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«Non tutto è permesso in guerra e in amore! Non hai mai sentito parlare della Convenzione di Ginevra? Se Yvonne s’innamorasse di un altro, tu cosa faresti, li uccideresti tutti e due?»

«Proprio così», annuisce William senza scomporsi, mentre Andy si avvicina a noi con una lattina di birra in mano. Qualcuno gli passa uno spinello, ma lui si limita a porgerlo a me. William scuote la testa. «Anche tu devi sopportare tutto questo?» chiede ad Andy.

«Cosa?»

«Oh, questo continuo lavaggio di cervello sui Tories e sul fatto che sono schifosi imbroglioni.»

«Ah, sempre», conferma Andy, e sorride.

«Hanno mentito per andare al potere», riprendo. «E mentiranno ancora per cercare di mantenerlo. Come potete fidarvi di loro?»

«Spero soltanto che cerchino di sistemare una volta per tutte i sindacati», commenta William.

«Era il momento di cambiare», dice Andy.

«Il Paese ha bisogno di un bel calcio nel culo», conviene William, con aria di sfida.

Sono sbalordito. «Dunque sono circondato da bastardi egoisti che credevo miei amici», esclamo, dandomi un colpo sulla fronte con la mano con cui tengo lo spinello, rischiando quindi di darmi fuoco ai capelli. «È terribile.»

Andy annuisce. Beve un sorso di birra e mi guarda al di sopra della lattina. «Io ho votato Tory», mi comunica, tranquillo.

«Andy!» grido, sbigottito, quasi disperato.

«Terapia d’urto», commenta, ridendo, rivolto più a William che a me.

«Come hai potuto?» Scuoto la testa; poi passo lo spinello a William.

Andy riflette con esagerata serietà. «È stato quello spot a farmi decidere, credo. Non so se ce l’hai presente: IL LABURISMO NON LAVORA PER LA NAZIONE. Fantastico come slogan politico: conciso, memorabile, efficace, persino arguto. Ho un poster nella mia stanza, al St. Andrew’s. L’hai mai visto, William?»

William annuisce, e mi guarda, ridendo. Cerco di mantenermi calmo, ma è difficile.

«Molto spiritoso, Andy.»

Andy mi fissa. «Oh, su, Cameron», mi dice con un tono tra l’esasperato e il comprensivo. «È successo. Devi accettarlo. Potrebbe anche rivelarsi meglio di quanto pensi.»

«Vallo a dire ai disoccupati», ruggisco, allontanandomi verso la cucina. Poi mi fermo. «Uno di voi due Tories bastardi vuole qualcosa da bere?»

Sono a letto, sveglio, nella mia stanza nell’appartamento che divido con altri studenti e che si trova al piano inferiore rispetto a quello di William e Yvonne. Mi sono fatto un po’ di anfe che ha portato un amico e non riesco a dormire. Ho anche lo stomaco in subbuglio: probabilmente troppi vodka e limone, e il punch alla festa era schifoso. Il mio appartamento è sul lato opposto dell’edificio rispetto al loro; si vedono la strada di accesso, i prati fino al vecchio muro di cinta e gli alberi alti che si ergono sulla collinetta dall’altra parte. La finestra è aperta; sento il rumore del vento tra gli alberi. Presto sarà l’alba. Sento la porta d’ingresso che si apre e si richiude e, dopo pochi secondi, la porta della camera che viene aperta. Mi batte forte il cuore. Una figura scura s’inginocchia di fianco al mio letto. Sento il suo profumo.

«Cameron?» mormora.

«Yvonne?» chiedo con un sussurro.

Mi mette le mani dietro la testa e posa le labbra sulle mie. Sono nel bel mezzo del bacio quando mi viene in mente che forse sto sognando, ma immediatamente ho la prova che non è così. Le sfioro la nuca e poi le spalle. Lei si toglie la camicia da notte e scivola dentro il letto singolo di fianco a me, calda, nuda e già bagnata.

Fa l’amore in fretta, con forza, quasi in silenzio. Anch’io cerco di non fare rumore e — dato che prima mi sono fatto una sega veloce e furtiva — ci metto un po’ di più a venire. Quando raggiunge l’orgasmo, lei lancia un breve urlo soffocato, come un cinguettio, e affonda i denti nella mia spalla. Mi fa un male cane. Resta sopra di me per qualche minuto, ansante, con la testa sulla mia spalla, poi si riscuote, si tira su e, mentre scivolo fuori di lei, i suoi capezzoli duri mi sfiorano il petto. Mi avvicina le labbra all’orecchio.

«Ho approfittato di te, Cameron», dice, quasi facendo le fusa, a voce bassissima.

«Sono un uomo di facili costumi», le sussurro.

«William ha bevuto troppo e si è addormentato sul più bello.»

