La seduta stava facendosi turbolenta. Una gran quantità di delegati si stavano mettendo in lista elettronicamente per avere l’autorizzazione a parlare. La confusione crebbe fino a diventare un rombo continuo che fece venire in mente a Ellie gli anni di ascolto delle scariche statiche radioastronomiche. Non sembrava che si sarebbe giunti prontamente a un accordo e i co-presidenti erano chiaramente incapaci di tenere a freno i delegati.
Quando il delegato cinese si alzò in piedi per prendere la parola, i dati che lo riguardavano tardavano ad apparire sullo schermo di Ellie che si guardò intorno in cerca di aiuto. Non sapeva neppure chi fosse quell’uomo. Nguyen «Bobby» Bui, un membro del National Security Council ora assegnato a der Heer, si chinò su lei e disse: «Il suo nome è Xi Qiaomu, scritto ics i, pronunciato sci. Grosso personaggio. Nato al tempo della Lunga Marcia. Volontario in Corea quando era ancora adolescente. Funzionario governativo, soprattutto politico. Silurato subito durante la Rivoluzione culturale. Ora membro del Comitato centrale. Molto influente. Recentemente, è stato sui giornali. Dirige anche gli scavi archeologici cinesi.»
Xi Qiaomu era un uomo alto, dalle spalle larghe, sulla sessantina. Le rughe che aveva in viso lo facevano sembrare più vecchio, ma il suo portamento e il suo fisico gli conferivano un aspetto quasi giovanile. Indossava la giacca abbottonata sino al colletto di prammatica per i leader politici cinesi come lo erano i vestiti a tre pezzi per i leader governativi americani, fatta eccezione, naturalmente, per la Presidente. I dati relativi a Xi erano arrivati adesso sulla sua consolle e si ricordò di aver letto un lungo articolo su Xi Qiaomu in una delle videoriviste.
«Se siamo spaventati,» stava dicendo, «non faremo nulla. Questo ritarderà un po’ i loro piani. Ma ricordate, sanno che siamo qui. La nostra televisione arriva al loro pianeta. Ogni giorno sono costretti ad averci in mente. Avete guardato i nostri programmi televisivi? Non ci dimenticheranno. Se non facciamo nulla e se si preoccupano di noi, verranno da noi, macchina o non macchina. Non possiamo nasconderei da loro. Se fossimo rimasti tranquilli, non dovremmo fronteggiare questo problema. Se avessimo soltanto la televisione via cavo e nessun grande radar militare, allora forse non saprebbero nulla di noi. Ma adesso è troppo tardi. Non possiamo tornare indietro. Il nostro destino è segnato.
Se avete seriamente paura che questa macchina possa distruggere la Terra, non costruitela sulla Terra. Costruitela da qualche altra parte. Allora, se è una Macchina da Giudizio Universale e fa saltare per aria un mondo… non si tratterà del nostro. Ma ciò sarà molto costoso, probabilmente troppo costoso. O se non siamo così spaventati, costruiamola in qualche remoto deserto. Si potrebbe avere una terribile esplosione nella zona desertica di Takopi nella provincia di Xinjing senza provocare la morte di nessuno. E se non abbiamo affatto paura, possiamo costruirla a Washington. O a Mosca. O a Beijing. O in questa bella città. Nell’antica Cina, Vega e le due stelle vicine erano chiamate Chih Neu. Che significa la giovane donna con il filatoio. E’ un simbolo augurale, una macchina per fare nuove vesti alla popolazione della Terra.
Abbiamo ricevuto un invito. Un invito molto inconsueto. Forse si tratta di andare a un banchetto. La Terra non è mai stata invitata a un banchetto, prima d’ora. Sarebbe da maleducati rifiutare.
12
L’ISOMERO UNO-DELTA
«Contemplare le stelle mi fa sempre fantasticare, come fantastico di solito sui punti neri che rappresentano città e villaggi su una carta geografica. Perché, mi chiedo, i punti luminosi del cielo non dovrebbero essere accessibili come i punti neri sulla carta della Francia?»
