«Un tempo in queste faccende ci comportavamo come i Regolatori» gli confidò Burningboy. «Promuovi i migliori, opprimi il resto. Ma loro finirono per creare un’aristocrazia — i Signori del Sole, i Nobili, i Rispettati e, giù in fondo, tutti i pidocchiosi nuovi arrivati. Nei Moderatori, usiamo le votazioni. E così abbiamo un ricambio costante; le persone possono spendere le loro reputazioni, perderle, riconquistarle. E poi — e questa è la nostra caratteristica migliore — il nostro sistema rende impossibili attacchi volti a decapitare la nostra struttura. Vedi, i federali cercano sempre ‘i capi criminali’. Vogliono sempre il ‘boss’, il cosiddetto ‘cervello’.»
«Mi mancheranno davvero le tue spiegazioni» replicò Oscar. Era passato molto tempo da quando era comparso in pubblico indossando le ghette, la fascia di seta e un cappello appropriato. Si sentiva lontano un milione di miglia da Burningboy, come se stesse ricevendo dei segnali da un pianeta molto distante.
«Senta, Oscar, dopo trenta anni di guerra informatica imperialista americana, tutti nel maledetto mondo capiscono i concetti di insurrezione e di sovversione politica. Noi tutti sappiamo come farlo adesso, noi tutti sappiamo come rovesciare il paradigma dominante. Siamo dei geni nel fotterci da soli e nel decostruire le nostre istituzioni. Non ne è rimasta più una che funzioni.» Bumingboy fece una pausa. «Sto diventando troppo radicale? La sto spaventando?»
«No. Sta dicendo la verità.»
«Bene, ecco perché adesso sto per andare in prigione. Noi Moderatori abbiamo una sorta di accordo con un giudice in New Mexico. È disposto a sbattermi dentro per un’accusa assolutamente irrilevante. E così trascorrerò due o tre anni in un penitenziario statale di minima sicurezza. Penso che, una volta al sicuro in gattabuia, forse riuscirò a sopravvivere a quello che hai fatto qui.»
«Burningboy, non mi starà dicendo che finirà davvero in prigione.»
«Dovrebbe provarci anche lei, amigo. È la comunità americana più invisibile di tutte. Le prigioni possono darti tutto quello che ti interessa. Persone con un mucchio di tempo libero. Strane economie, basate su droghe e tatuaggi artigianali. C’è un mucchio di tempo per pensare seriamente. Quando sei in un penitenziario, ti penti sul serio dei tuoi vecchi errori.» Adesso Bumingboy assunse un’espressione incredibilmente remota. Oscar lo stava perdendo; era come se fosse a bordo di una nave delle valchirie coperta di fiori, diretta verso le sponde di Avalon. «E poi, alcuni di quei bastardi sono così conciati male che hanno ancora le carie. Quando ne ho voglia, so ancora fare il dentista. Ti ho detto che un tempo ero un dentista? Prima che il vaccino anticarie mandasse in malora la mia professione.»
Oscar aveva dimenticato che, un tempo, Burningboy era stato un dentista. Quell’uomo aveva preso una laurea in medicina. Oscar fu allarmato da questo, non tanto perché il completo annichilimento dell’arte odontoiatrica era un triste indicatore delle catastrofi sociali che avevano colpito l’America, quanto perché stava dimenticando cose importanti su persone importanti. Ormai era diventato troppo vecchio, a ventinove anni? Stava perdendo le sue capacità? Si era sforzato troppo? Forse era il modo in cui Burningboy si vestiva e parlava. Era un emarginato, un prolet. Era impossibile prenderlo sul serio per più di qualche istante.
«Io non ho rimpianti» annunciò Burningboy, vuotando il suo bicchiere da cocktail con un gesto elegante. «Qui ho condotto la mia gente in un bel mucchio di problemi. Questa non è stata una mia idea — è stata una tua dannata idea — ma non lo avrebbero fatto, se io non avessi dato il mio assenso. Se cambi le vite di centinaia di persone, devi pagare un prezzo molto alto. Solo per — capisci — evitare che chiunque possa farlo. E così adesso faccio la cosa più onorevole. La mia gente sa com’è la prigione.»
«Allora è questa la cosa più onorevole? Scontare una pena. Pagare i debiti.»
