L’arazzo di amici e familiari che mi si era tessuto attorno era bellissimo e splendente, sgargiante dei loro vivaci colori complementari.
Alcuni dei fili che avevo finito per includere nella mia vita mi sorprendevano. I licantropi, con le loro intense tonalità boschive, non li avevo calcolati; Jacob sì, naturalmente, e anche Seth. Ma pure i miei vecchi amici Embry e Quil erano entrati a far parte dell’arazzo nel momento in cui si erano uniti al branco di Jacob, e persino Emily e Sam si dimostravano cordiali. Le tensioni fra le nostre famiglie si stemperarono soprattutto grazie a Renesmee. Era facile volerle bene.
Non avevo previsto nemmeno che Sue e Leah Clearwater si intrecciassero al tessuto della nostra vita.
Sue sembrava essersi assunta il compito di spianare a Charlie la strada della transizione verso il mondo della fantasia. Lo accompagnava dai Cullen quasi tutti i giorni, sebbene desse l’impressione di non trovarsi mai veramente a proprio agio, a differenza di suo figlio e della maggior parte del branco di Jacob. Non parlava molto e si limitava a vegliare protettiva su Charlie. Era sempre suo il primo sguardo che Charlie cercava quando Renesmee lo inquietava con la sua precocità, il che accadeva spesso. Per tutta risposta Sue lanciava un’occhiata eloquente a Seth, come a significare: «A chi lo dici».
Leah era ancora più a disagio di Sue ed era la sola, fra i membri più recenti della famiglia, apertamente ostile alla fusione. Però il nuovo cameratismo che si era venuto a instaurare fra lei e Jacob la teneva vicina a tutti noi. Una volta, non senza una certa esitazione, chiesi spiegazioni a Jacob. Non volevo impicciarmi dei fatti loro, ma m’incuriosiva la nuova piega presa dal suo rapporto con lei. Jacob si strinse nelle spalle e disse che era una questione di branco. Leah era il capo in seconda, adesso, la sua "beta", come l’avevo chiamata una volta, tanto tempo prima.
«Ho pensato che se volevo fare sul serio con questa storia dell’alfa», spiegò Jacob, «certe formalità andavano messe in chiaro».
Nel suo nuovo ruolo Leah sentiva il bisogno di fare spesso rapporto a Jacob e dato che lui era sempre con Renesmee...
Leah non era contenta di frequentarci, ma costituiva l’eccezione. Ormai l’ingrediente principale della mia vita, il tratto dominante dell’arazzo, era la felicità. Al punto che il mio rapporto con Jasper divenne molto più intimo di quanto mi fossi mai sognata.
Sulle prime, però, mi aveva davvero infastidita.
«Gesù», mi lamentai con Edward una sera, dopo aver deposto Renesmee nel suo lettino di ferro battuto. «Se non ho ammazzato Sue o Charlie finora, probabilmente non lo farò mai. Vorrei che Jasper la smettesse di girarmi intorno a quel modo!».
«Nessuno lo mette in dubbio, Bella, neppure per un momento», mi assicurò Edward, «ma sai com’è fatto Jasper, non sa resistere a un buon clima emotivo. E tu sei sempre così felice, amore, che ti gravita attorno senza nemmeno accorgersene».
Poi mi abbracciò forte, perché nulla gli faceva più piacere dello stato d’estasi permanente che mi dava la mia nuova vita.
In effetti ero quasi sempre di umore euforico. Le giornate non erano mai abbastanza lunghe da consentirmi di fare il pieno d’adorazione per mia figlia e le notti erano sempre troppo corte perché potessi appagare il mio bisogno di Edward.
C’era anche una zona d’ombra, però. Immaginavo che, vista dal rovescio, la trama delle nostre vite avrebbe mostrato i lugubri intrecci grigi del dubbio e della paura.
