In un certo senso era vero. Anche per me la sua mano era calda, anche se non era come toccare la pelle incandescente di Jacob. Ma il contatto era più gradevole. Più naturale.
Quindi fece scivolare piano le dita lungo il mio viso, percorrendo delicatamente il profilo della mascella fino al collo e, da lì, scese fino alla vita. Sentii i miei occhi rovesciarsi all’indietro.
«E sei morbida».
Le sue dita erano come seta sulla mia pelle, capivo perfettamente cosa volesse dire.
«Quanto al profumo, be’, non posso dire di sentirne davvero la mancanza. Ti ricordi l’odore degli escursionisti, quando siamo andati a caccia?».
«Ho fatto di tutto per dimenticarlo».
«Ecco, immagina di baciare qualcuno con quell’odore».
La gola mi andò a fuoco come se vi fosse esploso un aerostato.
«Oh».
«Appunto. Quindi la risposta è no. Sono la gioia fatta persona, perché non sento la mancanza di niente. Nessuno è più ricco di me in questo istante».
Stavo per obiettare a quell’ultimo commento, ma d’un tratto mi ritrovai con le labbra molto impegnate.
Quando il sole che sorgeva colorò lo stagno di grigio perla, mi venne in mente un’altra domanda.
«Quanto dura? Voglio dire, Carlisle ed Esme, Em e Rose, Alice e Jasper non passano tutto il tempo chiusi in camera da letto. Sono sempre in giro, fanno cose con i vestiti addosso... Questa... bramosia passa, dopo un po’?». Mi avvinghiai ancora più stretta al suo corpo — sorprendendo me stessa, non credevo fosse possibile — per chiarire meglio il concetto.
«Difficile a dirsi. Ognuno è fatto a modo proprio e tu sei di gran lunga la più diversa di tutti. In genere i vampiri giovani hanno troppa sete per pensare ad altro, ma non mi sembra il tuo caso. Dopo il primo anno, di solito, vengono fuori altre esigenze, ma né la sete né gli altri desideri svaniscono mai del tutto. Si tratta solo di trovare un equilibrio, stabilire le priorità. Imparare a gestire la situazione, insomma...».
«Quanto dura?».
Edward sorrise, arricciando un po’ il naso. «Il massimo sono stati Emmett e Rosalie. Sono dovuti passare la bellezza di dieci anni prima che riuscissi a sopportarne la vicinanza entro il raggio dei dieci chilometri. Anche Esme e Carlisle non digerivano troppo la faccenda e alla fine hanno buttato fuori i piccioncini. Esme ha costruito una casa anche a loro. Più lussuosa di questa, ma lei conosce i gusti di Rose, così come conosce i tuoi».
«Quindi, dopo dieci anni», non che fossimo in gara con Emmett e Rosalie, ma se avessimo superato il decennio avrei potuto anche vantarmene, «si torna normali, come loro adesso?».
Edward sorrise di nuovo. «Non sono sicuro di sapere cosa intendi per normale. Hai sempre visto la mia famiglia condurre una vita piuttosto... umana. Però tu la notte dormivi». Mi fece l’occhiolino. «Se non hai bisogno di dormire hai un mucchio di tempo in più da dedicare alle tue... inclinazioni. Non è un caso che io sia il miglior musicista della famiglia, quello che ha letto più libri — insieme a Carlisle -, studiato di più, imparato il maggior numero di lingue... Emmett vorrebbe farti credere che so tante cose perché leggo nel pensiero, ma la verità è che ho avuto un mucchio di tempo libero a disposizione».
Scoppiammo a ridere insieme e i sussulti si trasmisero in maniera molto interessante ai nostri corpi allacciati, mettendo fine alla conversazione.
25
Favore
Passò un po’ di tempo prima che Edward mi riportasse coi piedi per terra.
Gli bastò una sola parola.
«Renesmee...».
Sospirai. Di lì a poco si sarebbe svegliata, dovevano essere quasi le sette del mattino. Mi avrebbe cercata? Di colpo mi prese il panico. Che aspetto avrebbe avuto?
Edward percepì la mia ansia. «Va tutto bene, tesoro. Vestiti, saremo a casa in due secondi».
Dovevo sembrargli un cartone animato per il modo in cui saltai su, mi voltai a guardarlo — il suo corpo adamantino riluceva nell’atmosfera soffusa -, puntai verso ovest, dove mi aspettava Renesmee, poi di nuovo verso di lui e poi ancora nella direzione opposta, alternando destra e sinistra a sei battute al secondo. Edward abbozzò un sorriso ma trattenne le risate: sapeva sopportare.
