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In un bel pomeriggio d’autunno a Washington, la Presidente si vide costretta a rinviare una riunione dello Special Contin-gency Task Group a causa della crisi di Tyrone Free. Dopo un volo notturno dal New Mexico, Ellie e der Heer si trovarono dunque con alcune ore libere e decisero di andare a visitare il Vietnam Memorial, progettato da Maya Ying Lin quando era ancora una studentessa di architettura all’università di Vale. Tra i cupi e dolenti ricordi di una guerra insensata, der Heer sembrava stranamente allegro ed Ellie cominciò di nuovo a meditare sulle pecche del suo carattere. Un paio di agenti di sicurezza in borghese della General Service Administration con speciali auricolari color carne infilati nelle orecchie li seguivano discretamente.

Ken aveva costretto un bellissimo bruco azzurro a salire su un ramoscello. L’animaletto si muoveva svelto, con il corpo iridescente ondulante al movimento di quattordici paia di zampette. All’estremità del ramoscello, vi si aggrappò con i suoi ultimi cinque segmenti e sferzò l’aria in un coraggioso tentativo di trovare un nuovo appoggio. Visti vani i suoi sforzi, si voltò prontamente e ritornò sui suoi passi. Der Heer allora cambiò la sua presa sul ramoscello cosicché quando il bruco ritornò al suo punto di partenza, non sapeva di nuovo dove andare. Come certi mammiferi carnivori chiusi in gabbia, la larva andò su e giù molte volte, ma le sembrò che negli ultimi passaggi mostrasse una crescente rassegnazione. Ellie cominciava a sentir pietà per la povera creatura anche se fosse stata la larva responsabile della distruzione dell’orzo. «Che meraviglioso programma in questa testolina!» esclamò lui. «Funziona ogni volta: ottimo software di sicurezza. E sa non cadere giù. Voglio dire che il ramoscello è davvero sospeso in aria. Il bruco non lo sperimenta mai in natura, perché il ramoscello è sempre attaccato a qualcosa. Ellie, ti sei mai chiesta come risulterebbe quel programma se si trovasse nella tua testa? Intendo, ti sembrerebbe ovvio il da farsi una volta che tu sia giunta all’estremità di un ramoscello? Avresti l’impressione di rifletterci sopra? Ti domanderesti come hai appreso ad agitare in aria le tue dieci zampette anteriori, mentre ti tieni stretta con le altre diciotto?» Lei piegò leggermente il capo ed esaminò lui più che il bruco. Sembrava che non facesse molta fatica a immaginarsela come un insetto. Cercò di rispondere vagamente, ricordando che per lui sarebbe stata una faccenda di interesse professionale. «Che ne farai adesso?»

«Lo rimetterò nell’erba, suppongo. Che altro ne dovrei fare?»

«Qualcuno lo ucciderebbe.»

«E’ difficile uccidere una creatura una volta che ti ha fatto vedere la sua coscienza.» Continuò a portare il ramoscello e la larva. Camminarono per un po’ in silenzio davanti ai quasi 55000 nomi scolpiti sul lucido granito nero.

«Ogni governo che prepari una guerra dipinge i suoi awersari come mostri,» ella disse. «Non vogliono che si pensi all’umanità della parte avversa. Se il nemico può avere dei pensieri e dei sentimenti, si possono avere delle esitazioni a uccidere. E uccidere è molto importante. Meglio vederli come mostri.»

«Ecco, guarda questa bellezza,» ribattè lui dopo un attimo. «Davvero. Guardala da vicino.»

Lo fece. Reprimendo un leggero brivido di disgusto, Ellie cercò di vedere il bruco attraverso gli occhi di Ken. «Osserva quello che fa,» egli proseguì. «Se fosse grande come te o me, spaventerebbe tutti a morte. Sarebbe un autentico mostro, non è vero? Ma è piccolo. Mangia le foglie, bada ai fatti suoi, e aggiunge un po’ di bellezza al mondo.»

