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Vi dico, amici miei, che la scienza è troppo importante perché venga lasciata agli scienziati. I rappresentanti delle fedi maggiori dovrebbero prender parte all’operazione di decodificazione. Dovremmo esaminare i dati originali. Altrimenti… altrimenti, dove andremo a finire? Ci diranno qualcosa del Messaggio. Forse quello in cui credono davvero. Forse no. E noi dovremo accettarlo, qualunque cosa ci dicano. Ci sono cose che gli scienziati conoscono. Ci sono altre cose — vi do la mia parola — di cui non sanno nulla. Forse hanno ricevuto un messaggio da un altro essere nei cicli. Forse no. Possono essere sicuri che il Messaggio non sia un vitello d’oro? Non credo che lo riconoscerebbero nemmeno se ne avessero visto uno. Sono quelli che ci hanno portato la bomba all’idrogeno. Perdonami, o Signore, per non essere più grato a queste anime gentili.

Ho visto Dio in faccia. Lo adoro, confido in Lui, Lo amo, con tutta l’anima, con tutto il mio essere. Non credo che qualcuno possa credere con un’intensità maggiore della mia. Non riesco a vedere come gli scienziati possano credere nella scienza più di quanto io creda in Dio.

Sono pronti a gettar via le loro ‘verità’ quando appare alla ribalta una nuova idea. Ne sono orgogliosi. Non vedono alcuna fine per il processo conoscitivo. Immaginano che siamo prigionieri dell’ignoranza fino alla fine dei tempi, che non vi sia alcuna certezza in natura. Newton ha sorpassato Aristotele, Einstein ha sorpassato Newton. Domani, qualcun altro sorpasserà Einstein. Non appena riusciamo a capire una teoria, ce n’è già un’altra al suo posto. Non me ne importerebbe tanto se ci avessero avvertiti che le vecchie idee erano sperimentali. Quella di Newton l’hanno chiamata ‘legge’ di gravitazione universale. La chiamano ancora così. Ma se era una legge di natura, come poteva essere sbagliata? Come poteva essere sorpassata? Soltanto Dio può abrogare le leggi di natura, non gli scienziati. Si sono solo sbagliati. Se Albert Einstein aveva ragione, Isaac Newton era un dilettante, un confusionario. Ricordatevi che gli scienziati non hanno sempre ragione. Vogliono portarci via la nostra fede, le nostre convinzioni, e non ci offrono in cambio nulla che abbia un valore spirituale. Non ho nessuna intenzione di abbandonare Dio perché gli scienziati scrivono un libro e dicono che è un messaggio da Vega. Non adorerò la scienza. Non trasgredirò al primo comandamento. Non mi prostrerò davanti al vitello d’oro.»

Quando era un ragazzo, prima di diventare largamente conosciuto e ammirato, Palmer Joss era stato un fenomeno da baraccone. La cosa era stata menzionata nel suo profilo su «Times-week»; non era un segreto. Per far fortuna si era fatto tatuare sul torso con grande precisione un planisfero in proiezione cilindrica. Si esibiva alle fiere di contea e in spettacoli secondari dal-l’Oklahoma al Mississippi, come un vagabondo superstite di un’epoca più vigorosa di intrattenimenti rurali viaggianti. Nella distesa dell’azzurro oceano c’erano le quattro divinità dei venti, con le gote gonfie che soffiavano in prevalenza da ponente e da nord-est. Curvando i pettorali, riusciva a far gonfiare Borea e l’Atlantico centrale. Poi, declamava agli spettatori meravigliati un passo del VI libro delle Metamorfosi di Ovidio:

A me s’addice la forza: con essa disperdo le fosche nuvole, il mare sconturbo, le roveri schianto nodose […]. Quando poi entro sotterra e sommetto feroce le spalle alle profonde caverne, spavento gli estinti e tremare faccio l’intero universo.

Fuoco e zolfo dall’antica Roma. Con l’aiuto delle mani dava una dimostrazione della deriva dei continenti, premendo l’Africa occidentale contro il Sud America sì da farle combaciare come i pezzi di un puzzle quasi perfettamente alla longitudine del suo ombelico. Lo annunciavano come «Geos, l’Uomo Terra». Joss era un grande lettore e, essendo sgombro da un’educazione formale dopo la scuola elementare, non si era sentito dire che la scienza e i classici non sono pane per la gente comune. Aiutato dal suo fascino selvaggio, si ingraziava le bibliotecarie delle città toccate dal luna-park e chiedeva quali libri seri dovesse leggere. Voleva, diceva loro, migliorare se stesso. Seguendo scrupolosamente i loro consigli, lesse dei manuali su come farsi degli amici, investire in beni immobili e intimidire i propri conoscenti a loro insaputa, ma si rese conto che quei libri avevano poco valore. Invece, nella letteratura antica e nella scienza moderna pensò di aver scoperto la qualità. Quando c’erano periodi di inattività, passava molto tempo nella biblioteca della cittadina locale o della contea. Imparò un po’ di geografia e di storia. Avevano attinenza con il suo lavoro, disse a Elvira, la ragazza elefante, che gli faceva continue domande sulle sue assenze. Lei lo sospettava di travolgenti passioni — una bibliotecaria in ogni porto, disse una volta — ma dovette ammettere che il suo modo di imbonire il pubblico stava migliorando. Il contenuto dei suoi discorsi era troppo intellettuale, ma l’esposizione era fatta con un linguaggio familiare. Sorprendentemente, il piccolo padiglione di Joss cominciò a fruttar denaro al luna-park.

Un giorno, con le spalle rivolte al pubblico, stava dimostrando la collisione dell’India con l’Asia e il conseguente corrugamento himalayano, quando, da un cielo grigio ma senza pioggia si sprigionò un fulmine che lo colpì a morte. C’erano stati dei tornado nel sud-est dell’Oklahoma, e il tempo era insolito in tutto il Sud. Egli ebbe la sensazione chiarissima di lasciare il proprio corpo — pietosamente inerte sull’assito coperto di segatura sotto gli sguardi circospetti e quasi timorosi di una piccola folla — e di innalzarsi per una sorta di lungo tunnel oscuro, avvicinandosi lentamente a una vivida luce. E nel fulgore egli potè discernere via via una figura di proporzioni eroiche, certo divine.

Quando si riebbe, trovò una parte di sé delusa di essere vivo. Era sdraiato su una branda in una camera ammobiliata poveramente. Chinato su lui c’era il reverendo Billy Jo Rankin, non l’attuale possessore di tale nome, ma suo padre, un venerabile surrogato di predicatore degli anni tra il 1950 e il 1975. Sullo sfondo, Joss credette di vedere una dozzina di figure incappucciate che intonavano il «Kyrie Eleison». Ma non potè esserne sicuro. «Mi salvo o muoio?» sussurrò il giovane. «Ragazzo mio, entrambe le cose,» rispose il reverendo Rankin. Joss fu presto sopraffatto da un acuto senso di scoperta davanti all’esistenza del mondo. Ma in un modo per lui difficile da esprimere, quella sensazione era in conflitto con la beatifica visione avuta, e con l’infinita gioia che tale visione preannunciava. Poteva percepire le due sensazioni in conflitto entro il suo petto. In varie circostanze, talvolta a metà di una frase, si sentiva consapevole dei diritti reclamati sulla parola o sull’azione dall’una o dall’altra di tali sensazioni. Dopo un certo tempo, fu soddisfatto di vivere con entrambe.