«Okay. Andiamo a caccia», concordai, e un brivido di nervosismo e aspettativa sussultò nel mio stomaco. Mi sciolsi dall’abbraccio di Edward, lo presi per mano e voltai le spalle alla donna strana e bellissima nello specchio.
21
Prima caccia
«Dalla finestra?», chiesi fissando un piano più giù.
L’altezza di per sé non mi aveva mai spaventata, ma vedere con chiarezza tutti i dettagli faceva apparire meno allettante la prospettiva. Gli spigoli delle pietre erano più affilati di quanto avessi mai immaginato.
Edward sorrise. «È l’uscita più veloce. Se hai paura, ti porto io».
«Abbiamo l’eternità davanti, e ti preoccupi del tempo che ci metteremmo a uscire dal retro?».
Si accigliò leggermente. «Giù ci sono Renesmee e Jacob...».
«Ah».
Giusto. Adesso il mostro ero io. Dovevo tenermi lontana dagli odori che potevano innescare il mio lato selvaggio, in particolare dalle persone che amavo. Ma anche da quelle che non conoscevo ancora.
«Renesmee sta bene... con Jacob lì?», sussurrai. Finalmente mi resi conto che il cuore che avevo sentito battere giù doveva essere quello di Jacob. Tesi di nuovo l’orecchio, ma udivo soltanto le pulsazioni accelerate. «Non gli è mai andata a genio».
Le labbra di Edward si tesero in modo strano. «Fidati, è perfettamente al sicuro. Conosco i pensieri di Jacob dal primo all’ultimo».
«Ovvio», mormorai e guardai di nuovo giù.
«Stai forse prendendo tempo?», mi provocò.
«Un po’. Non so come...».
Ero consapevole che dietro di me i miei familiari mi guardavano in silenzio. Più o meno: Emmett aveva già ridacchiato sotto i baffi una volta. Un errore e si sarebbe sganasciato. E sarebbero iniziate le barzellette sull’unica vampira imbranata al mondo!
E poi, il vestito, che Alice probabilmente mi aveva infilato mentre ero troppo persa nel fuoco per accorgermene, non era certo quello che avrei scelto per mettermi a saltare per cacciare. Aderente seta azzurra? A cosa pensava che mi sarebbe servito? O forse era in programma un cocktail party dopo?
«Guardami», disse Edward. Poi, con grande disinvoltura, usci dalla finestra aperta e cadde.
Lo osservai con attenzione, analizzando l’angolo con cui aveva piegato le ginocchia per assorbire l’impatto. Il suono dell’atterraggio era stato sordo, come una porta chiusa con dolcezza o un libro posato con delicatezza sopra un tavolo.
Non sembrava difficile.
Mi concentrai serrando i denti e provai a copiare il suo passo disinvolto nel vuoto.
Ah! Il terreno parve muoversi verso di me così lentamente che fu cosa da niente poggiare il piede — che scarpe mi aveva messo addosso Alice? Tacchi a spillo? Pazza! — e posare le mie stupide scarpe a terra come se stessi banalmente camminando.
Assorbii l’impatto sulla punta dei piedi, perché non volevo spezzare i tacchi sottili. L’atterraggio era stato tranquillo come quello di Edward. Gli sorrisi.
«È vero. È facile».
Ricambiò il sorriso. «Bella?».
«Sì?».
«Sei stata molto aggraziata... anche per un vampiro».
Ci pensai su un attimo e poi m’illuminai. Se l’aveva detto tanto per dire, perché Emmett non si era messo a ridere? Nessuno trovò il suo commento divertente, perciò forse era vero. Nessuno aveva mai usato la parola "aggraziata" per descrivermi, in una vita, anzi, in un’esistenza intera.
«Grazie», risposi.
Poi, mi sfilai le scarpe d’argento satinato e le lanciai verso la finestra aperta. Con troppa energia, forse, ma per fortuna qualcuno le colse al volo prima che potessero rovinare le pareti di legno.
Alice brontolò: «Il suo senso estetico non è migliorato quanto il suo equilibrio».
Edward mi prese la mano — non smettevo di meravigliarmi di come fosse liscia la sua pelle e la sua temperatura gradevole — e guizzò per il prato fino alla riva del fiume. Lo seguii senza sforzi.
Ogni attività fisica sembrava molto semplice.
