Nonostante il tumulto interiore, mantenni un’espressione neutra. «Io trovo che somigli di più a Edward». Esitai, poi aggiunsi: «Però ha i tuoi ricci».
Charlie aprì bocca per dire qualcosa, ma gli uscì un verso. «Già. Uhm... Sono il nonno». Scosse la testa dubbioso. «Me la farai tenere in braccio, una volta o l’altra?».
Battei le palpebre scioccata, poi mi ricomposi. Riflettei per un istante e, considerato che Renesmee mi sembrava profondamente addormentata e che le cose parevano aver preso una piega positiva, decisi che tanto valeva sfidare la sorte fino all’ultimo.
«Tieni», dissi tendendo le braccia. Lui piegò di riflesso le sue a formare una sorta di goffa culla e io vi deposi Renesmee. La pelle di Charlie non era calda come quella di lei, ma al contatto con il calore che fluiva sotto quella sottile epidermide mi sentii pizzicare ugualmente la gola. Nel punto in cui il mio braccio freddo toccò il suo, gli venne la pelle d’oca. Non riuscii a stabilire se si trattasse di una reazione puramente fisiologica alla mia nuova temperatura corporea, o di un riflesso emotivo.
Charlie emise un piccolo grugnito nel sentire il peso di Renesmee. «È... bella tosta».
Aggrottai le sopracciglia. A me pareva leggera come una piuma. Forse avevo perso anche la percezione del peso.
«È un bene», aggiunse Charlie notando la mia espressione. Poi aggiunse, mormorando fra sé: «Dovrà essere tosta, in mezzo a questo delirio...». Dondolò piano le braccia. «È la bimba più bella che abbia mai visto. Batte persino te, piccola mia. Scusa, ma è la verità».
«Lo so».
«Questa bella bambina...», ripeté, ma tubava, ormai, più che parlare.
Gli leggevo in faccia che ne era stregato, vedevo crescere l’estasi di secondo in secondo. La teneva in braccio da mezzo minuto e già la sua magia gli aveva fatto perdere la testa, proprio come a tutti noi.
«Posso tornare domani?».
«Certo, papà. Ci trovi qui».
«Sarà meglio», disse in tono severo, ma l’espressione era tutta zucchero e miele, mentre continuava a fissare Renesmee. «Ci vediamo domani, Nessie».
«Anche tu?!».
«Eh?».
«Si chiama Renesmee. Come Renée ed Esme assieme. Niente diminutivi né abbreviazioni». Mi sforzai di calmarmi, ma senza inspirare a fondo. «Vuoi sapere il suo secondo nome?».
«Certo».
«Carlie. Senz’acca. Come Carlisle e Charlie messi assieme».
Strizzò gli occhi nel suo sorriso caratteristico e s’illuminò tutto, prendendomi in contropiede. «Grazie, Bells».
«Sono io che devo ringraziare te, papà. Sono cambiate così tante cose in così poco tempo. Ho il cervello che mi bolle. Se non avessi te, avrei già mollato la presa... sulla realtà». Stavo per dire su quella che ero. Ma sarebbe stato davvero troppo per lui.
Gli brontolò di nuovo lo stomaco.
«Vai a mangiare, papà. Ci ritroverai qui». Ricordai la mia prima, scomoda immersione in quella fantasia e la sensazione che tutto avesse potuto sparire con il sorgere del sole.
Charlie annuì e con riluttanza mi restituì Renesmee. Diede un’occhiata alla stanza, dietro di me. Un lampo confuso gli attraversò gli occhi mentre si guardava attorno nell’ambiente inondato di luce. Erano ancora tutti lì; anche Jacob, che sentivo rovistare nel frigorifero in cucina. Alice era seduta sul primo gradino della scala e Jasper le posava il capo in grembo; Carlisle stava tutto curvo, con il naso infilato dentro un grosso libro che teneva sulle gambe; Esme disegnava canticchiando fra sé, mentre Emmett e Rosalie erano tutti presi a costruire un enorme castello di carte sotto le scale; Edward strimpellava dolcemente al pianoforte. Niente lasciava presagire che il giorno stesse per finire, che fosse ora di cenare o di passare a qualche attività tipicamente serale. L’atmosfera era impercettibilmente mutata. I Cullen si stavano impegnando meno del solito a fingersi umani. Di quel minimo che bastava perché Charlie notasse la differenza.
Rabbrividì, scosse la testa e sospirò. «A domani, Bella». Poi aggrottò la fronte e aggiunse: «Senti, non è che non sei più... carina. Mi ci abituerò».
