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Ma non era ciò che volevo. Almeno, non esattamente. Tornai con la memoria ai ricordi deboli e incompleti della mia vita umana. Ai momenti più difficili da ricordare: i mesi senza Edward, un periodo talmente cupo che avevo provato a seppellirlo in un angolo della mia mente. Non riuscivo ad articolare le parole giuste; ricordavo solo di aver desiderato che Jacob fosse mio fratello, in modo da poterci voler bene l’un l’altro senza confusione né dolore. Come una famiglia. Ma non avevo mai inserito una figlia in quel quadretto. Ricordai un altro momento, uno dei miei tanti addii a Jacob, in cui mi ero chiesta ad alta voce con chi sarebbe finito, chi avrebbe dato un senso alla sua vita dopo il male che gli avevo fatto. Chiunque fosse, avevo detto, non sarebbe mai stata degna di lui.

Sbuffai ed Edward alzò un sopracciglio, incuriosito. Risposi scuotendo la testa.

Ma per quanto potessi sentire la mancanza del mio amico, sapevo che c’era un problema più grande. Sam, Jared e Quil erano mai stati un giorno intero senza vedere Emily, Kim e Claire, gli oggetti delle loro fissazioni? Potevano farlo? Che cosa avrebbe scatenato in Jacob la separazione da Renesmee? Ulteriore sofferenza?

Ero ancora abbastanza infuriata da sorridere all’idea, non del suo dolore quanto della possibilità di allontanare Renesmee da lui. Come potevo sopportare che appartenesse a Jacob quando a malapena sentivo che apparteneva a me?

Il rumore di un movimento nel portico interruppe i miei pensieri. Li sentii alzarsi ed entrare. In quel preciso istante Carlisle scese le scale con le mani piene di cose strane: un metro a nastro, una bilancia. Jasper balzò accanto a me. Come avesse ricevuto un segnale che mi era sfuggito, Leah si sedette fuori con l’espressione di chi attende qualcosa di familiare e noioso al tempo stesso.

«Devono essere le sei», disse Edward.

«Quindi?», chiesi con gli occhi fissi su Rosalie, Jacob e Renesmee. Erano in piedi nell’ingresso, Renesmee in braccio a Rosalie. Rose sembrava pensierosa. Jacob preoccupato. Renesmee bellissima e impaziente.

«Ora di misurare Ness... ehm, Renesmee», spiegò Carlisle.

«Ah. Lo fai tutti i giorni?».

«Quattro volte al giorno», corresse Carlisle soprappensiero, mentre spingeva gli altri verso il divano. Mi parve di sentir sospirare Renesmee.

«Quattro volte? Tutti i giorni? Perché?».

«Continua a crescere in fretta», mi mormorò Edward, la voce forzatamente tranquilla. Mi strinse la mano e con l’altro braccio mi avvolse saldamente la vita, come avesse bisogno di sostegno.

Non riuscii a distogliere lo sguardo da Renesmee per controllare la sua espressione.

Lei era perfetta, assolutamente in salute. La pelle splendeva come rilucente alabastro e il colore delle guance era quello dei petali di una rosa. Una bellezza così radiosa non poteva avere difetti. Sicuramente l’elemento più pericoloso della sua vita era sua madre. O no?

La differenza fra la neonata a cui avevo dato la vita e la bimba che avevo ritrovato solo un’ora prima sarebbe stata evidente a chiunque. La differenza fra Renesmee un’ora prima e Renesmee in quel momento era sottile. Gli occhi umani non l’avrebbero mai percepita. Ma c’era. Il suo corpo si era leggermente allungato. Appena un po’ più magro. Il viso non era rotondo, ma lievemente più ovale. I boccoli ricadevano un decimo di millimetro più giù lungo le spalle. Si distese di buon grado fra le braccia di Rosalie mentre Carlisle srotolava il metro, che usò prima per misurare la sua lunghezza, poi la circonferenza della testa. Non prese nota: memoria perfetta.

Notai che Jacob teneva le braccia conserte, strette al petto come quelle di Edward chiuse su di me. Le sue sopracciglia disegnavano una linea netta sopra gli occhi infossati.

Nel corso di poche settimane, da una singola cellula era maturata una neonata di grandezza normale. Sembrava in procinto di diventare una bambina a pochi giorni dalla nascita. Se quel tasso di crescita si fosse mantenuto... La mia mente di vampira non ebbe problemi con i calcoli.

