«È mia», lo interruppi. «La voglio».
Charlie s’accigliò. «Devo diventare nonno così presto?».
Edward sorrise. «Anche Carlisle è nonno».
Charlie lanciò uno sguardo incredulo a Carlisle, che era rimasto in piedi accanto all’ingresso e sembrava il fratello minore, e più bello, di Zeus.
Charlie grugnì mettendosi a ridere. «Immagino che questo dovrebbe farmi sentire meglio». Il suo sguardo tornò su Renesmee. «Certo che di bambini così non se ne vedono tutti i giorni». Il suo alito caldo riempì lo spazio che ci divideva.
Renesmee quasi si appoggiò contro l’odore, scuotendosi di dosso i miei capelli e guardando Charlie dritto in faccia per la prima volta. Charlie boccheggiò.
Sapevo cosa vedeva. I miei occhi — i suoi — replicati nel viso perfetto di Renesmee.
Charlie andò in iperventilazione. Riuscivo a leggere sulle sue labbra tremanti i numeri che pronunciava in silenzio. Contava alla rovescia, cercando di condensare nove mesi in uno. Si sforzava di far quadrare i conti, ma il suo cervello si rifiutava di accettare l’evidenza che gli si parava davanti.
Jacob si alzò e gli diede un paio di pacche sulla schiena. Poi si chinò a sussurrargli qualcosa all’orecchio; solo Charlie non sapeva che noi potevamo sentire le sue parole.
«Top secret, Charlie. Andrà tutto bene. Te lo prometto».
Charlie deglutì e poi annuì. Con lo sguardo acceso e i pugni serrati, si avvicinò di un passo a Edward. «Non voglio sapere tutto, ma sono stufo di sentirmi raccontare balle!».
«Mi dispiace», disse Edward calmo, «ma, più che la verità, ti serve conoscere la versione ufficiale. Se devi far parte del segreto, la versione ufficiale è ciò che conta. Per proteggere Bella e Renesmee, nonché tutti noi. Riesci a reggere qualche bugia per amore di loro due, almeno?».
La stanza era piena di statue. Incrociai le caviglie.
Charlie sbuffò e si voltò a guardarmi. «Avresti potuto avvertirmi in qualche modo, piccola».
«Avrebbe reso le cose più facili?».
Aggrottò le sopracciglia e s’inginocchiò sul pavimento davanti a me. Vedevo il suo sangue pulsare sotto la pelle del collo. Ne percepivo la vibrazione calda.
Anche Renesmee la sentiva. Sorrise e gli tese una manina rosea, il palmo in avanti. La trattenni. Lei appoggiò l’altra mano sul mio collo, nei suoi pensieri vi erano sete, curiosità e il viso di Charlie. La sensazione che avesse perfettamente compreso le parole di Edward era sottile e inquietante: provava sete e resisteva all’impulso in un unico pensiero.
«Wow», biascicò Charlie, lo sguardo fisso sulla dentatura perfetta di Renesmee. «Quanto tempo ha?».
«Ehm...».
«Tre mesi», rispose Edward, poi aggiunse piano, «cioè, ha le dimensioni di una bambina di circa tre mesi. Ma sotto certi aspetti è più piccola, sotto altri, invece, più matura».
Renesmee agitò il braccio con un gesto deciso.
Charlie batté violentemente le palpebre.
Jacob gli diede di gomito. «Te l’avevo detto che era speciale».
Charlie si ritrasse al contatto.
«E dai, Charlie», borbottò Jacob. «Sono sempre io, il solito vecchio Jake. Fai finta che questo pomeriggio non sia mai esistito».
Le labbra di Charlie sbiancarono al ricordo, ma annuì. «Tu che ruolo hai in tutto questo, Jake?», chiese. «Quanto ne sa Billy? Perché sei qui?». Guardò in faccia Jacob, che fissava raggiante Renesmee.
«Potrei spiegarti — fra l’altro, Billy è al corrente di tutto -, ma dovrei includere un mucchio di particolari riguardo ai lican...».
«Aaah!», esclamò Charlie tappandosi le orecchie con le mani. «Lascia stare».
Jacob sogghignò. «Andrà tutto bene, Charlie. Basta che ti sforzi di non credere a ciò che vedi».
Papà mormorò qualcosa di inintelligibile.
«Così!», rimbombò all’improvviso la voce baritonale di Emmett. «Forza, Gators!».
Jacob e Charlie sobbalzarono. Il resto di noi divenne, se possibile, ancora più immobile.