«Grazie, papà».
Charlie annuì e si avviò pensieroso all’auto. Lo guardai allontanarsi; soltanto quando sentii lo stridere degli pneumatici sulla strada asfaltata mi resi conto di avercela fatta. Non gli avevo fatto del male. C’ero riuscita, per un giorno intero. Ma allora possedevo veramente dei superpoteri!
Mi sembrava troppo bello per essere vero. Sul serio potevo avere la mia nuova famiglia senza dover rinunciare alla vecchia? E io che credevo che il giorno prima fosse stato perfetto...
«Wow», sussurrai. Battei le palpebre e sentii disintegrarsi il terzo paio di lenti a contatto.
La musica del piano cessò e le braccia di Edward mi cingevano la vita, il suo mento sulla spalla.
«Mi hai rubato la parola di bocca».
«Edward, ce l’ho fatta!».
«Sì. Sei stata incredibile. Quelle paure da neonata... le hai saltate tutte a piè pari». Rise sommessamente.
«Secondo me non è neanche una vampira, figuriamoci una neonata», esclamò Emmett da sotto le scale. «È troppo mansueta!».
Tutti i commenti imbarazzanti che aveva fatto di fronte a mio padre mi risuonarono nelle orecchie e fu probabilmente un bene che avessi in braccio Renesmee. Non riuscii a impedirmi di ringhiare fra i denti.
«Uh, che paura», rise Emmett.
Sibilai e Renesmee si mosse. Batté un paio di volte le palpebre e si guardò attorno confusa. Annusò l’aria, poi allungò una mano verso il mio viso.
«Charlie torna domani», la rassicurai.
«Ottimo», commentò Emmett. Questa volta Rosalie si unì alla sua risata.
«Non è stata una gran bell’idea, Emmett», disse Edward sprezzante tendendo le braccia per prendere Renesmee. Nel vedermi esitare ammiccò, al che io, un po’ sconcertata, gliela cedetti.
«Cosa intendi dire?», chiese Emmett.
«Non ti pare un po’ azzardato sfidare il vampiro più forte di casa?».
Emmett buttò indietro la testa e sbuffò con tracotanza. «Ma per piacere!».
«Bella», mi sussurrò Edward, mentre Emmett aguzzava le orecchie, «ti ricordi, qualche mese fa, quel favore che ti ho chiesto di farmi non appena fossi diventata immortale?».
Un campanello lontano trillò nella mia mente. Mi sforzai di ricostruire certe fumose conversazioni da umana. Dopo qualche istante il ricordo mi mozzò il fiato ed esalai un «Oh!».
Alice esplose in una lunga risata squillante. Jacob fece capolino dall’angolo, masticando a bocca piena.
«Cosa?», gorgogliò Emmett.
«Dici sul serio?», chiesi a Edward.
«Fidati», rispose.
Respirai a fondo. «Emmett, ti andrebbe una piccola scommessa?».
Balzò in piedi. «Come no. Spara».
Esitai un istante. Era proprio grosso.
«O hai paura?», mi provocò.
Raddrizzai le spalle. «Tu. Io. A braccio di ferro. Sul tavolo della sala da pranzo. Adesso».
La bocca di Emmett si spalancò in un ghigno.
«Ehm, Bella», intervenne Alice. «Esme ci tiene parecchio a quel tavolo. È un pezzo antico».
Le labbra di Esme mimarono un «grazie» silenzioso.
«No problem», ghignò Emmett raggiante. «Accomodati, prego».
Lo seguii fuori, verso il garage sul retro; sentii gli altri che ci venivano dietro. C’era un masso di granito in cima a un mucchio di pietre, vicino al fiume. Avevo capito che era a quello che pensava Emmett. Era un po’ arrotondato e aveva la superficie irregolare, ma sarebbe andato bene.
Emmett puntò il gomito sul masso e m’invitò a farmi sotto.
Nel vedere i suoi muscoli gonfiarsi fui invasa da una nuova ondata di nervosismo, ma restai impassibile. Edward mi aveva assicurato che per un certo periodo sarei stata più forte di chiunque altro. Ne sembrava convinto e io mi sentivo forte. Sì, ma, così forte?, mi domandai, guardando nuovamente i bicipiti di Emmett. Non avevo nemmeno due giorni, come vampira, e ciò avrebbe dovuto giocare a mio vantaggio. A meno che fossi anomala in tutto. Magari non ero forte come tutti i neonati. Forse era questo il motivo per cui riuscivo a controllarmi così bene...