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E detto questo sfoderò il più jacobico dei suoi sorrisi. «Amici?».

Per quanto mi sforzassi di trattenerlo, lasciai affiorare anch’io un sorriso.

Jacob mi tese la mano: un’offerta.

Feci un respiro profondo e, spostata Renesmee sull’altro braccio, posai la mano sinistra sulla sua e lui non fece una piega al contatto con il freddo della mia pelle. «Se stasera non uccido Charlie, prenderò in considerazione l’eventualità di perdonarti».

«Siccome stasera non ucciderai Charlie, mi sei debitrice. Altroché».

Alzai gli occhi al cielo.

Jacob tese l’altra mano verso Renesmee: una richiesta, questa volta. «Posso?».

«La sto tenendo in braccio per avere le mani occupate e impedirmi di ucciderti. Più tardi, magari».

Sospirò ma non insistette. Saggia decisione.

Alice rientrò come un fulmine, le braccia cariche e l’espressione foriera di violenza.

«Tu, tu e tu», intimò fulminando con lo sguardo, a turno, i licantropi. «Se proprio dovete restare, mettetevi nell’angolo e vedete di rimanerci per un po’. Devo vedere. Bella, ti consiglio di mollargli la piccola. E poi è meglio se tieni le braccia libere».

Jacob fece un ghigno di trionfo.

Era paura allo stato puro quella che mi dilagò nello stomaco quando mi resi conto dell’enormità di ciò che stavo per fare. Stavo puntando tutto sul mio presunto autocontrollo e la cavia era il mio ignaro padre umano. Le parole di Edward tornarono a rimbombarmi nelle orecchie.

Hai pensato al dolore fisico che patirebbe Bella, ammesso e non concesso che riuscisse a resistere? E alla sofferenza nel caso non ci riuscisse?

Non osavo immaginare il livello di dolore, se avessi fallito. Il respiro mi si spezzò in un singhiozzo.

«Prendila», sussurrai e feci scivolare Renesmee fra le braccia di Jacob.

Lui annuì, la fronte aggrottata dalla preoccupazione. Fece un cenno agli altri e si ritirarono tutti nell’angolo più lontano della stanza. Seth e Jake si acquattarono subito a terra, ma Leah scosse la testa e contrasse le labbra.

«Posso andare?», borbottò. Aveva l’aria di essere a disagio nel suo corpo umano, portava la stessa maglietta e gli stessi pantaloncini di cotone sporchi di qualche giorno prima, quando mi aveva fatto quella scenata, e i corti capelli scompigliati in ciuffi disordinati. Le tremavano ancora le mani.

«Certo», rispose Jake.

«Mantieniti a est, così non rischi di incontrare Charlie», aggiunse Alice.

Leah non la guardò. Si chinò per uscire dalla porta posteriore e s’inoltrò con passo pesante fra i cespugli, pronta a trasformarsi.

Edward era di nuovo accanto a me e mi accarezzava il viso. «Ce la puoi fare. Sai di potercela fare. Ti aiuterò. Ti aiuteremo tutti».

Con il panico stampato in faccia a caratteri cubitali, incrociai lo sguardo di Edward. Era forte a sufficienza da fermarmi, se avessi fatto una mossa sbagliata?

«Se non fossi convinto che puoi farcela, ci eclisseremmo oggi stesso. In questo preciso istante. Ma ce la farai. E sarai più felice se Charlie farà ancora parte della tua vita».

Mi sforzai di calmare il respiro.

Alice tese una mano. Nel palmo teneva una scatolina bianca. «Queste ti irriteranno gli occhi: non fanno male, ma annebbiano un po’ la vista. Danno fastidio. Non è il tuo vecchio colore, ma sempre meglio che rosso acceso, ti pare?».

Lanciò la scatola in aria e io l’afferrai al volo.

«Ma quando hai...».

«Prima che partiste per la luna di miele. Ho preso in considerazione vari, possibili scenari futuri».

Annuii e aprii la scatolina. Non avevo mai portato lenti a contatto, ma non doveva essere poi tanto complicato. Afferrai la prima delle due lunette marroni e me la posai sull’occhio dal lato concavo.

Quando battei le palpebre, una specie di velo mi scese sulla pupilla. Era trasparente, naturalmente, ma vedevo anche la sua trama. Il mio occhio continuava a concentrarsi sui graffi microscopici e sulle deformazioni della lente.