Renesmee disse la sua prima parola a una settimana esatta di vita. La parola era mamma e mi avrebbe resa immensamente felice se non fossi stata così preoccupata per la rapidità dei suoi progressi da contraccambiarla a malapena con un sorriso sul mio volto impietrito. Il fatto che alla prima parola seguisse la prima frase, nello spazio dello stesso respiro, non contribuì, ovviamente, a confortarmi. «Mamma, dov’è il nonno?», chiese con voce squillante da soprano. Parlò a voce alta solo perché mi trovavo dall’altra parte della stanza. L’aveva già chiesto a Rosalie facendo ricorso ai suoi soliti (o del tutto insoliti, a seconda del punto di vista) mezzi di comunicazione e, dato che Rosalie non lo sapeva, si era rivolta a me.
Una situazione analoga si verificò nemmeno tre settimane più tardi, quando mosse i primi passi: dopo aver fissato per un lungo istante Alice, che volteggiava qua e là con le braccia cariche di fiori da distribuire fra i vasi disseminati per la stanza, si alzò in piedi senza nemmeno vacillare e attraversò il locale con grazia di poco inferiore a quella della zia.
Jacob scoppiò in un applauso, ovviamente per assecondare le aspettative di Renesmee. Il legame che lo univa a lei lo induceva a mettere in secondo piano i propri impulsi personali: il suo primo istinto era sempre di dare a Renesmee ciò di cui aveva bisogno. Però i nostri sguardi s’incrociarono e io vidi riflesso nei suoi occhi lo stesso panico che sapevo presente nei miei. Mi obbligai a battere le mani anch’io, cercando di non mostrare a Renesmee la mia paura. Edward applaudiva piano accanto a me. Non avevamo bisogno di dar voce ai nostri pensieri per sapere che si equivalevano.
Edward e Carlisle cominciarono a fare ricerche a tappeto, nella speranza di trovare una risposta, un qualunque dato che consentisse di fare una previsione. In giro c’era poco e niente di verificabile.
In genere Alice e Rosalie aprivano la nostra giornata con una sfilata di moda. Renesmee non indossava mai due volte lo stesso vestito, in parte perché le andavano subito tutti troppo piccoli e in parte perché Alice e Rosalie stavano cercando di creare un album fotografico che sembrava coprire anni invece che settimane. Le scattavano migliaia di foto, per documentare ogni fase della sua infanzia accelerata.
A tre mesi Renesmee poteva passare per una bambina di un anno molto cresciuta, o per una di due un po’ piccola. Non aveva la struttura fisica tipica della prima infanzia, perché era più sottile e aggraziata, con proporzioni simili a quelle di un adulto. I riccioli color del bronzo le arrivavano alla vita; non avrei avuto la forza di tagliarglieli, nemmeno se Alice l’avesse consentito. Articolava alla perfezione ogni parola e parlava con assoluta proprietà di linguaggio, ma si dava raramente la pena di aprir bocca: preferiva mostrare ciò che voleva. Oltre che camminare, sapeva correre e ballare. Ed era persino in grado di leggere.
Una sera le stavo leggendo Tennyson, perché mi pareva che il ritmo e l’andamento della sua poesia avessero un effetto rilassante su di lei. (Dovevo cercare continuamente nuovo materiale: a differenza di qualsiasi altro bambino, Renesmee non amava sentirsi raccontare sempre le stesse storie e non aveva pazienza per i libri illustrati). Allungò una mano per toccarmi la guancia, nella mente un’immagine di noi due, solo che nella sua testa era lei a tenere il libro. Glielo cedetti con un sorriso.
«Musica dolce qui più lene cade», cominciò a leggere senza esitazione, «che non sull’erba petali di rose o, in uno stretto, su silenziose acque, fra rocce, a notte, le rugiade...».
Le tolsi il libro di mano con un gesto automatico.
«Come fai ad addormentarti, se leggi?», chiesi trattenendo a stento il tremito nella voce.
Secondo i calcoli di Carlisle, il ritmo di crescita del suo corpo stava rallentando gradualmente, ma la sua intelligenza, a quanto pareva, continuava la corsa. E se anche il rallentamento fosse proseguito a quel ritmo, nel giro di quattro anni al massimo sarebbe stata adulta.
Quattro anni. E a quindici sarebbe stata una donna anziana.
Soltanto quindici anni di vita.
Eppure scoppiava di salute. Era sveglia, vivace, radiosa e felice. Di fronte al suo evidente benessere, mi era facile godermi il momento e lasciare il domani dov’era, cioè ancora di là da venire.