Sforzandomi di mantenere un’aria disinvolta, appoggiai il gomito sulla pietra.
«Okay, Emmett. Se vinco, non farai più un solo commento sulla mia vita intima, e questo vale anche per Rose. Basta allusioni, basta doppi sensi, basta... tutto».
Socchiuse gli occhi. «Ci sto. Se perdi, invece, non ti darò tregua».
Nel sentirmi trattenere il respiro ghignò maligno. Non c’era traccia di bluff nei suoi occhi.
«Cos’è, sorellina, ci stai ripensando?», mi schernì. «Allora non sei veramente selvaggia... Scommetto che la vostra casetta non ha nemmeno un graffio». Scoppiò a ridere. «Edward te l’ha detto quante case abbiamo sfasciato io e Rose?».
Strinsi la mascella e gli afferrai la grossa mano. «Uno, due...».
«Tre», disse roco e cominciò a spingere.
Non accadde nulla.
Non che non percepissi la pressione che stava esercitando. La mia nuova mente sembrava piuttosto brava a far calcoli, per cui deducevo che se non avesse incontrato resistenza avrebbe sfondato la roccia senza problemi. La spinta crebbe e mi chiesi distrattamente se fosse paragonabile a quella di un autocarro carico di cemento lanciato in discesa a sessanta all’ora. A ottanta? A cento? Probabilmente di più.
Ma non bastava a spostarmi. La sua mano spingeva contro la mia con forza schiacciante, ma non mi procurava una sensazione sgradevole. Anzi, mi dava una sorta di strano piacere. Da quando mi ero risvegliata, ero stata attentissima a non rompere niente ed era quasi un sollievo poter usare i muscoli senza risparmio. Lasciar fluire la forza invece di trattenerla.
Emmett emise un grugnito; aggrottò la fronte e spinse con tutto il corpo contro la linea della mia mano inamovibile. Lo lasciai sudare — in senso figurato — per un momento mentre mi godevo appieno quella folle energia che mi fluiva nel braccio.
Dopo qualche secondo, però, cominciai ad annoiarmi. Flessi il braccio ed Emmett perse un paio di centimetri.
Risi. Emmett ringhiò roco fra i denti.
«Chiudi quella boccaccia», suggerii, dopodiché abbattei il suo braccio contro la pietra. Uno schianto assordante echeggiò fra gli alberi. Il masso tremò e un frammento, all’incirca un ottavo, si staccò da una faglia prima invisibile, precipitò fragorosamente a terra e colpì il piede di Emmett. Ridacchiai. Udivo il riso soffocato di Edward e Jacob.
Emmett calciò il lastrone oltre il fiume. Il frammento tranciò a metà un giovane acero prima di fermarsi con un tonfo ai piedi di un grosso abete, che ondeggiò e si abbatté su un albero vicino.
«Rivincita. Domani».
«Non perderò le forze tanto presto», gli dissi. «Fra un mesetto, magari».
Emmett ringhiò, scoprendo i denti. «Domani».
«Tutto pur di farti felice, fratellone».
Voltandosi per andarsene diede un pugno al granito, da cui staccò una valanga di polvere e schegge. A modo suo, con quel comportamento infantile, mi faceva tenerezza.
Affascinata dalla prova inconfutabile di essere più forte del più forte vampiro che avessi mai conosciuto, appoggiai la mano aperta sulla roccia e premetti lentamente le dita nella pietra, sbriciolandola più che scavandola; la consistenza mi ricordò quella del formaggio duro. Mi ritrovai con una manciata di ghiaia in mano.
«Fico», mormorai.
Con un ghigno stampato in faccia ruotai su me stessa e diedi un colpo di taglio al masso. La pietra stridette, emise un gemito e si spezzò a metà sollevando una nuvola di polvere.
Iniziai a ridacchiare fra me.
Non prestai molta attenzione alle risatine alle mie spalle mentre prendevo a pugni e calci il resto del masso riducendolo in frammenti. Mi stavo divertendo troppo, sghignazzando ebbra di gioia. Fu solo quando udii una risata nuova, un ridacchiare acuto e argentino come di campanelli, che interruppi il mio stupido gioco.
«Sbaglio, o ha riso?».
Tutti fissavano Renesmee con la stessa espressione sbalordita che dovevo avere io.
«Sì», rispose Edward.
