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Lasciai andare le mani. «Davvero?».

«Sì. Ogni volta che lui e Rosalie sono un po’ lenti a darle da mangiare. Rose lo trova molto divertente».

Lo guardai, scioccata e con un certo senso di colpa, perché dovevo ammettere che questo mi faceva piacere in un modo leggermente capriccioso.

Ovviamente, sapevo già che Renesmee non era velenosa. Ero stata la prima a essere morsa. Non feci però questa osservazione ad alta voce, visto che fingevo di non ricordare gli eventi più recenti.

«Bene, Seth», disse Carlisle, alzandosi e indietreggiando. «Penso sia tutto ciò che posso fare. Prova a non muoverti per... be’, qualche ora, credo». Ridacchiò. «Mi piacerebbe che curare gli umani desse gratificazioni altrettanto istantanee». Passò la mano sui capelli neri di Seth. «Non ti muovere», gli ordinò, poi scomparve al piano di sopra. Sentii chiudersi la porta del suo studio e mi chiesi se avessero già rimosso le tracce del mio passaggio là dentro.

«Magari ce la faccio a rimanere fermo per un po’», acconsentì Seth dopo che Carlisle se n’era già andato, poi sbadigliò. Con cautela, attento a non torcere la spalla, poggiò la testa sul divano e chiuse gli occhi; un secondo dopo, la sua bocca si rilassò completamente.

Guardai accigliata il suo volto pacifico per un altro minuto. Come Jacob, Seth sembrava avere il dono di addormentarsi quando voleva. Certa che per un po’ non sarei stata in grado di scusarmi, mi alzai. Il movimento non urtò minimamente il divano. Tutto ciò che era fisico era semplicissimo. Ma il resto...

Edward mi seguì verso la vetrata e mi prese la mano.

Leah camminava avanti e indietro lungo il fiume, fermandosi in continuazione per guardare la casa. Era facile capire quando cercava il fratello e quando me: alternava sguardi ansiosi a occhiate assassine.

Udivo Jacob e Rosalie che, sui gradini della veranda, battibeccavano sottovoce sui turni per dare da mangiare a Renesmee. Il loro antagonismo non si era placato e l’unica cosa su cui si trovavano d’accordo era che dovevo restare lontana dalla bambina finché non mi fossi ripresa al cento per cento dagli sbalzi d’umore. Edward si era opposto, ma li avevo lasciati fare. Anch’io volevo esserne sicura. Ero preoccupata, però, che la stima che facevo io di questo cento per cento e quella loro divergessero di parecchio.

A parte il loro bisticcio, il respiro lento di Seth e lo sbuffare infastidito di Leah, era tutto molto silenzioso. Emmett, Alice ed Esme erano a caccia. Jasper era rimasto a casa per sorvegliarmi. Se ne stava discreto dietro il montante della scala, cercando di non infastidirmi.

Approfittai di quella calma per pensare a tutte le cose che Edward e Seth mi avevano spiegato mentre Carlisle steccava il braccio di quest’ultimo. Mi ero persa un sacco di novità mentre bruciavo e quella era la prima vera occasione di capirci qualcosa.

La notizia più importante era la fine della faida con il branco di Sam, il motivo per cui gli altri si sentivano di nuovo liberi di andare e venire come volevano. L’armistizio si dimostrava più solido che mai. O più fastidioso, secondo i punti di vista.

Fastidioso perché la più sacra di tutte le leggi del branco era che nessun lupo poteva uccidere per nessun motivo l’oggetto dell’imprinting di un altro lupo. L’infrazione di questa legge, consapevole o accidentale che fosse, non ammetteva il perdono e i lupi coinvolti avrebbero combattuto fino alla morte; non c’era alternativa. Era accaduto tanto tempo prima, mi raccontò Seth, ma si era trattato di un incidente. Nessun lupo avrebbe mai distrutto intenzionalmente un fratello in quel modo.

Perciò Renesmee era intoccabile, per via di quello che Jacob provava per lei. Provai a concentrarmi sul sollievo che ciò avrebbe dovuto comportare, piuttosto che sul disappunto, ma non fu facile. La mia mente era abbastanza spaziosa da provare intensamente entrambe le emozioni.

E Sam doveva accettare la mia trasformazione senza arrabbiarsi, perché Jacob, in qualità di vero alfa, l’aveva permessa. Che amarezza, rendermi conto ancora una volta di quanto dovevo a Jacob, mentre il mio unico desiderio era di arrabbiarmi con lui.

