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«Certo, Jack, certo.»

«Willie, stiamo guardando indietro all’origine dell’universo. C’è una grande posta in gioco anche nel nostro programma e ‘sappiamo’ che c’è un universo lassù; voi non sapete che ci sia neppure un solo omino verde.»

«Vallo a dire al dottor Arroway. Sono sicuro che sarà contenta di ascoltare la tua opinione,» ribattè lui un po’ acido. Lo scienziato di servizio entrò nell’area di controllo. Passò in rassegna rapidamente decine di schermi televisivi che controllavano l’avanzare della ricerca radio. Avevano appena finito di esaminare la costellazione di Ercole. Avevano scrutato nel centro di un grande sciame di galassie molto oltre la Via Lattea, l’ammasso di Ercole, distante un centinaio di milioni di anni luce; si erano sintonizzati su M-13, un ammasso globulare di circa 300.000 stelle, legate gravitazionalmente insieme, in orbita attorno alla Via Lattea, a 26.000 anni luce di distanza; avevano esaminato Ras Algethi, un sistema binario, e Zeta e Lambda Herculis, alcune stelle differenti dal Sole, altre simili a esso, tutte vicine. La maggior parte delle stelle visibili a occhio nudo si trova a meno di alcune centinaia di anni luce di distanza. Avevano controllato attentamente centinaia di piccoli settori del cielo entro la costellazione di Ercole a un miliardo di frequenze separate e non avevano udito nulla. Negli anni precedenti, avevano perlustrato le costellazioni immediatamente a ovest di Ercole, Serpens, Corona Borealis, Boòtes, Canes Venatici… e anche là non avevano sentito nulla.

Lo scienziato di servizio poteva vedere che alcuni dei telescopi erano intenti a raccogliere alcuni dati tralasciati nella costellazione di Ercole. I rimanenti erano puntati con precisione verso un settore adiacente di cielo, la costellazione immediatamente a est di Ercole. I popoli del Mediterraneo orientale, migliaia di anni prima, l’avevano paragonata a uno strumento musicale a corde e l’avevano associata a Orfeo, l’eroe greco. Era una costellazione chiamata Lira. I computer dirigevano i telescopi in modo da seguire le stelle della Lira dal loro sorgere al loro tramontare, accumulavano i radio fotoni, controllavano le condizioni dei telescopi, ed elaboravano i dati in un formato adatto ai loro operatori umani. Persino «un solo» scienziato di servizio era in un certo senso di troppo. Passando accanto a un distributore di caramelle, a una macchinetta per il caffè, a una frase in caratteri runici tratta da Tolkien dall’Artificial Intelligence Laboratory di Stanford, e a una placca da paraurti che diceva: i BUCHI NERI SONO INVISIBILI, Willie si avvicinò al banco dei comandi. Salutò cordialmente lo scienziato di servizio del pomeriggio che stava ora raccogliendo i suoi appunti e si preparava ad andarsene per la cena. Poiché i dati giornalieri venivano compendiati in maniera appropriata in ambra sul visualizzatore principale, Willie non ebbe bisogno di informarsi sull’andamento delle ore precedenti.

«Come puoi vedere, non c’è molto. C’è stato un errore di puntamento — almeno così sembrava — al quarantanove,» disse, facendo un vago cenno verso la finestra. «Il gruppo di quasar ha lasciato liberi i telescopi 1-10 e 1-20 circa un’ora fa. Sembra che stiano ricevendo degli ottimi dati.»

«Sì, ho sentito. Non capiscono…»

La voce gli si spense in gola quando un allarme luminoso si mise a lampeggiare dignitosamente sulla consolle che stava loro di fronte.

Su un quadrante contrassegnato con «intensità-frequenza», si accendeva una fila verticale di leds.

«Ehi, guarda, è un segnale monocromatico.»

Un altro quadrante, «intensità-tempo», mostrava una serie di impulsi che si muovevano da sinistra a destra e quindi uscivano dallo schermo.

«Quelli sono numeri,» Willie disse debolmente. «Qualcuno sta trasmettendo dei numeri.»

«Si tratta probabilmente di qualche interferenza dell’aviazione. Ho visto un AWACS, forse da Kirtland, a circa 1600. Può darsi che ci stiano facendo uno scherzo.»

