espressione. Perché il pericolo ero io.
Sapevo che stava studiando anche il mio stato d’animo e dovette avvertire la mia sensazione di sbalordimento mentre osservavo il suo viso, guardandolo da vicino per la prima volta.
Ai miei miopi occhi umani, le cicatrici lasciate dalla sua vita precedente con l’esercito dei neonati nel Sud erano quasi invisibili. Avrei potuto notarle soltanto sotto una luce forte, che ne mettesse a fuoco le sagome leggermente sporgenti.
Ora che ci vedevo bene, le cicatrici erano la sua caratteristica dominante. Era difficile non fissarsi sul collo e sulla mascella, devastati; difficile credere, persino per un vampiro, che fosse sopravvissuto a tutti quei denti conficcati nella gola.
Istintivamente m’irrigidii per difendermi. Qualsiasi vampiro avesse incontrato Jasper avrebbe avuto la stessa reazione. Le cicatrici erano come un’insegna luminosa. Pericolo, urlavano. Quanti vampiri avevano provato a uccidere Jasper? Centinaia? Migliaia? Lo stesso numero che era morto nel tentativo.
Jasper vide e percepì al tempo stesso il mio giudizio, la mia cautela, e sorrise sardonico.
«Edward non mi ha dato la soddisfazione di metterti davanti a uno specchio prima del matrimonio», disse Alice, distraendo la mia attenzione dal suo spaventoso compagno. «E non ho più intenzione di farmi mettere i piedi in testa».
«In testa?», chiese Edward scettico, inarcando un sopracciglio.
«Forse sto esagerando», mormorò lei soprappensiero e girò lo specchio verso di me.
«E forse tutto questo ha a che fare soltanto con la tua gratificazione voyeuristica», considerò lui.
Alice gli fece l’occhiolino.
Prestai pochissima attenzione a questo scambio. La maggior parte della mia concentrazione era convogliata sulla persona nello specchio.
La prima reazione fu un piacere inconsapevole. La creatura aliena riflessa era indiscutibilmente bellissima, almeno quanto Alice o Esme. Era flessuosa persino se immobile e il suo viso perfetto, pallido come la luna, era incorniciato da una folta chioma di capelli neri. Gli arti erano sinuosi e forti, la pelle brillava leggermente, luminosa come perla.
La seconda reazione fu di orrore.
Chi era quella? A un primo sguardo non ritrovai il mio viso nella superficie liscia e perfetta dei suoi tratti.
E gli occhi! Dovevo aspettarmeli, ma gli occhi mi crearono lo stesso un brivido di terrore.
Mentre studiavo e reagivo a quella figura, il volto rimase perfettamente composto, la scultura di una dea, e non mostrava niente del tumulto che mi si agitava dentro. Poi le sue labbra piene si mossero.
«Gli occhi?», sussurrai, incapace di dire i miei occhi. «Per quanto tempo?».
«Fra qualche mese saranno più scuri», disse Edward con voce tenera, confortante. «Il sangue animale diluisce il colore più velocemente del sangue umano. Prima diventeranno d’ambra, poi dorati».
I miei occhi sarebbero divampati come crudeli fiamme rosse per mesi?
«Mesi?», dissi con voce più alta, enfatica. Allo specchio, le sopracciglia perfette s’inarcarono incredule su quegli occhi cremisi ardente, più luminosi di quanto avessi mai visto.
Jasper fece un passo avanti, allarmato dalla repentina intensità della mia ansia. Conosceva troppo bene i giovani vampiri: queste emozioni erano il preludio a un passo falso?
Nessuno rispose alla mia domanda. Osservai Edward e Alice. I loro occhi erano leggermente distratti: una reazione all’inquietudine di Jasper. Ascoltavano ciò che l’aveva procurata e guardavano all’immediato futuro.
Feci un altro respiro profondo e inutile.
«No, sto bene», li rassicurai. I miei occhi guizzarono verso l’estranea allo specchio, poi verso di loro. «È solo che... non è facile accettare tutto».
Jasper corrugò la fronte, evidenziando le due cicatrici sull’occhio sinistro.
«Non lo so», mormorò Edward.
La donna allo specchio aggrottò la fronte. «Che domanda mi sono persa?».
Edward sorrise. «Jasper si chiedeva come fai».
«A fare che?».
«A controllare le tue emozioni, Bella», rispose Jasper. «Non ho mai visto un neonato in grado di frenare così le emozioni che sta provando. Eri turbata, ma quando hai notato la nostra preoccupazione ti sei dominata e hai ripreso il controllo di te stessa. Ero pronto a darti una mano, ma non ne hai avuto bisogno».
«C’è qualcosa che non va?», chiesi. Il mio corpo restò automaticamente impietrito, in attesa del verdetto.
«No», disse, ma la voce era insicura.
Edward mi accarezzò il braccio, un incoraggiamento a rilassarmi. «È impressionante, Bella, ma non lo capiamo. Non sappiamo quanto durerà».
Ci pensai un attimo. Avrei potuto esplodere in qualunque momento? Trasformarmi in un mostro?
Eppure non avvertivo nulla del genere. Forse non c’era modo di anticipare una cosa del genere.
«Piuttosto, che ne pensi?», chiese Alice, un po’ impaziente, guardando lo specchio.
«Non lo so», tergiversai, senza voler ammettere quanto ero spaventata.
Fissai la donna stupenda dagli occhi terrificanti, cercandovi qualche parte di me. C’era qualcosa nella forma delle labbra: al di là della bellezza frastornante, il labbro superiore era leggermente sbilanciato, un po’ troppo pieno rispetto a quello inferiore. Ritrovare quel piccolo difetto familiare mi fece sentire un po’ meglio. Forse da qualche parte c’era anche il resto di me.
Alzai la mano per fare una prova e la donna nello specchio mi imitò, toccandosi il viso. I suoi occhi cremisi mi guardavano circospetti.
Edward sospirò.
Mi voltai verso di lui alzando un sopracciglio.
«Deluso?», chiesi con voce melodiosa e impassibile.
Rise. «A dire la verità, un po’ sì», disse.
Sentii la sorpresa sbriciolare la mia maschera composta e il dolore che seguì all’istante.
Alice ringhiò. Jasper si sporse di nuovo avanti, aspettando che scattassi.
Ma Edward li ignorò, mi abbracciò stretta malgrado fossi immobile e premette le labbra contro la mia guancia. «Sai, speravo di poter finalmente ascoltare la tua mente, ora che è più simile alla mia», mormorò. «Invece eccomi qua, frustrato come sempre, a chiedermi che cosa diavolo ti passa per la testa».
Mi sentii subito meglio. «Ah, be’», dissi leggera, lieta che i miei pensieri fossero ancora miei. «Mi sa che il mio cervello non funzionerà mai bene. Se non altro sono carina».
Era già più facile scherzare con lui, pensare in modo chiaro. Essere me stessa.
Edward ruggì al mio orecchio. «Bella, tu non sei mai stata solo carina».
Poi allontanò il viso e sospirò. «Va bene, sì», disse a qualcuno.
«Cosa?», chiesi.
«Stai facendo innervosire Jasper ogni secondo che passa. Si rilasserà soltanto dopo che sarai andata a caccia».
Guardai l’espressione preoccupata di Jasper e annuii. Se proprio doveva succedere, non volevo perdere le staffe in casa. Meglio essere circondata da alberi che da familiari.