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A un tratto, come in risposta a un segnale invisibile, fece dietrofront e schizzò fino al punto dove mi ero fermata.

«Non attaccarmi», si raccomandò e balzò verso di me.

«Che fai?», chiesi e rabbrividii nel sentire che mi era salita in spalla e mi bendava gli occhi. Resistetti all’impulso di scrollarmela di dosso.

«Ti copro gli occhi».

«Potevo occuparmene io senza bisogno di fare tutto questo teatro», disse Edward.

«Non mi fido di te, scommetto che la lasceresti sbirciare. Prendila per mano e guidala».

«Alice, io...».

«Non preoccuparti, Bella. Fidati».

Sentii le dita di Edward intrecciarsi alle mie. «Ancora un briciolo di pazienza, Bella. Fra poco ci lascerà in pace e andrà a scocciare qualcun altro». Mi spinse avanti. Tenevo il suo passo senza difficoltà, non avevo paura di andare a sbattere contro un albero: tanto, nel caso, sarebbe stato l’albero a farsi male.

«Però potresti mostrare un po’ d’entusiasmo anche tu, Edward», lo rimproverò Alice. «Il regalo lo facciamo anche a te».

«Hai ragione. Grazie ancora, Alice».

«Prego, prego». D’un tratto la voce prese a vibrarle d’emozione. «Stop. Girala un pochino verso destra. Ecco, così. Perfetto. Pronta?».

«Pronta», risposi. C’erano nuovi odori che catturavano la mia attenzione e accrescevano la mia curiosità, profumi che non appartenevano alla foresta. Caprifoglio. Legna bruciata. Rose. Segatura? Anche qualcosa di metallico. L’odore intenso di terra rivoltata di fresco. Mi tesi verso il mistero.

Alice scese dalle mie spalle e mi liberò gli occhi.

Fissai il buio violetto. Al centro di una piccola radura in mezzo alla foresta sorgeva una casetta di pietra, color grigio lavanda alla luce delle stelle.

Era incastonata così perfettamente nel paesaggio da sembrare scaturita direttamente dalla roccia, quasi fosse un’incrostazione naturale. Un muro era coperto da una pianta di caprifoglio che si avvitava oltre il tetto, ricoperto di massicce scandole in legno. In un fazzoletto di giardino, proprio sotto le finestre buie e incassate, fiorivano cespugli di rose tardive. Un piccolo sentiero di pietre piatte, ametista nella luce notturna, conduceva a un pittoresco ingresso ad arco con la porta in legno.

Strinsi la chiave che tenevo in mano, praticamente sotto shock.

«Che te ne pare?», chiese Alice, la voce di nuovo morbida, in perfetta sintonia con l’idillio di quella scena che pareva tolta di peso da un libro di fiabe.

Aprii la bocca ma non mi uscì alcun suono.

«Esme ha pensato che ci avrebbe fatto piacere avere un posticino tutto nostro per un po’, ma voleva che restassimo a portata di voce», mormorò Edward. «E poi per lei ogni scusa è buona per ristrutturare vecchi ruderi. Questa casetta cadeva letteralmente a pezzi, era abbandonata da almeno un secolo».

Come imbambolata, non avevo ancora ritrovato l’uso della parola.

«Non ti piace?», chiese Alice profondamente delusa. «Cioè, sono sicura che possiamo rifarla, se vuoi. Emmett voleva già ampliarla di qualche migliaio di metri quadrati, alzarla di un piano, aggiungere un colonnato e anche una torre, ma Esme ha pensato che vi sarebbe piaciuta di più così, com’era nel progetto originale». Parlava veloce adesso, in un tono acuto che sfiorava lo stridulo. «Però se si è sbagliata non ci mettiamo niente a...».

Riuscii a sibilare un «Sssh!».

Alice strinse le labbra e rimase in attesa. Mi ci volle qualche secondo per riavermi.

«Mi regalate una casa per il mio compleanno?», chiesi in un sussurro.

«Ci regalano», corresse Edward. «E poi non è che sia un palazzo da mille e una notte. Insomma, casa è una parola grossa».

«Attento a come parli», mormorai fra i denti.

Alice s’illuminò. «Allora ti piace».

Feci segno di no con la testa.

«Di più?».

Annuii.

«Non vedo l’ora di dirlo a Esme!».

«Perché non è venuta anche lei?».

