Proprio nel momento in cui si sentiva il bisogno di una forza unificante in più, c’era stato quel fulmine a ciel sereno. A cielo nero, si corresse Ellie. Dalla distanza di ventisei anni luce, da 230 trilioni di chilometri. E’ difficile pensare al proprio orgoglio di scozzesi, di slovacchi o di bantù quando si è tutti chiamati indiscriminatamente da una civiltà più avanti di millenni rispetto a quella terrestre. Il divario tra la nazione tecnologicamente più arretrata della Terra e quelle industrializzate era, certamente, molto più ridotto di quello esistente tra le nazioni industrializzate e gli esseri di Vega. All’improvviso, distinzioni che prima erano sembrate insormontabili — razziali, religiose, nazionali, etniche, linguistiche, economiche e culturali — cominciarono a sembrare un po’ meno sostanziali. «Siamo tutti esseri umani.» Era una frase che si udiva spesso in quei giorni. Era sorprendente come, nei decenni precedenti, sentimenti di questa sorta fossero stati espressi con scarsa frequenza, specialmente dai mass-media. Dividiamo lo stesso piccolo pianeta, si diceva, e — quasi — la stessa civiltà globale. Era arduo immaginare che gli extraterrestri potessero prendere in considerazione seriamente una richiesta per un abboccamento preferenziale avanzata da rappresentanti dell’una o dell’altra fazione ideologica. L’esistenza del Messaggio — anche a prescindere dalla sua enigmatica funzione — stava unificando il mondo. Lo si poteva veder accadere sotto i propri occhi.
La prima domanda di sua padre quando aveva saputo che Ellie non era stata prescelta era stata: «Hai pianto?» Sì, aveva pianto. Era del tutto naturale. C’era, naturalmente, una parte di lei che desiderava ardentemente salire a bordo. Ma la scelta di Drumlin era stata ottima, aveva detto alla madre.
I sovietici non avevano ancora scelto tra Lunacarskij e Arkhangelskij; entrambi si allenavano per la missione. Era difficile stabilire quale allenamento potesse essere adatto al di là della miglior comprensione possibile della Macchina da parte loro o di chiunque altro. Alcuni americani mossero l’accusa che si trattasse semplicemente di un tentativo russo di avere due portavoce di grido per la Macchina, ma Ellie pensò che la supposizione fosse meschina. Sia Lunacarskij che Arkhangelskij erano estremamente validi. Si chiese come avrebbero fatto i russi a decidere chi mandare. Lunacarskij si trovava negli Stati Uniti, ma non lì nel Wyoming. Era a Washington con una delegazione russa d’alto livello impegnata in un meeting con il Segretario di Stato e Michael Kitz, da poco promosso a ViceSegretario alla Difesa. Arkhangelskij era ritornato in Uzbekistan. La nuova metropoli che stava crescendo nella solitudine selvaggia del Wyoming era stata battezzata Macchina. La sua gemella sovietica ricevette l’equivalente nome russo, Makhina. Ognuna constava di un complesso di grandi edifici, di servizi, di quartieri residenziali e commerciali e, soprattutto, di fabbriche. Alcune di esse erano semplici, almeno all’esterno. Ma per altre bastava un’occhiata per notarne gli aspetti bizzarri: cupole e minareti, miglia di tubi esterni serpentiformi. Solo le fabbriche giudicate potenzialmente pericolose — quelle che producevano i componenti organici, ad esempio — si trovavano lì nel solitario Wyoming. Le tecnologie che non riservavano misteri erano distribuite un po’ dappertutto. Il punto chiave dell’agglomerato di nuove industrie era rappresentato dall’impianto per l’integrazione dei sistemi, costruito accanto a quella che era stata un tempo Wagonwheel, dove venivano consegnati i componenti ultimati. Talvolta Ellie assisteva all’arrivo di un componente e si rendeva conto di essere stata il primo essere umano ad averlo visto allo stadio di progetto. Quando ogni nuova parte veniva liberata dall’imballaggio, lei si precipitava a ispezionarla. Quando i componenti venivano montati l’uno sull’altro e quando i sottosistemi superavano i collaudi previsti, Ellie provava una sorta di soddisfazione che doveva essere simile all’orgoglio materno. Ellie, Drumlin e Valerian arrivarono per una delle solite riunioni, programmate da tempo; si trattava di un controllo del segnale da Vega che ormai veniva effettuato ovunque. Al loro arrivo, tutti stavano parlando dell’incendio di Babilonia. Era scoppiato durante le prime ore del mattino, forse in un momento in cui il luogo era frequentato soltanto dai suoi più iniqui e degenerati habitués. Gruppetti di assalitori, armati di mortai e di bombe incendiarie, avevano fatto irruzione simultaneamente attraverso le porte di Enlil e di Ishtar. La ziggurat era stata data alle fiamme. C’era una foto di gente in vesti incredibili e succinte che si riversava fuori del tempio di Assur. Stranamente, nessuno era rimasto ucciso, anche se molti avevano riportato varie ferite.
