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Benché Valerian non fosse rimasto ferito in maniera grave, i suoi medici lo sconsigliarono di prender parte al funerale; ciò nonostante, egli pronunciò uno degli elogi funebri da una sedia a rotelle. Lo speciale genio di Drumlin consisteva nel sapere quali domande rivolgere, disse Valerian. Si era accostato al problema SETI scetticamente, perché lo scetticismo era alla base della scienza. Una volta chiaro che si stava ricevendo un Messaggio, nessuno si era dedicato con maggiore impegno di lui alla sua decifrazione. Il ViceSegretario alla Difesa, Michael Kitz, in rappresentanza della Presidente, sottolineò le qualità personali di Drumlin: il suo calore, la sua considerazione per i sentimenti degli altri, il suo talento, le sue notevoli doti atletiche. Se non fosse stato per quel tragico e vile evento, Drumlin sarebbe passato alla storia come il primo americano ad aver visitato un’altra stella.

Lei non avrebbe pronunciato nessuna orazione funebre, aveva detto Ellie a der Heer. Non avrebbe concesso nessuna intervista alla stampa. Forse si sarebbe lasciata fotografare — ne capiva l’importanza. Aveva paura di non dire le cose appropriate alla circostanza. Per anni, era stata una sorta di portavoce pubblico per SETI, per l’Argus, e poi per il Messaggio e per la Macchina. Ma questa era una situazione diversa. Aveva bisogno di tempo per riflettere.

A suo parere, Drumlin era morto salvandole la vita. Egli aveva visto l’esplosione prima che gli altri la udissero, si era reso conto fulmineamente che la massa di erbio di parecchie centinaia di chili stava per investirli. Con i suoi pronti riflessi si era slanciato verso di lei e l’aveva ricacciata indietro al riparo del montante. Ellie aveva fatto presente questa possibilità a der Heer che ribattè: «Drumlin stava probabilmente facendo un balzo per salvare se stesso e tu ti trovavi proprio sulla sua traiettoria.» L’osservazione era stata poco gentile; che lui l’avesse fatta anche con l’intento di ingraziarsela? O forse, aveva proseguito der Heer, intuendo il suo scontento, Drumlin era stato lanciato in aria dall’urto dell’erbio contro il piano del ponteggio.

Ma lei ne era assolutamente sicura. Aveva visto tutto. La preoccupazione di Drumlin era stata quella di salvare la sua vita. E c’era riuscito. A parte alcune escoriazioni, Ellie era rimasta tìsicamente illesa. Valerian, che era stato completamente protetto dal montante, aveva avuto entrambe le gambe fratturate da una parete che era crollata. Lei aveva avuto tutte le fortune. Non aveva neppure perso i sensi.

Il suo primo pensiero — non appena si fu resa conto dell’accaduto — non fu per il suo vecchio maestro David Drumlin schiacciato orribilmente davanti ai suoi occhi; non provò nessuno stupore all’idea che Drumlin avesse rinunciato alla sua vita per lei; non considerò i ritardi che l’incidente avrebbe causato all’intero progetto. No, chiaro come il sole, il suo pensiero era stato: «Posso andarci, dovranno mandare me, non c’è nessun altro, ce l’ho fatta.» Si era ripresa in un attimo, ma era troppo tardi. Era stupefatta dal suo coinvolgimento personale, dallo spregevole egotismo che aveva rivelato a se stessa in quel momento di crisi. Non importava se Drumlin poteva aver avuto delle mancanze del genere. Era sgomenta di trovare, anche se per un istante soltanto, dentro di sé, delle linee di condotta così… forti, aggressive, protese al futuro che la rendevano dimentica di ogni cosa tranne che di se stessa. Quello che detestò maggiormente fu l’assoluta indifferenza del suo ego, che non si scusò, non le diede tregua e fece irruzione prepotentemente. Era corrotto, guasto. Sapeva che sarebbe stato impossibile estirparlo con radici e rami. Avrebbe dovuto lavorarci pazientemente, ragionarci, distrailo, forse persino minacciarlo.