«Cosa facciamo?», sussurrai terrorizzata.

Le braccia di Edward mi strinsero. Aveva capito perfettamente il senso della domanda. «Non lo so».

«Sta rallentando», farfugliò Jacob fra i denti.

«Ci vorranno vari giorni di misurazione per tenere d’occhio l’andamento, Jacob. Non posso fare previsioni».

«Ieri è cresciuta di cinque centimetri. Oggi meno».

«Cinque centimetri meno un decimo, se le misurazioni sono accurate», disse Carlisle pacato.

«Devono esserlo, dottore», disse Jacob e le sue parole furono quasi minacciose. Rosalie s’irrigidì.

«Tu sai che farò del mio meglio», lo rassicurò Carlisle.

Jacob sospirò. «Mi sa che di più non posso chiedere».

Sentii tornare l’irritazione, come se Jacob mi stesse rubando le battute... e le ripetesse tutte sbagliate.

Anche Renesmee appariva irritata. Iniziò a divincolarsi e tese imperiosamente la mano verso Rosalie, che si sporse in avanti per lasciarsi sfiorare il viso. Dopo un secondo, sospirò.

«Cosa vuole?», domandò Jacob, rubandomi l’ennesima battuta.

«Bella, ovviamente», rispose Rosalie e le sue parole mi riscaldarono. Poi mi guardò. «Come ti senti?».

«Preoccupata», confessai ed Edward mi strinse di più.

«Lo siamo tutti. Ma non intendevo questo».

«Tutto sotto controllo», promisi. La sete era scesa in fondo alla classifica delle priorità. Inoltre, il buon profumo di Renesmee non somigliava a quello del cibo.

Jacob si morse il labbro ma non fece una mossa per fermare Rosalie mentre mi offriva Renesmee. Jasper ed Edward, pur con qualche esitazione, non si opposero. Vedevo tutta la tensione di Rose e mi chiesi come potesse apparire la stanza a Jasper in quel momento. O forse si stava concentrando così tanto su di me da non vedere gli altri?

Mentre ci sporgevamo l’una verso l’altra, Renesmee si aprì in un sorriso accecante che le illuminò il viso. Prese posto fra le mie braccia senza difficoltà, come fossero fatte apposta per lei. Immediatamente, posò la manina calda sulla mia guancia.

Ero preparata, ma trasalii ugualmente al ricordo che proiettò nella mia mente come una visione. Luminoso e colorato, ma al tempo stesso del tutto trasparente.

Si stava ricordando di me che assalivo Jacob di fronte al prato e di Seth che ci divideva. Aveva visto e sentito tutto con estrema chiarezza. L’elegante predatore che si avventava sulla sua preda come una freccia scagliata dall’arco non mi somigliava. Doveva essere qualcun altro. Mi fece sentire un po’ meno colpevole vedere Jacob fermo e indifeso, con le mani alzate. Non gli tremavano.

Edward ridacchiava, guardando i pensieri di Renesmee insieme a me. Poi, entrambi facemmo una smorfia sentendo lo schianto delle ossa di Seth.

Renesmee sfoderò il suo sorriso luminoso e la sua memoria visiva seguì Jacob per tutto il caos succeduto allo scontro. Percepii un gusto nuovo in quel ricordo — non esattamente protettivo, più possessivo — mentre guardava Jacob. Ebbi la netta impressione che lei fosse contenta che Seth si fosse opposto al mio attacco. Non voleva che Jacob si ferisse. Lui era suo.

«Ah, splendido», grugnii. «Perfetto».

«È solo perché ha un gusto migliore rispetto a noi», mi assicurò Edward, la voce indurita dal fastidio.

«Te l’ho detto che anch’io le piaccio», mi stuzzicò Jacob dall’altra parte della stanza, gli occhi fissi su Renesmee. Cercava di essere ironico, ma senza convinzione; l’angolo teso del suo sopracciglio non si era rilassato.

Renesmee mi toccò il viso impaziente, pretendeva la mia attenzione. Un altro ricordo: Rosalie che le spazzolava dolcemente i riccioli. Una bella sensazione.

Carlisle e le sue misurazioni: sapeva che doveva stare buona e distesa. Non lo trovava interessante.

«È come se ti volesse fare un resoconto di tutto ciò che ti sei persa», mi commentò Edward all’orecchio.