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«Vaygay, non saresti geloso, vero? Credo che ti sia accorto dei miei sentimenti per Ken prima di me. Quando sei ritornato al-l’Argus. Io e Ken siamo stati più o meno insieme durante gli ultimi due mesi. Hai quache riserva da fare?»

«Oh no, Ellie. Non sono tuo padre, né un amante geloso. Per te desidero soltanto una grande felicità. E’ solo che vedo tante spiacevoli possibilità.» Ma non si dilungò oltre.

Ritornarono alle loro interpretazioni preliminari di alcuni diagrammi, che avevano finito col ricoprire il tavolo. Nel contempo, discussero anche un po’ di politica: del dibattito in America sulle Direttive di Mandela per risolvere la crisi in Sud Africa, e della crescente guerra verbale tra l’Unione Sovietica e la Repubblica Democratica Tedesca. Come sempre, Arroway e Lu-nacarskij si divertivano a parlar male della politica estera dei loro rispettivi paesi. Era di gran lunga più interessante che sparlare della politica estera dell’altrui nazione, cosa che sarebbe stata ugualmente facile da farsi. Durante la loro rituale disputa sulla divisione del conto, Ellie si accorse che l’acquazzone si era trasformato in una pioggia leggera. Ormai, la notizia del Messaggio proveniente da Vega aveva raggiunto ogni angolo e recesso del pianeta Terra. Persone che non sapevano nulla di radiotelescopi e non avevano mai sentito parlare di un numero primo, vennero a conoscenza di una storia bizzarra che riguardava una voce dalle stelle, e stràni esseri — non esattamente uomini, ma neppure dei — che erano stati scoperti nel cielo notturno. Non erano originari della Terra. La stella che era la loro dimora poteva essere vista facilmente anche in una nottata di plenilunio. In mezzo alla frenesia di commenti settari che non accennava a placarsi, c’era anche — in tutto il mondo appariva ora evidente — un senso di meraviglia e persino di timore reverenziale. Qualcosa di sconvolgente, qualcosa di quasi miracoloso stava avvenendo. L’aria era piena di possibilità, aleggiava un senso di nuovo inizio. «L’umanità è stata promossa alla scuola superiore,» aveva scritto l’editorialista di un giornale americano.

C’erano altri esseri intelligenti nell’universo. Si poteva comunicare con loro. Erano probabilmente più vecchi di noi, forse più saggi. Ci stavano mandando volumi di complesse informazioni. C’era una diffusa attesa di un’imminente rivelazione secolare. Allora gli specialisti di ogni materia cominciarono a preoccuparsi. I matematici si preoccupavano delle scoperte elementari che potevano esser loro sfuggite. I capi religiosi si preoccupavano che i valori spirituali di Vega, per quanto alieni, potessero trovare presto dei proseliti, specialmente fra i giovani ignoranti. Gli astronomi si preoccupavano che ci potessero essere dei principi fondamentali riguardanti le stelle vicine su cui si fossero sbagliati. I politici e i capi di governo si preoccupavano che qualche altro sistema di governo, completamente diverso da quelli vigenti, potesse essere ammirato da una civiltà superiore. Qualunque cosa gli abitanti di Vega conoscessero non era stata influenzata da istituzioni, storia o biologia umane. Che sarebbe accaduto se gran parte di ciò che riteniamo vero fosse stato un equivoco, un caso speciale, un errore di logica? Gli esperti cominciarono ansiosamente a ricontrollare i fondamenti delle loro materie.