Il sorriso di Alice svanì per un istante, come se le avessi fatto una domanda imbarazzante. «Oh, be’, lo sanno tutti come la pensi sui regali. Non volevano metterti a disagio».

«Ma era ovvio che mi sarebbe piaciuta. Voglio dire, come potrei non apprezzare una cosa del genere?».

«Saranno felici di saperlo», commentò, dandomi un paio di buffetti sul braccio. «Bene, la cabina armadio trabocca di roba, fanne buon uso. E... direi che è tutto».

«Non vuoi entrare?».

Arretrò di qualche passo, con aria casuale. «Edward sa già tutto. Io... faccio un salto più tardi. Ma chiamami pure, se hai dubbi riguardo all’abbinamento dei vestiti». Mi scoccò prima uno sguardo indeciso e poi un sorriso. «Jazz vuole andare a caccia. Ci vediamo».

E sparì in mezzo agli alberi come un proiettile di velluto.

«Non capisco», commentai dopo che l’eco del suo volo si fu spenta del tutto. «Sono talmente difficile che non hanno avuto il coraggio di accompagnarci? Adesso mi sento in colpa. Non ho nemmeno ringraziato Alice come si deve. Forse dovremmo tornare indietro e dire a Esme...».

«Bella, ti prego. Nessuno pensa che tu sia difficile».

«Allora perché...».

«Volevano lasciarci soli. Fa parte del regalo. Alice ha cercato di dirtelo fra le righe».

«Ah».

Tanto bastò a far scomparire la casa e tutto il resto. Avremmo potuto essere ovunque. Non vedevo più alberi né pietre, nemmeno le stelle. Solo Edward.»

«Vieni, ti mostro cos’hanno fatto», disse, tirandomi per la mano. Non si era accorto della scarica elettrica che si era irradiata nel mio corpo, neanche fosse sangue?

Di nuovo mi sentii stranamente presa in contropiede da me stessa, in attesa di una reazione che il mio corpo non era più in grado di avere. Il mio cuore avrebbe dovuto battere come un maglio sull’incudine, assordante. Avrei dovuto avere il viso in fiamme.

Avrei anche dovuto essere esausta. Era stato il giorno più lungo della mia vita.

Appena mi resi conto che quel giorno sarebbe durato in eterno, mi venne da ridere. Una risatina sommessa, a denti stretti, traumatizzata.

«Ti è venuta in mente una barzelletta divertente? Fai ridere anche me».

«Non proprio», risposi, mentre mi lasciavo condurre verso la porticina ad arco. «Pensavo solo che questo è il primo e l’ultimo giorno di... sempre. Non è un concetto che mi entra in testa tanto facilmente, nonostante tutto lo spazio extra che ho a disposizione adesso». Risi di nuovo.

Edward ridacchiò con me e mi indicò con un gesto ampio la porta, invitandomi a fare gli onori di casa. Infilai la chiave nella serratura e aprii.

«Sei un talento naturale, Bella. Al punto che mi dimentico quanto debba apparirti strano tutto questo. Mi piacerebbe riuscire ad ascoltarti». Allora si piegò sulle ginocchia e mi prese in braccio, così velocemente che non lo vidi nemmeno muoversi... il che era tutto dire.

«Ehi!».

«Portare in braccio la sposa oltre la soglia fa parte dei miei doveri coniugali», mi ricordò. «Ma dimmi a cosa pensi, sono curioso». Spinse la porta, che si aprì con un cigolio quasi impercettibile, ed entrò nel piccolo soggiorno in pietra.

«A tutto», risposi. «E tutto in una volta, non so se hai presente. Alle cose belle, a quelle nuove e a quelle preoccupanti. A un uragano di superlativi nel cervello. In questo preciso momento sto pensando che Esme è un’artista fatta e finita, è tutto così perfetto!».

L’interno della casetta sembrava uscito proprio da un libro illustrato. Il pavimento era un patchwork di pietre levigate dal tempo, il soffitto basso era attraversato da lunghe travi a vista (uno alto come Jacob ci avrebbe sicuramente sbattuto la testa), le pareti erano a sezioni di legno e pietra. Nel caminetto all’angolo ardevano ancora i resti di un lento fuoco tremolante: era legna spiaggiata quella che stava finendo di bruciare e le lingue basse di fuoco erano verdi e azzurre di sale.