«Ah, ah! Be’, quando hai bisogno, sono qui.»

«Hmm. Questo non è mai successo, d’accordo?»

«Resterà fra queste quattro mura.»

Mi dà un bacio ed esce, infilandosi la camicia da notte e camminando veloce a piedi nudi, richiudendo piano la porta alle sue spalle.

Sento un leggero russare, che proviene dalla stanza vicina alla mia: uno dei ragazzi con cui divido l’appartamento. L’unico isolante acustico sui blocchetti di cemento che dividono la sua stanza dalla mia è costituito da qualche mano di pittura. Probabilmente è questo il motivo per cui Yvonne ha fatto così piano.

Mi sollevo appena e guardo ai piedi del letto, sul pavimento, dove Andy se ne sta rannicchiato nel suo sacco a pelo, nascosto nell’oscurità, ed è questo il motivo per cui io ho fatto così piano.

«Andy?» sussurro pianissimo, pensando che forse lui ha continuato a dormire per tutto il tempo.

«Fottuto bastardo. Hai tutte le fortune», dice con un tono di voce normale.

Torno a sdraiarmi, e rido in silenzio.

Mi sanguina la spalla, nel punto in cui i denti hanno lacerato la pelle.

Un’altra mattina, un altro interrogatorio, qualche battuta…

Sono seduto sulla sedia di plastica grigia nella solita stanza spoglia con McDunn e con uno della polizia del Galles: un tizio grande e grosso con i capelli biondi striati e un abito grigio che gli va stretto. Ha il collo da giocatore di rugby, occhi d’acciaio e mani enormi che tiene incrociate sul tavolo. Sembrano due mazze di carne e ossa.

McDunn socchiude gli occhi. Fa quel rumore, quel risucchio con i denti. «Che cos’ha fatto agli occhi, Cameron?»

Deglutisco, faccio un respiro profondo e lo fisso. «Ho pianto», spiego. Lui pare sorpreso. Il ragazzone gallese distoglie lo sguardo.

«Pianto?» ripete McDunn, aggrottando la fronte.

Respiro a fondo, nel tentativo di controllarmi. «Mi avete detto che Andy è morto. Andy Gould. Era il mio migliore amico. Era il mio migliore amico e… e non sono stato io… a ucciderlo, va bene?»

McDunn mi guarda, leggermente perplesso. Il poliziotto gallese invece mi fissa come se avesse intenzione di usare la mia testa a mo’ di palla da rugby.

Un altro respiro profondo. «Ho pianto per lui.» E non solo per lui. «Va bene?»

McDunn annuisce lentamente, con un’espressione remota negli occhi, come se non stesse annuendo per quello che gli ho appena detto. In realtà non ha ascoltato una sola parola.

Il gallese si schiarisce la gola e prende la valigetta. Tira fuori alcuni documenti e un altro registratore. Mi passa un foglio formato A4. «Le dispiace leggere quello che è scritto su questo foglio, Colley?»

Leggo quello che c’è scritto, dall’inizio alla fine: sembra il comunicato che il nostro uomo ha fatto al telefono dopo che Sir Rufus è stato cotto alla brace. Pare che siano stati gli estremisti del Movimento nazionalista gallese a rivendicare la sua uccisione.

«Una voce in particolare?» gli chiedo. «Michael Caine, John Wayne, Tom Jones?»

«Prima proviamo con la sua voce, eh?» dice Occhi d’Acciaio. «Poi passiamo a un accento gallese.» Mi sorride, il tipo di sorriso che immagino ti rivolga un attaccante del pacchetto di mischia prima di staccarti un orecchio con un morso.

«Sigaretta?»

«Grazie.»

Seduta pomeridiana. Di nuovo McDunn. Pare che stia diventando lui lo specialista in Colley. Accende lui la sigaretta per me, tenendola tra le labbra. Le mie mani non tremano più come prima, dunque una simile premura non è più strettamente necessaria, però non m’interessa. Mi porge la sigaretta. La prendo e sa di buono. Tossisco un po’, ma sa comunque di buono. McDunn mi guarda, comprensivo. La cosa mi fa piacere. Lo so come dovrebbe funzionare il meccanismo, conosco l’importanza di stabilire un rapporto di fiducia, di costruire un legame di complicità e tutte ’ste stronzate (e mi sento onorato che non abbiano fatto con me la solita farsa del poliziotto buono e del poliziotto cattivo, anche se forse non la fanno più con nessuno perché ormai la conoscono tutti, dopo averla vista migliaia di volte in TV), comunque provo veramente qualcosa per McDunn: lui è il filo che mi tiene legato alla realtà, il mio raggio di sanità mentale nel buio dell’incubo. Sto cercando di non dipendere troppo da lui, ma è difficile.