Oltre a questa ristretta inquietudine professionale, c’era la formidabile, crescente percezione di una nuova avventura per il genere umano, di una svolta, di un’irruzione in una nuova età: un simbolismo potentemente amplificato dalPawicinarsi del terzo millennio. C’erano ancora dei conflitti politici, alcuni dei quali — come la persistente crisi sudafricana — piuttosto seri. Ma c’era anche un notevole declino in molte parti del mondo di retorica sciovinista e di puerile nazionalismo autocelebratore. C’era la sensazione che l’umana specie, bilioni di minuscoli esseri sparsi per il mondo, avesse avuto in dono un’opportunità senza precedenti, ma anche un grave pericolo comune. A molti sembrava assurdo che gli stati in lotta continuassero le loro mortali contese quando si trovavano di fronte a una civiltà non umana di ben più grandi possibilità. C’era un soffio di speranza nell’aria. Alcuni ne avevano perso l’abitudine e la scambiarono per qualcos’altro: confusione, forse, o vigliaccheria. Per decenni, dopo il 1945, la riserva mondiale di armi strategiche nucleari era costantemente aumentata. I leader cambiavano, i sistemi di armi cambiavano, la strategia cambiava, ma il numero delle armi strategiche cresceva soltanto. Venne il tempo in cui ce n’erano più di 25.000 sul pianeta, dieci per ogni metropoli. La tecnologia stava velocemente evolvendosi, incentivando l’ottica del primato militare, l’essere i primi a colpire o, così veniva detto, a contrattaccare. Soltanto un così colossale pericolo poteva annientare una così colossale stupidità, alimentata da tanti leader in tante nazioni per tanto tempo. Ma alla fine il mondo rinsavì, almeno sino a un certo punto, e fu firmato un accordo tra Stati Uniti, Unione Sovietica, Gran Bretagna, Francia e Cina. Non si prefiggeva di liberare il mondo dalle armi nucleari. Pochi si aspettavano che trascinasse qualche Utopia sulla sua scia. Ma gli americani e i russi si impegnarono a ridurre i loro arsenali strategici a mille armi nucleari ciascuno. I particolari vennero attentamente vagliati affinchè nessuna delle due superpotenze si trovasse in posizione di svantaggio nelle varie fasi delle operazioni di disarmo. La Gran Bretagna, la Francia e la Cina si trovarono d’accordo nel cominciare a ridurre i loro arsenali una volta che le superpotenze fossero scese sotto le 3.200 unità. Vennero firmati gli Accordi di Hiroshima, tra l’esultanza generale, vicino alla famosa placca commemorativa per le vittime della prima città cancellata da un’arma nucleare: «Riposate in pace e che non accada mai più.» Ogni giorno gli elementi fissionabili asportati da un egual numero di testate americane e russe venivano consegnati a una base speciale diretta da tecnici statunitensi e russi. Il plutonio veniva estratto, registrato, sigillato e trasportato da squadre di entrambi i paesi in centrali nucleari dove veniva consumato e convertito in elettricità.

Questo piano, chiamato Gayler dal nome di un ammiraglio americano, venne salutato ovunque come il non plus ultra per trasformare le spade in vomeri. Poiché ogni nazione possedeva ancora un potenziale bellico devastante, anche i militari alla fine ne furono soddisfatti. I generali, come chiunque altro, non desideravano certo la morte dei loro figli, e la guerra nucleare è la negazione delle virtù militari convenzionali: è difficile trovare un gran valore nel premere un bottone. La cerimonia del primo disinnesco — trasmessa in diretta e replicata molte volte — ebbe come protagonisti alcuni tecnici americani e russi in camice bianco che spingevano due di quegli oggetti metallici di color grigio scuro, ognuno grande come un divano e variamente decorati con stelle e strisce, falci e martelli. La trasmissione fu vista da una percentuale altissima della popolazione mondiale. I telegiornali serali informavano con regolarità sul numero delle armi strategiche che erano state disinnescate da entrambe le parti e sul numero di quelle che dovevano essere ancora smontate. Di lì a poco più di due decenni, anche tale notizia avrebbe raggiunto Vega. Negli anni seguenti, il disarmo continuò, quasi senza intoppi. Da principio venne consegnato il sovrappiù degli arsenali, con un modesto cambiamento nella dottrina strategica; ma ora le riduzioni cominciavano a farsi sentire e i sistemi di armi più destabilizzanti venivano smantellati. Era qualcosa che gli esperti avevano definito impossibile e dichiarato «contrario alla natura umana». Ma una sentenza di morte, come aveva osservato Samuel Johnson, riesce a far concentrare la mente in maniera prodigiosa. Negli ultimi sei mesi, il disarmo nucleare da parte degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica aveva compiuto nuovi e più importanti passi in avanti, con la decisione di dare il via a controlli regolari effettuati da squadre di tecnici di entrambe le nazioni che dovevano agire l’una sul territorio dell’altra, nonostante la disapprovazione e la preoccupazione manifestate pubblicamente dagli staff militari di entrambi i paesi. Le Nazioni Unite si trovarono a mediare, con risultati inaspettatamente positivi, alcuni contrasti internazionali, giungendo alla risoluzione delle guerre di confine Cile-Argentina e Irak-Iran. Corse anche voce, non del tutto priva di fondamento, di un trattato di non aggressione stipulato tra la NATO e il Patto di Varsavia. I delegati che giungevano alla prima sessione plenaria dell’Associazione Mondiale per il Messaggio erano inclini a una cordialità che non trovava paragoni negli ultimi decenni.