Era uno splendido pomeriggio d’autunno, così eccezionalmente caldo che Devi Sukhavati non si era portata dietro il soprabito. Lei ed Ellie passeggiavano lungo gli affollati Champs-Elysées in dirczione di Piace de la Concorde. Come a Londra, Manhattan e solo alcune altre città del pianeta, la diversità etnica non aveva alcun rilievo. Due donne che camminavano insieme, una in gonna e giacchetta di lana, l’altra in sari, erano un fatto comunissimo. Davanti a un tabaccheria c’era una lunga, ordinata e poliglotta fila di persone attirate dalla prima settimana di vendita legalizzata di sigarette confezionate con la canapa indiana, provenienti dagli Stati Uniti. Per la legge francese, non potevano essere vendute ai minori di diciott’anni. Molte persone della coda erano individui di mezz’età o più vecchi. Alcuni avrebbero potuto essere algerini o marocchini naturalizzati francesi. Varietà particolarmente forti di cannabis indica venivano coltivate soprattutto in California e nell’Oregon per l’esportazione. Lì si esaltava una nuova e apprezzata qualità di canapa che per di più era stata fatta crescere alla luce ultravioletta che aveva il potere di convertire alcuni dei cannabinoidi inerti nell’isomero uno-delta. Era chiamata «Baciata dal Sole». La confezione, pubblicizzata da un cartello alto un metro e mezzo che si trovava in vetrina, recava questo slogan in francese: «Vi verrà dedotto dalla vostra quota di Paradiso».
Le vetrine dei negozi lungo il boulevard erano un’orgia di colori. Le due donne comperarono delle castagne da un venditore ambulante e ne assaporarono gioiosamente il gusto e la morbidezza della polpa. Per una qualche ragione, ogni volta che Ellie vedeva un’insegna che pubblicizzava la BNP, la Banque Nationale de Paris, la leggeva come il termine russo birra, con la lettera mediana rovesciata. BIRRA, le insegne — che ai suoi occhi negli ultimi tempi erano state distolte dalle loro consuete e rispettabili funzioni fiduciarie — sembrava la stessero invitando, BIRRA RUSSA. L’assurdità la divertiva e solo con una certa difficoltà poteva convincere la parte del suo cervello preposta alla lettura che quello era l’alfabeto latino e non cirillico. Più avanti, sostarono ammirate davanti all’obelisco di Luxor, un antico monumento a ricordo delle imprese militari di Ramsete II e III che era stato trasportato a Parigi con una forte spesa per diventarvi un moderno monumento a ricordo delle imprese militari di qualcun altro. Decisero di proseguire. Der Heer aveva mandato a monte l’appuntamento, o almeno era come se l’avesse fatto. L’aveva chiamata al telefono la mattina, scusandosi ma non più di tanto. C’erano troppe questioni politiche sollevate alla sessione plenaria. Il Segretario di Stato sarebbe arrivato in volo l’indomani, interrompendo una visita a Cuba. Der Heer dunque era occupatissimo e sperava che Ellie avesse capito. Lei capì. Si detestava perché andava a letto con lui. Per evitare un pomeriggio solitario, aveva chiamato Devi Sukhavati. «In sanscrito, uno dei termini per dire ‘vittorioso’ è ‘abhijit’. E’ come veniva chiamata Vega nell’antica India. Abhijit. Fu sotto l’influsso di Vega che le divinità indù, gli eroi della nostra cultura, sottomisero gli asura, gli dei del male. Ellie, mi sta ascoltando?… Ora, è una cosa curiosa. Anche in Persia ci sono gli asura, ma in Persia gli asura erano gli dei del bene. Alla fine spuntarono delle religioni in cui il dio principale, il dio della luce, il dio Sole, veniva chiamato Ahura-Mazda. Gli zoroastriani, ad esempio, e i mitraisti. Ahura, Asura, è lo stesso nome. Ci sono ancora degli zoroastriani al giorno d’oggi, e i mitraisti fecero piuttosto paura ai primi cristiani. In India, le Devis sono dee del bene. In Persia, le Devis diventano dee del male. Alcuni studiosi ritengono che sia da qui che in definitiva trae origine la parola inglese ‘devii’. La simmetria è completa. Tutto ciò è probabilmente un vago ricordo dell’invasione ariana che spinse i Dravida, i miei antenati, verso il sud. Dunque, a seconda di dove si vive, di qua o di là dal Kirthar Range, Vega appoggia il Bene o il Male.»