«Dobbiamo nuotare?», gli chiesi quando ci fermammo di fronte all’acqua.
«E rovinare il tuo bel vestito? No. Dobbiamo saltare».
Contrassi le labbra mentre ci pensavo. Il fiume in quel punto era largo una quarantina di metri.
«Prima tu», dissi.
Mi toccò la guancia, prese due lunghi passi di rincorsa e scattò, lanciandosi da una pietra liscia saldamente ancorata alla sponda. Studiai il suo movimento fulmineo mentre tracciava un arco sopra l’acqua e faceva una capriola prima di scomparire fra il fitto degli alberi dall’altra parte del fiume.
«Esibizionista», mugugnai e udii la sua risata invisibile.
Feci cinque passi indietro, per sicurezza, e respirai a fondo.
All’improvviso ero di nuovo ansiosa. Non di cadere né di farmi male. Ero preoccupata di procurare danni alla foresta.
Era affiorata lentamente, ma ora la sentivo: la forza grezza e massiccia che vibrava nei miei arti. D’un tratto fui sicura che se avessi voluto scavare un tunnel sotto il fiume, farmi strada a unghiate o a pugni sul fondo, non ci avrei messo molto. Tutto attorno a me, gli alberi, gli arbusti, le rocce... la casa, iniziava ad apparirmi molto fragile.
Sperando che Esme non fosse particolarmente affezionata a nessun albero dall’altra parte del fiume, feci la prima falcata. Poi mi fermai, quando la seta attillata si strappò di quindici centimetri lungo la coscia.
Be’, Alice in fondo trattava i vestiti come fossero tutti usa e getta e non si sarebbe dispiaciuta troppo. Mi chinai per afferrare i lembi della cucitura danneggiata e, esercitando la minor pressione possibile, strappai il vestito per tutta la lunghezza della coscia. Poi sistemai in quel modo anche l’altro lato.
Molto meglio.
Sentii le risate smorzate dentro casa, e il suono di qualcuno che digrignava i denti. La risata veniva dal piano di sopra, mentre riconobbi molto facilmente quel ridacchiare rauco, brusco, così diverso, dal piano terra.
Anche Jacob mi stava osservando? Non riuscivo a immaginare cosa stesse pensando o cosa facesse ancora lì. Avevo sperato di poterlo ritrovare, se mai mi avesse perdonata, in un futuro lontano, quando io fossi stata più stabile e il tempo avesse guarito le ferite che avevo inflitto al suo cuore.
Non mi voltai a guardarlo, consapevole dei miei sbalzi d’umore. Non era il caso di lasciare che le emozioni mi condizionassero il pensiero. I timori di Jasper si erano trasmessi anche a me. Prima di cimentarmi con qualsiasi altra cosa, dovevo cacciare. Provai a dimenticare tutto il resto, in modo da concentrarmi.
«Bella?», mi chiamò la voce di Edward che si avvicinava dal bosco. «Vuoi che ti mostri di nuovo come si fa?».
Ma ricordavo ogni dettaglio, ovviamente, e non volevo dare a Emmett un’ulteriore ragione per ridere di quelle mie prime lezioni. Si trattava di una questione fisica, doveva essere istintiva. Respirai a fondo e corsi verso il fiume.
Eliminato l’ostacolo della gonna, mi bastò un unico lungo balzo per raggiungere l’altra riva. Solo un ottantaquattresimo di secondo, che mi parve lunghissimo; i miei occhi e la mia mente si muovevano così veloci che un passo fu sufficiente. Fu semplice poggiare il piede destro sulla pietra piatta ed esercitare la pressione utile a far schizzare il mio corpo per aria. Prestai più attenzione alla mira che alla forza, così mi sbagliai sulla quantità di potenza necessaria; se non altro, non corsi il rischio di bagnarmi. Saltare più in là di quarantacinque metri era fin troppo facile...
Fu una cosa strana, vertiginosa, elettrizzante, ma breve. Non era passato neanche un secondo e già ero dall’altra parte.
Mi aspettavo che la vegetazione fitta costituisse un problema, invece fu sorprendentemente utile. Mentre ricadevo fra gli alberi, fu semplice allungare una mano per aggrapparmi a un ramo provvidenziale; mi lasciai penzolare e atterrai sulla punta dei piedi, a meno di cinque metri da terra, sull’ampia fronda di un abete Sitka.
Fantastico.