«Ho capito cosa intendevi», mormorai mentre m’infilavo la seconda lente. Questa volta mi sforzai di non battere le palpebre. Il mio occhio tentava istintivamente di espellere il corpo estraneo.

«Come sto?».

Edward sorrise. «Una favola, naturalmente...».

«Sì, sì, certo, lei è sempre una favola», terminò impaziente Alice al posto suo. «Meglio che rossi, ma è l’unico commento positivo che mi sento di fare. Marrone fango. Il tuo colore naturale era molto più bello. Ricorda che non durano in eterno: il veleno nei tuoi occhi le scioglie nel giro di poche ore. Quindi se Charlie si trattiene più a lungo, dovrai scusarti e correre a infilartene un paio nuove. Che è comunque una buona idea, visto che gli umani devono andare in bagno». Scosse la testa. «Esme, dalle un paio di dritte sul comportamento da umano mentre io rifornisco il bagno di lenti».

«Quanto tempo ho?».

«Charlie sarà qui fra cinque minuti. Sii sintetica».

Esme annuì e mi prese la mano. «Per prima cosa, non devi star seduta troppo immobile, né muoverti troppo velocemente», disse.

«Se lui si siede, siediti anche tu», s’intromise Emmett. «Agli umani non piace stare in piedi».

«Ogni trenta secondi o giù di lì sposta lo sguardo», aggiunse Jasper. «Gli umani non fissano le cose troppo a lungo».

«Accavalla le gambe, poi, dopo cinque minuti, incrocia le caviglie», disse Rosalie.

Annuivo a ogni suggerimento. Li avevo visti fare quei gesti il giorno prima e ritenevo di riuscire a imitarli.

«E batti le palpebre almeno tre volte al minuto», si raccomandò Emmett. D’un tratto si accigliò, schizzò verso il tavolino, afferrò il telecomando e sintonizzò il televisore su un canale che trasmetteva una partita del campionato universitario di football. Annuì fra sé.

«Muovi anche le mani. Tirati indietro i capelli, fai finta di grattare qualcosa...», disse Jasper.

«Avevo detto Esme», si lamentò Alice al suo ritorno. «Così la confondete».

«No, credo di aver capito», dissi. «Star seduta, guardare in giro, battere le palpebre, muovere le mani».

«Esatto», approvò Esme cingendomi le spalle.

Jasper si accigliò. «Tratterrai il fiato il più possibile, ma devi sollevare ritmicamente le spalle, appena appena, per dare l’impressione che respiri».

Feci un respiro e annuii di nuovo.

Edward mi abbracciò dal fianco libero. «Ce la farai», mi mormorò incoraggiante all’orecchio.

«Due minuti», annunciò Alice. «Forse dovresti farti trovare già seduta sul divano. In fin dei conti sei stata malata. Così non noterà subito il tuo modo di muoverti».

Alice mi spinse verso il divano. Cercavo di camminare piano e rendere più goffi i miei movimenti, ma forse non me la cavai molto bene, perché la vidi alzare gli occhi al cielo.

«Jacob, ho bisogno di Renesmee», dissi.

Jacob s’incupì e non si mosse.

Alice scosse la testa. «Bella, lei non mi aiuta a vedere».

«Ma mi serve. Mi tranquillizza». Impossibile non notare la nota acuta di panico nella mia voce.

«D’accordo», borbottò Alice. «Tienila più ferma che puoi, cercherò di vederle attorno», e sbuffò seccata, come una cui hanno chiesto di fare gli straordinari in un giorno festivo. Anche Jacob sbuffò ma mi consegnò Renesmee, per poi sottrarsi rapido allo sguardo di Alice.

Edward mi si sedette accanto e mise un braccio attorno a me e Renesmee. Poi si piegò in avanti e guardò la piccola negli occhi, con aria molto seria.

«Renesmee, sta per arrivare una persona molto speciale che viene apposta per vedere te e la mamma», disse in tono grave, come se si aspettasse che lei capisse ogni singola parola. Capiva? Lo fissava con sguardo intento e limpido. «Ma non è come noi, nemmeno come Jacob. Dobbiamo essere molto cauti con lui. Non devi dirgli le cose come le dici a noi».

Renesmee gli toccò il viso.

«Esatto», disse Edward. «Inoltre ti farà venire sete. Ma non devi morderlo. Non può guarire come Jacob».