L’arredamento era eterogeneo, non un solo pezzo che facesse il paio con un altro, eppure armonioso. Una sedia aveva l’aria vagamente medievale, l’ottomana bassa vicino al camino era in stile moderno, la libreria piena zeppa di fronte alla finestra più lontana mi ricordava i set di certi film italiani. Eppure, per qualche motivo, tutti gli elementi s’incastravano alla perfezione, come pezzi di un gigantesco puzzle tridimensionale. Riconobbi anche alcuni dei quadri appesi alle pareti: i miei preferiti fra quelli della grande casa. Tutti originali di valore incalcolabile, senza dubbio, eppure s’intonavano perfettamente all’ambiente, proprio come il resto.
Era uno di quei posti che ti fanno credere nella magia, dove ti aspetteresti di veder apparire da un momento all’altro Biancaneve con la mela in mano, o un unicorno intento a brucare le rose.
Edward si era sempre considerato una creatura da racconto dell’orrore, ma sapevo che si sbagliava, e di grosso. Era ovvio che il suo posto fosse là. Dentro una fiaba.
E adesso c’ero anch’io, con lui.
Stavo pensando di approfittare del fatto che si era dimenticato di rimettermi giù e che l’incanto del suo viso si trovava a pochi centimetri dal mio, quando lo sentii dire: «Meno male che a Esme è venuto in mente di aggiungere una stanza. Nessuno aveva messo in conto Ness... Renesmee».
Brutalmente strappata alle mie fantasticherie, mi rabbuiai.
«Non mettertici anche tu, con quel soprannome», borbottai.
«Scusa, tesoro, ma lo leggo in continuazione nella mente altrui. È snervante».
Sospirai. Mia figlia, il serpente marino. Forse era inevitabile, ma non intendevo arrendermi.
«Scommetto che non vedi l’ora di dare un’occhiata alla cabina armadio. Perlomeno è ciò che dirò ad Alice, per farla contenta».
«Devo aver paura?».
«Al posto tuo io sarei terrorizzato».
Mi condusse lungo uno stretto corridoio di pietra con il soffitto ad archetti, come in un castello in miniatura.
«Questa è la stanza di Renesmee», disse indicando con un cenno del mento una camera vuota dal pavimento di legno chiaro. «Con il casino dei licantropi, non hanno avuto il tempo di sistemarla un granché...».
Ridacchiai fra me, sorpresa dalla velocità con cui le cose erano tornate a posto dopo l’incubo di una settimana prima.
E che cavolo! Jacob doveva proprio trovare quel modo per rendere tutto perfetto?
«E questa è la nostra camera. Esme ha cercato di ricreare l’atmosfera della sua isola. Ha pensato che ci fossimo affezionati».
Il letto era grande e bianco, avvolto da nuvole di tulle che scendevano in morbide ondulazioni fino a terra. Il pavimento era uguale a quello dell’altra stanza, color sabbia tropicale, ormai l’avevo capito. Le pareti erano di quell’azzurro quasi bianco che hanno certe giornate di sole, e su quella di fondo si apriva una grande portafinestra che dava su un giardinetto segreto, con rose rampicanti e un piccolo stagno rotondo con la superficie a specchio e il bordo di sassi lucidi. Un piccolo oceano calmo tutto per noi.
«Oh», fu tutto ciò che riuscii a dire.
«Già», bisbigliò Edward.
Restammo lì per qualche istante, ognuno perso nei propri ricordi. I miei erano umani e confusi, ma avevano assunto il controllo totale della mia mente.
Edward s’illuminò di un ampio sorriso e scoppiò a ridere. «La cabina armadio è dietro quella doppia porta. Ti avverto: è più grande della camera».
Non mi girai nemmeno. Di nuovo, al mondo non esisteva altro che Edward, le sue braccia piegate sotto di me, il suo alito dolce sul mio viso, le sue labbra a sfiorare le mie: nulla poteva distrarmi da lui, e poco importava che fossi una neonata.
«Diremo ad Alice che sono corsa dritta alla cabina armadio», sussurrai, infilandogli le dita fra i capelli e avvicinando il mio volto al suo. «Le diremo che ho passato ore a provare i vestiti. Mentiremo».