Ellie gli prese la mano senza preoccuparsi del bruco e continuarono a passeggiare senza dire una parola accanto alle file di nomi incisi in ordine cronologico di morte. C’erano, naturalmente, soltanto le perdite americane. Tranne che nei cuori dei loro familiari e amici, non c’era un momento simile sul pianeta per i due milioni di uomini del Sud-est asiatico che erano morti nello stesso conflitto. In America, il commento pubblico più comune a proposito di questa guerra riguardava l’opposizione politica al potere militare, psicologicamente simile, lei pensò, alla spiegazione della «pugnalata nella schiena» data dai militaristi tedeschi della loro disfatta nella prima guerra mondiale. Il Vietnam rappresentava un bubbone nella coscienza nazionale che nessun Presidente finora aveva avuto il coraggio di incidere. (La politica successiva della Repubblica Democratica del Vietnam non aveva facilitato il compito.) Ricordava come fosse comune per i soldati americani chiamare i loro avversari vietnamiti «musi gialli», «teste storte», «crape di riso», «mongoloidi» e peggio. Sarebbe stato possibile guidare la prossima fase della storia umana senza prima occuparsi di questa tendenza a disumanizzare l’avversario?

Nei discorsi di ogni giorno, der Heer non parlava come un accademico. Se lo si incontrava all’edicola all’angolo mentre comprava un giornale, non lo si sarebbe mai detto uno scienziato.

Non aveva perduto il suo accento popolare newyorkese. Al principio, l’apparente discordanza tra il suo linguaggio e la qualità del suo lavoro scientifico sembrò divertente ai suoi colleghi. Quando le sue ricerche e l’uomo stesso divennero più conosciuti, il suo accento divenne puramente idiosincratico. Ma il modo con cui pronunciava, per esempio, guanosina trifosfato, sembrava conferire a questa benigna molecola proprietà esplosive. Ci avevano messo molto a riconoscere che stavano innamorandosi. A molti altri, invece, doveva essere apparso evidente. Alcune settimane prima, quando si trovava ancora all’Argus, Lunacarskij si era lanciato in una delle sue occasionali filippiche contro l’irrazionalità del linguaggio. Stavolta era il turno dell’angloamericano.

«Ellie, perché la gente dice ‘fare di nuovo lo stesso errore’? Che cosa aggiunge il ‘di nuovo’ alla frase? E ho ragione che ‘bruciare interamente’ e ‘distruggere col fuoco’ significano la stessa cosa? E ‘rallentare’ e ‘ritardare’ non vogliono dire la medesima cosa? Perciò, se ‘stropicciare’ è accettabile, perché non lo è ‘scartacciare’?» Ellie aveva annuito stancamente. Lo aveva sentito più di una volta lamentarsi con i suoi colleghi sovietici delle incoerenze della lingua russa, ed era certa che ne avrebbe udito una versione francese alla conferenza di Parigi. Era disposta ad ammettere che le lingue avevano delle improprietà, ma esse avevano tante fonti e si evolvevano sotto l’azione di tante piccole pressioni che sarebbe stato sorprendente se fossero state perfettamente coerenti e intrinsecamente logiche. Vaygay però si divertiva tanto a lamentarsi che di solito lei non aveva il coraggio di obiettare. «E considera l’espressione idiomatica ‘essere innamorato con la testa sui talloni’,» proseguì lui. «E’ un’espressione comune, non è vero? Ma è esattamente alla rovescia. O, piuttosto, capovolta. Di solito si è con la testa sopra i talloni. Quando si è innamorati, si dovrebbe essere con i talloni sopra la testa. Ho ragione? Tu ne dovresti sapere qualcosa. Ma chiunque abbia inventato tale frase non aveva esperienza dell’amore. Immaginava che si vada in giro nella maniera consueta, invece di fluttuare per aria capovolti, come nei quadri di quel pittore francese… come si chiama?»

«Era russo», ribattè lei. Mare Chagall aveva fornito un esile pretesto per uscire da una conversazione che si stava facendo imbarazzante e spinosa. In seguito lei si chiese se Vaygay avesse voluto stuzzicarla o provocare una sua reazione rivelatrice. Forse si era accorto soltanto inconsciamente del legame che stava nascendo tra Ellie e der Heer. Una parte almeno della riluttanza di der Heer era chiara. Il consigliere scientifico della Presidente stava dedicando un’enorme quantità di tempo a una faccenda senza precedenti, delicata e incerta. Un coinvolgimento emotivo con uno dei protagonisti era rischioso. La Presidente di certo voleva che il suo giudizio fosse lucidissimo. Egli sarebbe stato libero di raccomandare linee di condotta cui Ellie era contraria, e di consigliare il rifiuto di scelte caldeggiate da lei. Innamorarsi di Ellie avrebbe compromesso in qualche modo l’efficienza di der Heer.