«Glielo posso dire?»
«Arroway non lo deve sapere prima di Drumlin, vero? Ti farò sapere quando si avrà la decisione finale e avremo informato Drumlin… Oh, allegro Ken! Non vuoi che resti con te qui sulla Terra?»
Erano già passate le sei quando Ellie finì di dare istruzioni al «Tiger Team» del Dipartimento di Stato che stava appoggiando i negoziatori americani a Parigi. Der Heer aveva promesso di telefonarle una volta finita la riunione per la selezione dell’equipaggio. Lui voleva che Ellie apprendesse dalla sua voce se era stata prescelta, non da un altro qualsiasi. Lei sapeva di essere stata insufficientemente rispettosa nei riguardi degli esaminatori, e di correre il rischio di venire scartata proprio per quella ragione, oltre a una decina di altre. Comunque, congetturò lei, poteva esserci ancora una possibilità.
C’era un messaggio che l’attendeva in albergo — non un modulo rosa «mentre lei era fuori» compilato dal centralinista dell’hotel, ma una lettera sigillata, senza francobollo, consegnata a mano. Diceva: «Vediamoci al Museo nazionale della Scienza e della Tecnica, alle otto di stasera. Palmer Joss.»
Nessun saluto, nessuna spiegazione, nessun programma e nessuna formula finale di cortesia, pensò. Questo è davvero un uomo di fede. La carta da lettere era quella del suo albergo e non c’era l’indirizzo del mittente. Doveva essere passato nel pomeriggio, probabilmente informato dal Segretario di Stato in persona che Ellie si trovava in città, aspettandosi di trovarcela. Era stata una giornata faticosa, ed era irritata di dover trascorrere un po’ di tempo lontano dalla ricostruzione del Messaggio. Benché una parte di lei fosse riluttante ad andare, fece una doccia, si cambiò, comperò un sacchetto di anacardi e nel giro di quarantacinque minuti era a bordo di un taxi. Mancava circa un’ora alla chiusura e il museo era quasi vuoto. Enormi macchinari scuri erano sistemati in ogni angolo del vasto ingresso. Ecco l’orgoglio dell’industria calzaturiera, tessile e carbonifera del diciannovesimo secolo. Un organo a vapore dell’Esposizione del 1876 stava suonando un pezzo vivace e brioso, composto forse in origine per ottoni, per un gruppo di turisti dell’Africa Occidentale. Joss non si vedeva da nessuna parte. Frenò l’impulso di girare sui suoi tacchi e di andarsene. Se dovessi incontrare Palmer Joss in questo museo, pensò Ellie, e l’unica cosa di cui avessi mai parlato con lui fosse la religione e il Messaggio, dove lo incontreresti? Era un po’ come il problema della selezione di frequenza per il SETI: non hai ancora ricevuto un messaggio da una civiltà progredita e devi decidere su quali frequenze quegli esseri — di cui tu in teoria ignori tutto, persino la loro esistenza — abbiano deciso di trasmettere. Ci deve essere per forza una qualche nozione in comune tra te e loro. Sia tu che loro conoscete certamente qual è il più comune tipo di atomo nell’universo, e la singola frequenza radio alla quale caratteristicamente assorbe ed emette. Era la logica in base alla quale la riga da 1420 megahertz dell’idrogeno atomica neutro era stata inclusa in tutte le prime ricerche del SETI. Quale sarebbe stato l’equivalente qui? Il telefono di Alexander Graham Bell? Il telegrafo di Marconi? — Ah, naturalmente…
«Questo museo possiede un pendolo di Foucault?» chiese Ellie al guardiano.
Il rumore dei suoi tacchi rimbombava sui pavimenti di marmo mentre si avvicinava alla rotonda. Joss si stava sporgendo dalla ringhiera, per guardare una rappresentazione musiva dei punti cardinali. Cerano dei piccoli indicatori verticali per le ore, alcuni diritti, altri evidentemente abbattuti dal pendolo in precedenza durante il giorno. Verso le sette del pomeriggio, qualcuno aveva fermato la sua oscillazione e ora esso pendeva immobile. Erano completamente soli. Lui l’aveva sentita avvicinarsi per un minuto almeno e non aveva detto nulla.