Con uno sforzo di volontà diedi un nuovo indirizzo ai miei pensieri, per tenere a bada le emozioni. Riflettei su un altro fenomeno interessante: benché il silenzio fra i due branchi proseguisse, Jacob e Sam avevano scoperto che gli alfa potevano parlarsi quando erano entrambi in forma di lupo. Non potevano sentire uno i pensieri dell’altro come prima della scissione, però. Secondo Seth, somigliava più a una conversazione ad alta voce. Sam poteva sentire solo i pensieri che Jacob voleva condividere, e viceversa. E, ora che avevano ripreso i rapporti, avevano scoperto di poter comunicare anche a distanza.

Se n’erano accorti soltanto quando Jacob era andato da solo — malgrado le obiezioni di Seth e Leah — a spiegare a Sam di Renesmee. Era stata l’unica occasione in cui aveva lasciato da sola la bimba, dal primo sguardo che aveva posato su di lei.

Appreso che la situazione era cambiata, Sam era tornato con Jacob per parlare a Carlisle. Si erano incontrati in forma umana (Edward si era rifiutato di lasciarmi per fare da traduttore) e avevano rinnovato il patto. Non credo, però, che lo spirito fosse amichevole come un tempo.

Una grossa preoccupazione in meno.

Ma ce n’era un’altra che, per quanto non fosse pericolosa come un branco di lupi arrabbiati, mi sembrava molto più urgente.

Charlie.

Aveva parlato con Esme, quel mattino, ma ciò non lo aveva dissuaso dal chiamare di nuovo, due volte, appena qualche minuto prima, mentre Carlisle medicava Seth. Carlisle ed Edward avevano lasciato squillare il telefono a vuoto.

Qual era la mossa più giusta da fare? Avevano ragione i Cullen? Il modo migliore, il meno crudele, era dirgli che ero morta? Sarei stata in grado di fingere, immobile in una bara, mentre lui e mia madre piangevano per me?

Non mi sembrava giusto. Ma rischiare che Charlie o Renée restassero vittime dei Volturi e della loro ossessione per la segretezza era del tutto fuori discussione.

Un’idea ce l’avevo: permettere a Charlie di vedermi, quando fossi stata pronta, e lasciare che si creasse le sue spiegazioni di comodo. Tecnicamente, le regole dei vampiri sarebbero state rispettate. Non era meglio per Charlie sapere che ero viva — più o meno — e felice? Per quanto mi trovasse strana, diversa e probabilmente spaventosa?

I miei occhi, in particolare, ora come ora erano troppo terrificanti. Quanto avrei dovuto aspettare, prima che i miei occhi e il mio autocontrollo fossero pronti per Charlie?

«Che c’è, Bella?», chiese Jasper tranquillo, leggendo la mia tensione crescente. «Nessuno è arrabbiato con te», un ringhio basso dal fiume lo contraddisse, ma lui lo ignorò, «né sorpreso, in verità. Be’, no, in effetti ci hai sorpresi eccome. Non pensavamo che fossi capace di uscirne tanto velocemente. Sei stata brava. Molto più di quanto ci si aspettasse».

Mentre parlava, la stanza si fece molto tranquilla. Il respiro di Seth era diventato un basso ronfare. Mi sentii più in pace, ma non dimenticai le mie ansie.

«Stavo pensando a Charlie, in realtà».

Il battibecco di fronte a casa cessò. «Ah», mormorò Jasper.

«Dobbiamo partire sul serio, vero?», domandai. «Per un po’, come minimo. Fingere che siamo ad Atlanta, o qualcosa del genere».

Sentivo lo sguardo di Edward fisso sul mio viso, ma osservai Jasper, che mi aveva risposto con quel tono grave.

«Sì. È l’unico modo per proteggere tuo padre».

Rimuginai per un attimo. «Mi mancherà moltissimo. Mi mancheranno tutti quelli di qui».

Jacob, pensai, mio malgrado. Anche se, con mio grande sollievo, il desiderio che ci univa era sia svanito che chiarito, era ancora mio amico. Uno che aveva conosciuto la vera me stessa e l’aveva accettata. Persino in forma di mostro.

Ripensai alle parole imploranti di Jacob, prima che lo attaccassi. Tu mi hai detto che le nostre vite si appartenevano, giusto? Che eravamo una famiglia. Hai detto che era così che doveva andare, fra noi. E ora... eccoci. È ciò che volevi.