Ne seguì una grande confusione. Molte delegazioni chiesero simultaneamente che venisse data loro la parola. Invece, i co-presidenti della conferenza sembravano soprattutto impegnati a rammentare ai delegati che le sedute non dovevano essere registrate in alcun modo. Non si doveva concedere nessuna intervista ai giornali. Ci sarebbero stati dei comunicati stampa quotidiani, concordati dai co-presidenti della conferenza e dai capi delle delegazioni. Anche gli aspetti procedurali della discussione dovevano restare entro quelle pareti.
Parecchi delegati chiesero chiarimenti alla presidenza. «Se Baruda ha ragione a proposito di un cavallo di Troia o di una macchina da Giudizio Universale,» gridò un delegato olandese, «non è nostro dovere informare il pubblico?» Ma non gli era stata data la parola e il suo microfono non era stato attivato. Passarono ad altre, più urgenti, questioni.
Ellie aveva pestato in fretta i tasti del terminale dell’elaboratore di servizio che aveva davanti, per essere una delle prime a poter prendere la parola. Scoprì di essere stata messa in lista per seconda, dopo Sukhavati e prima di un delegato cinese. Ellie conosceva superficialmente Devi Sukhavati. Era una donna maestosa sui quarantacinque anni, pettinata all’occidentale, con sandali a tacco alto e un magnifico sari di seta. Dopo essere stata medico, era diventata uno dei principali esperti indiani in biologia molecolare e ora divideva il suo tempo tra il King’s College di Cambridge e il Tata Institute di Bombay. Era una delle poche persone del suo paese a far parte della Royal Society di Londra e si diceva che fosse ben piazzata politicamente. Si erano incontrate l’ultima volta alcuni anni prima, a un simposio internazionale a Tokyo, prima che la ricezione del Messaggio avesse eliminato gli inevitabili punti interrogativi nei titoli di alcuni dei loro articoli scientifici. Ellie aveva sentito una reciproca affinità tra loro, dovuta solo in parte al fatto che erano tra le poche donne partecipanti a congressi scientifici sulla vita extraterrestre.
«Devo ammettere che l’accademico Baruda ha sollevato una questione importante e delicata,» cominciò a dire Sukhavati, «e sarebbe assurdo scartare l’eventualità del cavallo di Troia senza pensarci due volte. Tenuto conto di gran parte della storia recente, è un’idea che sorge spontanea e mi sorprende che ci sia voluto tanto perché venisse presa in considerazione. Tuttavia, vorrei mettere in guardia da tali paure. E’ improbabile al massimo che gli esseri su un pianeta della stella Vega siano esattamente al nostro livello di progresso tecnologico. Anche sul nostro pianeta, le culture non si evolvono a ranghi serrati. Alcune cominciano prima, altre dopo. Riconosco che alcune culture possono mettersi in pari almeno dal punto di vista tecnologico. Quando c’erano civiltà progredite e raffinate in India, in Cina, in Irak e in Egitto, c’erano, nel migliore dei casi, nomadi dell’età del ferro in Europa e in Russia e culture dell’età della pietra in America.
Ma i divari tecnologici saranno di gran lunga più grandi nelle presenti circostanze. Gli extraterrestri sono probabilmente molto più avanti di noi, certamente più di alcune centinaia di anni: torse migliaia, o addirittura milioni. Ora, io vi domando di confrontare ciò con il ritmo dell’avanzamento tecnologico umano dell’ultimo secolo. Sono cresciuta in un piccolo villaggio dell’India meridionale. Ai tempi di mia nonna la macchina per cucire a pedale era una meraviglia della tecnica. Di che cosa potrebbero essere capaci degli esseri che sono migliaia di anni avanti di noi? O milioni? Come ha detto una volta un filosofo nella nostra parte del mondo: ‘I prodotti di una civiltà extraterrestre sufficientemente avanzata sarebbero indistinguibili dalla magia’.
Noi non possiamo costituire assolutamente una minaccia per loro. Non hanno nulla da temere da parte nostra, e sarà così per moltissimo tempo. Non si tratta di un confronto tra Greci e Troiani, che erano sullo stesso livello. Questo non è un film di fantascienza in cui creature originarie di differenti pianeti combattono con armi simili. Se desiderano distruggerci, lo possono certamente fare con o senza la nostra eco…»
«Ma a quale prezzo?» l’interruppe qualcuno dalla sala. «Non capite? Questo è il punto. Baruda dice che le nostre trasmissioni televisive costituiscono per loro il segnale che è venuto il momento di distruggerci, e il Messaggio ne è il mezzo. Le spedizioni punitive sono costose. Il Messaggio è economico.» Ellie non riuscì a individuare chi avesse fatto questo intervento.
Sembrava fosse qualcuno della delegazione britannica. Le sue osservazioni non erano state amplificate dal sistema audio perché ancora una volta la Presidenza non aveva concesso la parola all’oratore. Ma l’acustica nella sala delle conferenze era abbastanza buona perché lo si fosse potuto udire perfettamente. Der Heer, alla Presidenza, cercava di mantenere l’ordine. Abukhimov si piegò in avanti e sussurrò qualcosa a un assistente. «Lei pensa che ci sia un pericolo nel costruire la macchina,» Sukhavati ribattè. «Io penso che ci sia un pericolo nel non costruire la macchina. Mi vergognerei del nostro pianeta se voltassimo le spalle al futuro. I suoi antenati» — Devi puntò un dito in dirczione del suo interlocutore — «non erano così pavidi quando salparono per la prima volta per l’India o per l’America.»