«Giusto. Io ho comandato la carica, e adesso mi faccio da parte. Almeno non finirò come Green Huey.»
«Cosa vuol dire con questo?»
«Voglio dire che Huey non può mollare tutto, ragazzo. Non può scendere dalla croce e togliersi la corona di spine. Non può sgattaiolare via dal palco e andarsi a sedere in un angolino. Lui si è autoproclamato il supersalvatore dei deboli e degli oppressi, e non puoi usare quel trucco in America senza che qualcuno ti spari addosso. È proprio il tipo di cosa che facciamo in questo paese. Adesso Huey può sembrare in paradiso, ma è fatto soltanto di carne. Qualcuno ucciderà Huey. Un cecchino pazzo, una squadra di agenti segreti durante un corteo…» Guardò Oscar con occhi divenuti improvvisamente opachi. «Spero soltanto che non verrà fatto fuori da qualcuno che conosco di persona.»
«Sarebbe un vero peccato se il governatore subisse qualche attentato.»
«Sì, certo.»
Oscar si schiarì la gola. «Se ci sta lasciando, generale, chi subentrerà al comando qui?»
«Lei. Lo è sempre stato. Non l’ha ancora capito? Deve svegliarsi un po’, figliolo.»
«Senta, io non do ordini. Io mi limito a discutere con le parti coinvolte.»
Burningboy emise uno sbuffo ironico.
«Okay, mi permetta di riformulare la domanda. Con chi parlo, quando ho bisogno di parlare con i Moderatori?»
«Molto bene.» Burningboy scrollò le spalle. «La presenterò al mio successore.»
Burningboy lo condusse all’interno della stazione di polizia. Da dietro la porta chiusa a chiave dell’ufficio del capo provenne una sonora serie di gemiti. Burningboy prese una tessera magnetica dalla sua borsa della medicina e la usò per aprire la porta. Kevin aveva i piedi nudi poggiati sulla scrivania e stava ricevendo un doppio massaggio ai piedi da un paio di donne nomadi. Era molto ubriaco e indossava un buffo cappellino da festa.
«Molto bene, signore» gorgogliò Kevin. «Per adesso basta. Molte grazie. Davvero.»
«I tuoi metatarsi sono davvero in cattive condizioni» commentò la prima massaggiatrice in tono dignitoso.
«Possiamo segnarti un’ora intera?» chiese la seconda.
«Oh, fate pure!» acconsentì Kevin in tono regale. «Chi lo verrà mai a sapere?»
«Questo è il mio successore» annunciò Burningboy. «Il nostro nuovo capo della sicurezza. ‘Capitano Scubbly Bee’.»
«Ma è magnifico!» esclamò Oscar. «È una bella notizia. Incredibile. È così bello che non so neppure cosa dire.»
Kevin abbassò i piedi coperti di olio dalla scrivania. «Diavolo, mi sono arruolato. Ho firmato con la banda. Adesso sono un ragazzo che ce l’ha fatta, sono con i Moderatori.»
«Questo lo capisco» replicò Oscar. «Una nuova identità e tutto il resto. ‘Scubbly Bee’, se non mi sbaglio. Non ‘Stubbly’?»
«No, Scubbly. Scubbly Bee.» Kevin indicò un tritadocumenti lì vicino. «Ho appena distrutto tutti i miei documenti di identità ufficiali. Non riesco neppure a dirti come mi sono sentito bene nel farlo. Questa è la festa più bella che abbia mai avuto.»
«Qual è il significato di ‘Scubbly Bee’? Deve significare qualcosa di molto importante per te, visto che ha un suono così buffo.»
Kevin sogghignò. «Io lo so; sei tu che devi scoprirlo, sciocco.»
Burningboy strinse la mano a Kevin. «Presto me ne andrò» annunciò. «Tu tieni il becco all’asciutto, va bene, capitano? Questa è l’ultima volta che voglio vederti così ubriaco.»
«Io non sono così ubriaco» mentì Kevin. «Più che altro è l’effetto dell’endorfina stimolata dal massaggio ai piedi.»
Burningboy lasciò l’ufficio, gettando le braccia sulle spalle consenzienti delle due donne nomadi. Oscar si sedette. «Spero che tu non abbia distrutto i tuoi certificati elettorali.»