Si sintonizzò sulla mia lunghezza d’onda in un attimo, o forse lo era già da prima e stava solo cercando di farmi apprezzare al meglio il mio regalo di compleanno, da vero gentiluomo. Attirò a sé il mio viso con improvviso ardore e un rantolo basso gli salì dal fondo della gola. Nell’udirlo il mio corpo fu attraversato da una scarica elettrica che mi portò sull’orlo della frenesia, come se non potessi avvicinarmi abbastanza o abbastanza rapidamente a lui.
Nel sentire la stoffa che si lacerava sotto le nostre dita sorrisi fra me al pensiero che i miei vestiti, se non altro, erano già a brandelli. Per i suoi era ormai troppo tardi. Pensai che era quasi un insulto ignorare quel bel letto bianco, ma sapevo che non ci saremmo mai arrivati.
Quella seconda luna di miele non fu come la prima.
Il tempo trascorso con Edward sull’isola aveva rappresentato il culmine della mia vita da umana. Il meglio del meglio. Tanto che mi ero sentita pronta a protrarre il tempo da umana, pur di prolungare quei momenti con lui. Perché dal punto di vista fisico, lo sapevo, non sarebbe mai più stata la stessa cosa.
Avrei dovuto immaginarlo, dopo una giornata così, che sarebbe stato meglio.
Ora potevo davvero apprezzare Edward nei dettagli più intimi: grazie ai miei nuovi e acutissimi occhi riuscivo a vedere ogni singolo tratto del suo viso meraviglioso e ogni minimo particolare del suo corpo snello e assurdamente perfetto. Lo percepivo da ogni angolazione e su tutti i piani, potevo sentire il suo sapore intenso sulla lingua e l’incredibile morbidezza della sua pelle marmorea sotto le dita.
La mia pelle era altrettanto sensibile al suo tocco.
Era tutto nuovo, un’altra persona quella che avvinceva dolcemente il proprio corpo al mio sul pavimento color sabbia. Nessuna cautela, nessun riserbo. Soprattutto, nessuna paura. Potevamo amarci insieme. Entrambi partecipanti attivi, ora finalmente alla pari.
Come prima con i baci, ogni contatto, ogni sfioramento era più di quanto fossi abituata a ricevere. Capii fino a che punto si fosse trattenuto, prima. Era stato necessario, certo, ma rimasi sconvolta nel rendermi conto di ciò che mi ero persa fino a quel momento.
Mi sforzavo di tenere a mente che ero più forte di lui, ma non era facile concentrarmi, mentre le sensazioni intense attiravano la mia attenzione verso un milione di punti diversi del mio corpo nello spazio di un secondo. Non so se gli feci male, ma non lo sentii mai lamentarsi.
Una piccolissima parte della mia mente era intenta a studiare quella situazione così affascinante e astrusa. Non mi sarei mai stancata e lui nemmeno. Non avevamo bisogno di riprendere fiato, riposare, mangiare o andare in bagno; non avevamo più alcuna esigenza umana. Edward possedeva il corpo più perfetto che si fosse mai visto ed era tutto mio; sentivo che non sarei mai arrivata al punto di dire: «Per oggi ne ho avuto abbastanza». Anzi, ne avrei voluto sempre di più. Inoltre, quell’oggi sarebbe durato in eterno. Come smettere, in una situazione del genere?
Non seppi darmi una risposta, ma non me ne preoccupai affatto.
A un certo punto mi accorsi — percepii, più che altro — che cominciava a far chiaro. Il piccolo oceano fuori dalla finestra scolorò dal nero al grigio e un’allodola iniziò a cantare, vicinissima. Forse aveva fatto il nido fra le rose.
«Ti manca?», chiesi a Edward quando l’uccello tacque.
Non erano le prime parole che pronunciavamo, ma non si poteva nemmeno dire che avessimo conversato.
«Cosa?», mormorò.
«Tutto. Il calore, la morbidezza della pelle, il profumo... Io non ho perso nessuna di queste sensazioni ma mi chiedevo se per te, invece, non fosse un po’ triste...».
Edward rise piano. «Credo che sarebbe dura trovare qualcuno meno triste di me in questo momento. Impossibile, direi. Non sono in molti a ottenere ciò che desiderano, addirittura, più cose di quante si sognavano di chiedere, e tutte in un solo giorno».
«Stai eludendo la domanda?».
Mi premette una mano sul viso. «Ma sei calda», disse.