Questo convegno promette di riservare molte sorprese, pensò Ellie, benché dubitasse che Clive o Raleigh potessero essere gli esempi più appropriati per la decisione che si doveva prendere in quell’occasione. Forse Sukhavati stava soltanto punzecchiando gli inglesi per i passati misfatti coloniali. Ellie attendeva che si accendesse la luce verde sulla sua consolle per indicare che il suo microfono era in funzione.
«Signor Presidente.» Con questo tono formale e pubblico, che le era venuto quasi spontaneo, Ellie si rivolse a der Heer, che non era riuscita quasi a vedere negli ultimi giorni. Avevano organizzato di trascorrere assieme il pomeriggio dell’indomani durante una pausa dei lavori e si chiedeva leggermente ansiosa di che cosa avrebbero parlato. Ahi, preoccupazione fuori luogo, pensò. «Signor Presidente, credo che si possa fare un po’ di luce su queste due questioni: il cavallo di Troia e la macchina del Giudizio Universale. Avevo l’intenzione di discuterne domattina, ma sembra proprio che sia pertinente parlarne adesso.» Ellie battè sulla sua consolle i numeri di codice per alcune delle sue diapositive. La grande sala dalle pareti ricoperte di specchi si oscurò. «Il dottor Lunacarskij e io siamo convinti che queste siano differenti proiezioni della stessa configurazione tridimensionale. Ieri, abbiamo mostrato l’intera configurazione in una rotazione simulata dall’elaboratore. Noi riteniamo, benché non ne possiamo essere sicuri, che questo sia l’aspetto dell’interno della macchina. Fino a ora, non c’è nessuna chiara indicazione di scala. Forse è larga un chilometro, forse è submicroscopica. Ma notate questi cinque oggetti posti a intervalli regolari attorno all’orlo della principale camera interna, entro il dodecaedro. Ecco un primo piano di uno di essi. Sono le uniche cose presenti nella camera che abbiano un aspetto riconoscibile.
Sembra essere una comune poltrona superimbottita, perfettamente configurata per un essere umano. E’ molto improbabile che creature extraterrestri, evolutesi su un altro mondo completamente diverso, ci somiglino abbastanza per condividere le nostre preferenze in fatto di arredamento da stanza di soggiorno. Ecco, guardate questo primo piano. Assomiglia a qualcosa che si trovava nel ripostiglio di mia madre quando ero adolescente.»
Infatti sembrava quasi che avesse delle fodere a fiori. Si sentì un po’ in colpa. Aveva trascurato di telefonare a sua madre prima di partire per l’Europa, e, a dire la verità, l’aveva chiamata soltanto una o due volte da quando il Messaggio era stato ricevuto. Ellie, come puoi? Si mosse un rimprovero.
Guardò di nuovo i disegni fatti dall’elaboratore. La simmetria delle facce pentagonali del dodecaedro si rifletteva nelle cinque poltrone interne, ognuna posta di fronte a una superficie pentagonale. «Perciò, è nostra opinione — del dottor Lunacarskij e mia — che le cinque poltrone siano destinate a noi, agli uomini. Questo significherebbe che la camera interna della macchina è larga solamente pochi metri, e che l’esterno forse dieci o venti metri. La tecnologia è indubbiamente formidabile, ma non pensiamo di stare parlando di costruire qualcosa delle dimensioni di una città. O della stessa complessità di una portaerei. Possiamo benissimo essere in grado di costruire la macchina, se lavoriamo tutti insieme. Quello che sto cercando di far capire è che non si collocano delle poltrone all’interno di una bomba. Io non credo si tratti di una Macchina del Giudizio Universale o di un cavallo di Troia. Sono d’accordo con quanto detto dal dottor Sukhavati, o forse solo sottinteso; l’idea che si tratti di un cavallo di Troia è un’indicazione implicita di quanta strada si debba ancora percorrere.» Di nuovo ci fu una violenta interruzione. Ma questa volta der Heer non fece nulla per porvi fine; anzi, accese il microfono del contestatore. Era lo stesso delegato che aveva interrotto Sukhavati pochi minuti prima, Philip Bedenbaugh del Regno Unito, un ministro del Partito Laburista dell’instabile coalizione governativa. «… semplicemente non capisce qual è la nostra preoccupazione. Se fosse letteralmente un cavallo di legno, non saremmo tentati di portare il congegno alieno entro le porte della città. Abbiamo letto il nostro Omero. Ma ricopriamolo con un po’ di stoffa colorata e i nostri sospetti vengono dissipati. Perché? Perché veniamo lusingati. O sedotti. C’è la prospettiva di un’avventura storica. C’è la promessa di nuove tecnologie. C’è l’idea di essere accettati da — come dirlo? — esseri più grandi. Ma io affermo, a dispetto di tutte le nobili fantasie che i radioastronomi possano nutrire, che se c’è anche una minima possibilità che la macchina sia un mezzo di distruzione, non dovrebbe essere costruita. Meglio, come ha proposto il delegato sovietico, bruciare i nastri con i dati e considerare la costruzione di radiotelescopi un delitto capitale.»