C’erano stati solenni accordi per salvaguardare almeno alcune frequenze radio per l’astronomia. Ma proprio perché tali frequenze rappresentavano un canale libero, i militari le trovavano di quando in quando irresistibili. Se mai fosse scoppiata una guerra globale, forse i radioastronomi sarebbero stati i primi a saperlo, con le loro finestre sul cosmo traboccante di ordini ai satelliti per la direzione della battaglia e il rilevamento dei danni, in orbita geosincronica, e di trasmissioni di comandi di lancio cifrati a lontani avamposti strategici. Ma anche senza trasmissioni militari, ascoltando contemporaneamente un miliardo di frequenze, gli astronomi dovevano attendersi qualche interferenza. I fulmini, le accensioni delle auto, i satelliti per le trasmissioni dirette erano tutte fonti di interferenze radio. Ma i computers avevano il loro numero, conoscevano le loro caratteristiche e sistematicamente li ignoravano. Per segnali che presentassero una maggiore ambiguità, il computer si metteva ad ascoltare con maggior attenzione e si assicurava che non avessero niente a che vedere con nessuna scorta di dati che era programmato a capire. Di quando in quando, un velivolo per lo spionaggio elettronico in missione di addestramento — talvolta con una coppa radar abilmente mascherata da disco volante messo di taglio — sfrecciava nelle vicinanze e Argus scopriva improvvisamente segni inequivocabili di vita intelligente. Ma risultava sempre trattarsi di una vita di un tipo particolare e deprimente, intelligente fino a un certo punto, extraterrestre per modo di dire. Alcuni mesi prima, un F-29E con le più moderne contromisure elettroniche aveva sorvolato la zona all’altezza di 80.000 piedi e aveva fatto scattare gli allarmi su tutti i 131 telescopi. Agli occhi poco militari degli astronomi, il segnale radio era stato abbastanza complesso per essere un primo messaggio plausibile di una civiltà extraterrestre. Ma scoprirono che il radiotelescopio più occidentale aveva ricevuto il segnale esattamente un minuto prima di quello più orientale, e ben presto fu chiaro che si trattava di un oggetto sfrecciante attraverso il sottile involucro gassoso che circonda la Terra piuttosto che una trasmissione da una qualche civilità inconcepibilmente diversa presente nelle profondità dello spazio. Quasi certamente questa volta era la stessa cosa. Le dita della sua mano destra erano inserite nelle cinque cavità intervallate in modo regolare di una bassa scatola sulla sua scrivania. Da quando era apparso questo aggeggio, Ellie riusciva a risparmiare mezz’ora alla settimana. Ma non c’era stato davvero un gran che da fare con quella mezz’ora extra.

«E stavo raccontando tutto alla signora Yarborough. E’ quella che sta nel letto accanto, ora che la signora Wertheimer è morta. Non ho l’intenzione di vantarmi, ma mi attribuisco un certo merito per quello che hai fatto nella vita.»

«Sì, mamma.»

Si esaminava lo smalto sulle unghie e decise che avevano bisogno di un altro minuto, forse di un minuto e mezzo. «Stavo pensando a quella volta in quarta, ricordi? Quando pioveva a dirotto e tu non volevi andare a scuola? Volevi che ti scrivessi una giustificazione per il giorno dopo, dicendo che eri rimasta a casa perché stavi male. E io non te l’ho voluta fare. Ti dissi: ‘Ellie, oltre all’essere belli, la cosa più importante del mondo è un’educazione. Non si può fare molto per la bellezza, ma si può fare qualcosa per l’educazione. Va’ a scuola. Non si sa mai quel che puoi imparare oggi.’ Non è vero?»

«Sì, mamma.»

«Ma, voglio dire, non è quello che ti dissi allora?»

«Sì, me ne ricordo, mammina.»

Lo smalto su quattro unghie era perfetto, ma quello del pollice aveva ancora un aspetto opaco.

«Così presi le tue galosce e il tuo impermeabile — era uno di quelli gialli, ti faceva sembrare graziosa come un bocciolo — e ti spedii a scuola. E quello fu il giorno in cui non riuscisti a rispondere a una domanda durante la lezione di matematica del signor Weisbrod? Ti arrabbiasti tanto che ti precipitasti alla biblioteca del college e ti documentasti sull’argomento finché non ne sapesti di più del signor Weisbrod. Ne fu impressionato. Me lo disse.»