«Ha deciso che la preghiera può fermare un pendolo?» gli disse sorridendo.
«Sarebbe un abuso di fede,» ribattè lui.
«Non ne vedo la ragione. Farebbe un numero incredibile di convertiti. E per Dio è abbastanza facile, e se ricordo bene, lei Gli parla regolarmente… Non è così? Vuole davvero saggiare la mia fede nella fisica degli oscillatori armonici? Okay.»
Una parte di lei era sbalordita che Joss volesse sottoporla a tale test, ma era determinata a esserne all’altezza. Si sfilò la borsetta che portava a tracolla, si tolse le scarpe. Lui saltò con agilità la protezione d’ottone e l’aiutò a scavalcarla. Camminarono e scivolarono lungo il piano inclinato ricoperto di piastrelle, finché
non si trovarono accanto al pendolo. Era verniciato di nero opaco ed Ellie si chiese se fosse d’acciaio o di piombo.
«Dovrà darmi una mano,» lei disse. Riuscì facilmente a circondare con le braccia il pendolo, e insieme lo spostarono finché non fu inclinato di un buon angolo dalla verticale e rasente il suo viso. Joss la stava osservando attentamente. Non le chiese se fosse sicura di quello che faceva, trascurò di avvertirla del rischio di cadere in avanti, non la mise in guardia dall’imprimere al pendolo una componente orizzontale di velocità mentre lo lasciava andare.
Dietro a lei c’era un buon metro o un metro e mezzo di pavimento piano, prima che cominciasse a inclinarsi verso l’alto per diventare un muro circolare. Se restava perfettamente padrona di sé, si disse, l’impresa era uno scherzo.
Lasciò la presa. Il pendolo si allontanò da lei.
Il periodo di un pendolo semplice, pensò un po’ confusa, è 2 pi greco per radice quadrata di 1 fratto g, dove 1 è la lunghezza del filo e g è l’accelerazione di gravita. A causa dell’attrito nel supporto, il pendolo non può mai oscillare più indietro della sua posizione originale. Tutto quello che devo fare, rammentò a se stessa, è di non ondeggiare in avanti.
Vicino alla ringhiera opposta, il pendolo rallentò e arrivò a un punto morto. Ripercorrendo la sua traiettoria in senso contrario, stava muovendosi all’improvviso molto più velocemente di quanto si era aspettata. Mentre il solido si precipitava verso di lei, sembrava aumentare di grandezza in maniera allarmante. Era enorme e quasi su di lei. Rimase senza fiato.
«Sono indietreggiata,» disse Ellie delusa mentre il pendolo si allontanava da lei. «Soltanto di un pelo.»
«No, sono indietreggiata.»
«Lei crede. Lei crede nella scienza. C’è soltanto un’impercettibile ombra di dubbio.»
«No, non si tratta di questo. Era un milione di anni di intelligenza in lotta contro un bilione di anni d’istinto. Ecco perché il suo lavoro è ben più facile del mio.»
«A questo riguardo, le nostre attività sono le stesse. Tocca a me,» disse e in maniera brusca afferrò il pendolo al punto più alto della sua traiettoria.
«Ma non stiamo mettendo alla prova il suo credo nella conservazione dell’energia.»
Egli sorrise e cercò di restare saldo sui suoi piedi. «Che state facendo laggiù?» chiese una voce. «Siete matti?» Un guardiano del museo, intento a controllare scrupolosamente che tutti i visitatori uscissero prima della chiusura, si era imbattuto in quel quadro inverosimile di un uomo, di una donna, di un pozzo e di un pendolo in un angolo peraltro deserto del cavernoso edificio. «Oh, va tutto bene, signor guardiano,» Joss disse allegramente. «Stiamo solo saggiando la nostra fede.»
«Non potete farlo alla Smithsonian Institution,» ribattè il guardiano. «Questo è un museo.»
Ridendo, Joss ed Ellie riportarono il pendolo a una posizione di quasi immobilità e si arrampicarono su per le inclinate pareti piastrellate.