Appena si fu riavuto, Charlie si voltò a guardare Emmett, che gli dava le spalle. «Il Florida sta vincendo?».
«Hanno appena segnato il primo touchdown», rispose Emmett e si girò a guardarmi, sciabolando un paio di volte le sopracciglia come un cattivo da avanspettacolo. «Finalmente qualcuno che non fa cilecca».
Trattenni a stento un sibilo. Davanti a Charlie? Superava ogni limite.
Ma Charlie non era in condizione di cogliere i doppi sensi. Fece un altro respiro profondo, risucchiando l’aria come cercasse di farla arrivare alla punta dei piedi. Lo invidiai. Si mosse con passo vacillante, aggirò Jacob e si lasciò cadere su una poltroncina. «Mah», sospirò, «vediamo se riescono a conservare il vantaggio».
26
Brillante
«Non so quanto ci convenga raccontare questa storia a Renée», disse Charlie indugiando, con un piede già fuori della porta. Si stiracchiò e gli brontolò lo stomaco.
Annuii. «Non lo so nemmeno io. Non voglio farla uscire di testa. Meglio proteggerla. Per certe rivelazioni ci vogliono nervi saldi».
La bocca gli si increspò in una smorfia mesta. «Anche a me sarebbe piaciuto proteggerti, se avessi saputo come. Ma se c’è una cosa che non ti manca, sono proprio i nervi saldi, dico bene?».
Sorrisi, aspirando una boccata d’aria incandescente fra i denti.
Charlie si batté distrattamente una mano sullo stomaco. «Cercherò di farmi venire in mente qualcosa. Abbiamo tempo per parlarne, vero?».
«Certo», lo rassicurai.
Per certi versi era stata una giornata lunga, per altri era passata in un lampo. Charlie era in ritardo per la cena da Sue Clearwater, che si era offerta di cucinare per lui e Billy. La serata si prospettava poco rilassante ma, se non altro, avrebbe mangiato qualcosa di decente. Date le sue scarse doti culinarie, ero felice che qualcuno gli impedisse di morire di fame.
Per tutto il giorno la tensione aveva fatto sì che i minuti trascorressero al rallentatore. Charlie non aveva rilassato le spalle un solo istante, però non aveva avuto fretta di andarsene. Aveva guardato due partite intere — così assorbito dal gioco, grazie al cielo, da non cogliere le battute allusive di Emmett, la cui sfacciataggine cresceva di minuto in minuto -, i commenti del dopopartita e il telegiornale. Si era mosso soltanto quando Seth gli aveva fatto presente l’ora.
«Non vorrai bidonare Billy e mamma, vero, Charlie? Dai, Bella e Nessie sono qui anche domani. Datti una mossa, forza».
Glielo si leggeva in faccia che non credeva alle parole di Seth, ciononostante si lasciò condurre verso la porta. Si fermò sulla soglia con espressione dubbiosa. Le nuvole si stavano sfilacciando, la pioggia era passata. Non era escluso che il sole si mostrasse in una rapida apparizione solo per poter tramontare.
«Jake ha detto che volevate sparire senza dirmi niente», mormorò.
«L’avrei fatto soltanto se fosse stato strettamente necessario. Infatti, come vedi, siamo ancora qui».
«Ha detto che sareste rimasti per un po’, ma unicamente se io fossi stato forte e avessi tenuto la bocca chiusa».
«Sì... ma non posso prometterti che non ce ne andremo, papà. È piuttosto complicato...».
«Top secret», mi rammentò.
«Appunto».
«Ma se anche te ne vai, tornerai a trovarmi ogni tanto, no?».
«Te lo prometto, papà. Adesso che sai quel che basta, credo che si possa fare. Ti resterò vicina quanto desideri».
Si mordicchiò il labbro per mezzo secondo, poi si chinò piano su di me tendendo cauto le braccia. Spostai Renesmee, che si era appisolata, sul braccio sinistro, serrai le mascelle, trattenni il fiato e cinsi i suoi fianchi caldi e morbidi con il braccio destro, senza stringere.
«Restami vicino, Bells», mormorò. «Molto vicino».
«Ti voglio bene, papà», sussurrai a denti stretti.
Rabbrividì e si staccò da me. Sciolsi l’abbraccio.
«Anch’io ti voglio bene, piccola. Se c’è una cosa che non è cambiata, è proprio quella». Sfiorò con un dito la guancia rosea di Renesmee. «Incredibile quanto ti somiglia».