«E chi non stava ridendo?», borbottò Jake alzando gli occhi al cielo.
«Dimmi che, la tua prima volta, non ti sei lasciato andare un pochino anche tu, cane», lo prese in giro Edward senza la benché minima nota di rivalità nella voce.
«È diverso», disse Jacob sferrando, con mia sorpresa, un pugno amichevole alla spalla di Edward. «Bella è una donna adulta, moglie e madre. Dovrebbe avere un po’ più di serietà».
Renesmee si accigliò e toccò il viso di Edward.
«Cosa vuole?», domandai.
«Meno serietà», rispose Edward ghignando. «Si stava divertendo a vedere come te la godevi, quasi quanto me».
«Sono buffa?», chiesi a Renesmee fiondandomi verso di lei e allungando le braccia per prenderla nel momento stesso in cui si tendeva verso di me. La presi da Edward e le offrii la scheggia che avevo in mano. «Vuoi provare?».
Renesmee sfoderò il suo sorriso scintillante, afferrò la pietra e la strinse fra le mani. La concentrazione le scavò una fossetta fra le sopracciglia.
Si udì il suono leggero di qualcosa che si sbriciolava e si intravide un po’ di polvere. Renesmee aggrottò la fronte e mi tese il sasso.
«Ci penso io», dissi riducendolo in sabbia fra pollice e indice.
Renesmee batté le mani e rise, e nell’udire quel suono delizioso ci unimmo tutti a lei.
Il sole comparve all’improvviso fra le nuvole, proiettando lunghi raggi oro e rosso rubino su noi dieci, e di colpo mi persi nella bellezza della mia pelle alla luce del tramonto. Ne ero abbagliata.
Renesmee ne accarezzò le sfaccettature lisce, che brillavano come un diamante, poi posò il braccio accanto al mio. La sua pelle possedeva una luminosità vaga, sottile e misteriosa, lontana dallo scintillio che mi avrebbe costretta a chiudermi in casa nelle giornate di sole. Mi toccò il viso, contrariata dalla differenza fra noi.
«Sei più bella tu», la rassicurai.
«Non sono sicuro di potermi dichiarare d’accordo», disse Edward ma, quando mi voltai per rispondergli, il sole sul suo viso mi lasciò senza parole.
Jacob teneva una mano davanti alla faccia, fingendo di ripararsi gli occhi dal riverbero. «L’assurda Bella», disse.
«Che creatura affascinante», mormorò Edward in tono di conferma, come se il commento di Jacob fosse stato un complimento. Era abbagliato e abbagliante.
Era una sensazione strana — eppure non mi sorprendeva, perché ormai tutto era strano -, quella di possedere un talento naturale per qualcosa. Da umana non ero mai stata la migliore in niente. Con Renée me l’ero cavata abbastanza bene ma, probabilmente, un mucchio di gente se la sarebbe cavata meglio; Phil mi sembrava in gamba. A scuola andavo bene, ma non ero mai stata la prima della classe. Doti sportive, nemmeno a parlarne. Nessuna inclinazione artistica né musicale, nessun talento particolare da vantare. Premi a chi leggeva troppi libri non ne davano mai. Dopo diciotto anni di mediocrità ero abbastanza abituata a rientrare nella media. D’un tratto mi resi conto che avevo rinunciato da tempo a qualunque aspirazione di emergere, di brillare. Sfruttavo al meglio ciò che avevo, senza mai sentirmi a posto veramente nel mio mondo.
Adesso, invece, era diverso. Ero stupefacente per loro e per me stessa. Era come se fossi nata per essere una vampira. Al pensiero mi venne voglia di ridere, persino di mettermi a cantare. Avevo trovato il mio posto nel mondo, un posto su misura per me, il posto in cui brillare.
27
Progetti di viaggio
Da quando ero diventata una vampira, prendevo la mitologia molto più sul serio.
Spesso, ripensando ai miei primi tre mesi da immortale, cercavo d’immaginare che aspetto dovesse avere il filo della mia vita nelle mani delle Parche (a questo punto, chi poteva dire che non esistessero davvero?) ed ero certa che avesse cambiato colore. Credo che in origine fosse di un beige delicato, qualcosa di conciliante e non polemico, adatto a uno sfondo. Adesso doveva essere rosso acceso, o magari oro lucente.