Proprio prima dell’attacco, il «New York Sun», un giornale controllato dai Primigei e che recava un globo infranto da un fulmine sulla sua testata, aveva ricevuto una chiamata telefonica annunciante che l’attacco stava per essere sferrato. Era la punizione ispirata da Dio, aveva dichiarato l’autore della telefonata, messa in atto da coloro che erano nauseati e stanchi di sporcizia e di corruzione in difesa della decenza e della moralità americane. Il presidente della Babilonia Inc. deplorò l’attacco e condannò il presunto complotto criminale, ma — almeno fino a quel momento — non si era sentita una parola da S.R. Hadden, dovunque potesse essere. Dato che si sapeva che Ellie aveva fatto visita ad Hadden a Babilonia, qualcuno del personale volle conoscere la sua reazione in merito. Persino Drumlin si mostrò interessato, benché dalla sua evidente conoscenza della geografia del luogo sembrasse possibile che l’avesse visitato lui stesso più di una volta. Ellie non faticava affatto a immaginarselo in vesti di auriga. Ma forse conosceva Babilonia soltanto da quello che ne aveva letto. I settimanali avevano pubblicato spesso piantine della città del vizio. Finalmente si ritrovò a lavorare. Fondamentalmente, il Messaggio stava continuando sulle stesse frequenze, passabande, costanti di tempo, modulazioni di fase e di polarizzazione; il progetto della Macchina e il sillabario si trovavano ancora sotto i numeri primi e la trasmissione delle olimpiadi. La civiltà del sistema di Vega sembrava piena di zelo, O forse avevano solo dimenticato di spegnere il trasmettitore. Valerian aveva negli occhi un’espressione assente.
«Peter, perché devi guardare il soffitto quando pensi?» Si diceva che Drumlin si fosse addolcito negli ultimi anni, ma, come nel caso di un commento del genere, il suo mutamento non era sempre palese. L’esser stato scelto dalla Presidente degli Stati Uniti per rappresentare la nazione presso gli extraterrestri costituiva, come era solito dire, un grande onore. Il viaggio, raccontava ai suoi amici intimi, sarebbe stato il coronamento della sua vita. La moglie, trasferitasi temporaneamente nel Wyoming e ancora ostinatamente fedele, doveva sopportare le stesse proiezioni di diapositive offerte a nuovi pubblici di scienziati e di tecnici impegnati nella costruzione della Macchina. Poiché la zona era vicina al suo natio Montana, Drumlin ci si recava ogni tanto per brevi soggiorni. Un giorno Ellie lo aveva accompagnato in auto a Missoula. Per la prima volta da quando si conoscevano, lui l’aveva trattata cordialmente per alcune ore consecutive.
«Shhhhhh! Sto pensando,» ribattè Valerian. «E’ una tecnica di soppressione del rumore. Sto tentando di ridurre al minimo le distrazioni nel mio campo visivo, ed ecco che tu rappresenti una distrazione nello spettro audio. Potresti chiedermi perché non mi accontenti di fissare un pezzo di carta bianca. Ma il guaio è che la carta è troppo piccola. Posso scorgere delle cose nella mia visione periferica. A ogni modo, stavo pensando a ciò: perché stiamo ancora ricevendo il messaggio di Hitler, la trasmissione delle olimpiadi? Sono trascorsi anni. Ormai devono aver captato la cerimonia dell’incoronazione inglese. Perché non abbiamo visto qualche primo piano del globo o dello scettro e del manto d’ermellino e non abbiamo sentito una voce intonare ‘… ora incoronato per grazia di Dio come Giorgio VI, re d’Inghilterra e Irlanda del Nord, e imperatore dell’India’?»