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Questa storia vivace era stata offerta come un dono da Devi, che chiaramente aveva avuto notizia delle avventure religiose di Ellie in California due settimane prima. Ellie gliene era riconoscente. Ma le fece venire in mente che non aveva neppure menzionato a Joss la possibilità che il Messaggio fosse il progetto per una macchina di impiego sconosciuto. Certo egli sarebbe venuto a conoscenza di tutto ciò abbastanza presto attraverso i mass-me-dia. Avrebbe dovuto davvero, si disse severamente, fare una chiamata intercontinentale per spiegargli i nuovi sviluppi. Ma si diceva che Joss fosse in ritiro. Non aveva concesso nessuna dichiarazione pubblica dopo il loro incontro a Modesto. Rankin, in una conferenza stampa, annunciò che, nonostante potessero esserci dei pericoli, non si opponeva a lasciar ricevere agli scienziati l’intero Messaggio. Ma la traduzione era un’altra faccenda. Controlli periodici da parte di tutte le componenti sociali erano indispensabili, egli disse, specialmente da parte di quelle cui spettava la salvaguardia dei valori spirituali e morali.

Si stavano ora avvicinando ai giardini delle Tuileries, dove si dispiegavano i colori trionfanti dell’autunno. Degli uomini anziani dall’aspetto fragile — secondo Ellie del sud-est asiatico — stavano discutendo animatamente. I cancelli neri di ghisa erano ravvivati da palloncini multicolori in vendita. Al centro di una vasca c’era un’Anfitrite di marmo. Attorno a essa, stavano solcando l’acqua delle barchette a vela spinte da un’esuberante folla di ragazzini, aspiranti Magellani. Un pesce gatto all’improvviso balzò dall’acqua, facendo affondare la barchetta ammiraglia, e i bambini ammutolirono, colpiti da quell’apparizione del tutto inaspettata. Il Sole stava per tramontare ed Ellie rabbrividì.

Si avvicinarono all’Orangerie, in una sezione della quale c’era una speciale mostra, così il manifesto annunciava, di «Immagini marziane». I veicoli robotizzati dell’impresa spaziale franco-russoamericana su Marte avevano prodotto una spettacolare messe di fotografie a colori, alcune delle quali — come le immagini scattate dal Voyager dall’esterno del sistema solare attorno al 1980 — andavano al di là del loro mero scopo scientifico e divenivano arte. Il manifesto mostrava un paesaggio fotografato sul vasto altipiano Elysium. In primo piano c’era una piramide a tre facce, liscia, fortemente erosa, con un cratere di impatto vicino alla base. Era stata prodotta da milioni di anni di tempeste di sabbia sollevate dai forti venti marziani, avevano detto i geologi planetari. Un secondo veicolo, destinato a una zona chiamata Cydonia, sull’altra faccia di Marte, era finito in una duna mobile, e i suoi controllori a Pasadena erano stati fino a quel momento incapaci di rispondere alle sue disperate invocazioni di aiuto.

Ellie si ritrovò a considerare attentamente l’aspetto di Sukhavati: i suoi grandi occhi neri, il suo portamento eretto, il magnifico sari.

Pensò di non avere la stessa grazia. Di solito era capace di partecipare a una conversazione pur pensando contemporaneamente ad altri argomenti. Ma quel giorno aveva delle difficoltà a seguire una sola linea di pensiero, figurarsi due. Mentre stavano discutendo la validità delle varie opinioni riguardo all’eventuale costruzione della Macchina, nella sua immaginazione ritornò alla visione suggeritale da Devi dell’invasione ariana dell’India 3500 anni prima: una guerra tra due popolazioni, ognuna delle quali rivendicava la vittoria, ognuna delle quali esagerava patriotticamente le narrazioni storiche. Alla fine, la storia si trasformava in una guerra di dei. La nostra parte, naturalmente è buona. La parte avversa, naturalmente, è cattiva. Ellie immaginò il Diavolo dell’Occidente, con la barbetta caprina, con la coda lanceolata, con il piede fesso nella sua lenta, graduale evoluzione durata migliaia di anni da un antecendente indù che, per quanto ne sapeva, aveva la testa di un elefante ed era dipinto di blu.

«Il cavallo di Troia di Baruda forse non è un’idea del tutto insensata,» concluse Ellie. «Ma non vedo quale altra scelta possa esserci, come ha affermato Xi. Loro possono essere qui in una ventina d’anni, se vogliono.»

Arrivarono a un arco monumentale in stile romano sormontato da una statua di Napoleone alla guida di una quadriga. Secondo una prospettiva extraterrestre, com’era patetica quella posa eroica dell’imperatore nella sua apoteosi. Si riposarono su una panchina di pietra che si trovava lì accanto, proiettando le loro lunghe ombre su un’aiuola di fiori dai colori della repubblica francese. Ellie moriva dalla voglia di discutere della sua situazione emotiva, ma ciò poteva avere sottintesi politici. Per lo meno, sarebbe stato indiscreto. Non conosceva Sukhavati molto bene e allora preferì incoraggiare la sua compagna a parlare della sua vita personale. Sukhavati acconsentì abbastanza prontamente. Era nata in una famiglia brahmanica ma indigente, con tendenze matriarcali, nello stato meridionale di Tamil Nadu. Famiglie matriarcali erano ancora comuni in tutta l’India del sud. Si era immatricolata all’università indù di Benares. In Inghilterra, in una facoltà di medicina, aveva incontrato Surindar Ghosh e se ne era perdutamente innamorata. Ma Surindar era un intoccabile, di una casta così aborrita che la loro semplice vista veniva ritenuta dai bramini ortodossi contaminante. Gli antenati di Surindar erano stati costretti a condurre un’esistenza notturna, come pipistrelli e gufi. La famiglia di lei minacciò di rinnegarla se si fossero sposati. Suo padre dichiarò che non sarebbe stata più sua figlia se avesse preso in considerazione una tale unione. Se avesse sposato Ghosh, lui avrebbe preso il lutto come se fosse morta. Lei lo sposò comunque. «Eravamo troppo innamorati,» disse. «Non avevo davvero altra scelta.» Entro l’anno morì di setticemia contratta mentre effettuava un’autopsia senza un’adeguata protezione. Invece di farla riconcialiare con la famiglia, la morte di Surindar provocò esattamente l’opposto, e dopo aver conseguito la sua laurea in medicina, Devi decise di restare in Inghilterra. Si scoprì una naturale propensione per la biologia molecolare e la considerò una logica continuazione dei suoi studi medici. Presto scoprì di avere un vero talento in questa disciplina precisa. La conoscenza della duplicazione dell’acido nucleico la condusse a lavorare sull’origine della vita, e ciò a sua volta la condusse a considerare le possibilità di vita su altri pianeti.