«Te l’ho detto, è tutta questione di equilibrio, amore. E tu sei talmente in gamba che non ci metterai niente a inquadrare ogni cosa nella giusta prospettiva».
«E poi abbiamo tutta la notte, no?».
Il suo sorriso si fece più ampio. «Credi che ti lascerei rivestire se non fosse così?».
Doveva bastarmi per reggere fino a sera. Dovevo tenere a bada il mio desiderio devastante, travolgente, in modo da essere una buona... mi faceva strano anche solo pensarla, la parola. Per quanto Renesmee fosse una presenza assolutamente reale nella mia vita, non riuscivo a considerarmi una madre. D’altronde credevo che qualunque donna si sarebbe sentita così, se non avesse avuto nove mesi di tempo per abituarsi all’idea. E per di più con una figlia che mutava aspetto ogni ora.
Al pensiero della vita accelerata di Renesmee fui travolta da una nuova ondata di angoscia, tanto che non mi concessi nemmeno un minuto di raccoglimento prima di aprire le ante intagliate della cabina armadio e scoprire di cosa l’avesse riempita Alice. Le spalancai, decisa a infilarmi la prima cosa che avessi trovato, ma avrei dovuto sapere che non sarebbe stato così semplice.
«Quali sono i miei?», sibilai. Come mi era stato anticipato, il guardaroba era più grande della camera da letto. Forse più grande dell’intera casa, ma avrei dovuto misurarlo a passi per esserne sicura. Ebbi un flash di Alice intenta a persuadere Esme a ignorare le proporzioni classiche e accettare quella mostruosità. Mi chiesi in che modo fosse riuscita a convincerla.
Ogni singolo capo era infilato dentro un copriabito bianco. Le file di vestiti appesi si succedevano immacolate l’una all’altra, sembravano infinite.
«A quanto mi risulta, è tutta roba tua tranne questa», disse Edward appoggiando la mano su una barra che correva lungo la mezza parete a sinistra della porta.
«Tutto?».
Si strinse nelle spalle.
«Alice», ci uscì di bocca all’unisono. Con la differenza che lui pronunciò il nome a mo’ di spiegazione, io come un’imprecazione.
«Bello», mormorai tirando giù la cerniera della sacca più vicina. Quando vidi il colore del lungo abito di seta che conteneva mi lasciai sfuggire un ringhio soffocato: rosa confetto.
Mi ci sarebbe voluta l’intera giornata per trovare qualcosa di normale da mettermi addosso!
«Ti aiuto io», si offrì Edward e, dopo aver annusato attentamente l’aria, seguì una traccia verso il fondo della stanza, fino a un cassettone a muro. Inspirò di nuovo e aprì un cassetto. Con un ghigno di trionfo tirò fuori un paio di jeans sbiaditi ad arte.
Gli volai accanto. «Come hai fatto?».
«Il denim ha un odore particolare, come qualunque altra cosa. E per il sopra... cotone elasticizzato?».
Seguì il proprio naso fino a una mezza rastrelliera da dove dissotterrò una maglietta bianca a maniche lunghe. Me la lanciò.
Lo ringraziai di cuore e annusai il tessuto, memorizzandone l’odore in vista di future ricerche in quel delirio di cabina armadio. Rievocai le note olfattive di seta e raso: così avrei saputo evitarli.
A Edward bastarono un paio di secondi per trovare i propri vestiti, e se non l’avessi visto nudo avrei giurato che non ci fosse niente di più bello di lui in pantaloni kaki e pullover beige chiaro. Mi prese la mano e sfrecciammo attraverso il giardino segreto. Balzammo agilmente oltre il muro di pietra e scattammo nella foresta. Liberai la mano per fare a gara a chi correva più veloce. Questa volta vinse lui.
Renesmee era sveglia. Seduta per terra e marcata stretta da Emmett e Rose, giocava con un mucchio contorto di posate d’argento. Nella mano destra teneva un cucchiaio martoriato. Appena mi vide attraverso il vetro, lo gettò sul pavimento, dove lasciò una tacca nel legno, e indicò imperiosa nella mia direzione. Alice, Jasper, Esme e Carlisle, lì presenti, risero osservando la scena seduti sul divano, come se fosse il più emozionante dei film.