Quando gli investigatori giunsero sul luogo della tragedia, fu laconica. «Temo di non potervi dire molto. Noi tre stavamo camminando insieme nell’area dei ponteggi e all’improvviso c’è stata un’esplosione e tutto è volato in aria. Mi dispiace di non potervi aiutare. Vorrei esserne in grado.»

Fece capire ai suoi colleghi che non voleva parlarne, e scomparve nel suo alloggio dove rimase così a lungo che mandarono degli agenti della vigilanza a chiedere sue notizie. Ellie cercava di ricordare ogni piccolo dettaglio dell’incidente, di ricostruire la loro conversazione prima che entrassero nell’area dei ponteggi, l’argomento dei loro discorsi durante il viaggio in auto a Missoula, l’impressione che le aveva fatto Drumlin quando l’aveva incontrato la prima volta all’inizio del suo perfezionamento. A poco a poco, Ellie scoprì che c’era stata una parte di lei che aveva voluto Drumlin morto — anche prima di entrare in competizione per il posto americano sulla Macchina. Ellie lo aveva odiato per averla umiliata davanti agli altri studenti del corso, per essersi opposto all’Argus, per quello che le aveva detto l’istante dopo che il clip hitleriano era stato ricomposto. Gli aveva augurato la morte. E adesso lui era morto. Secondo un certo modo di ragionare, che riconobbe subito come contorto e contraffatto, si credette responsabile.

Si sarebbe trovato lì se non fosse stato per lei? Certo, si disse; qualcun altro avrebbe scoperto il Messaggio e Drumlin sarebbe saltato in aria. Ma lei, forse per la propria carenza scientifica, non aveva provocato un coinvolgimento sempre maggiore di Drumlin nel progetto della Macchina? Un poco alla volta, Ellie esaminò attentamente le possibilità. Se esse erano spiacevoli, le sviscerava con accanimento; vi si nascondeva qualcosa. Pensò agli uomini che per una ragione o per l’altra lei aveva ammirato. Drumlin. Valerian. Der Heer. Hadden… Joss. Jesse… Staugh-ton?… suo padre. «Dottor Arroway?»

Ellie fu grata a quel donnone di mezz’età vestito di blu di averla distolta dalla sua meditazione. Il suo volto aveva qualcosa di familiare. Sulla targhetta di identificazione appuntata sul suo ampio petto c’era scritto: «H. Bork, Goteborg.»

«Dottor Arroway, mi dispiace moltissimo per la sua… per la nostra perdita. David mi aveva raccontato tutto di lei.»

Naturalmente! La leggendaria Helga Bork, la compagna di nuoto di Drumlin in tante noiose proiezioni di diapositive per i perfezionandi.

Ma chi, si chiese per la prima volta, aveva scattato quelle foto?

Avevano invitato un fotografo ad accompagnarli nei loro appuntamenti subacquei?

«Mi aveva detto quanto eravate uniti voi due.»

Che cosa sta tentando di dirmi quella donna? Drumlin le ha insinuato… Gli occhi le si riempirono di lacrime.

«Mi dispiace, dottor Bork, non mi sento molto bene in questo momento.»

A testa bassa, la donna se ne andò in fretta.

C’erano molte persone al funerale che lei desiderava vedere: Vaygay, Arkhangelskij, Gotsridze, Baruda, Yu Xi, Devi, e Abonneda Eda, di cui si diceva con sempre maggior frequenza che sarebbe stato il quinto membro dell’equipaggio… se le nazioni avessero avuto un po’ di buon senso, pensò Ellie, e se ci fosse stata una Macchina finita. Ma la sua forza di resistenza sociale era distrutta e adesso non poteva sopportare lunghi incontri. C’era una cosa che le incuteva il terrore di parlare: quanto di quello che avrebbe potuto dire sarebbe stato per il bene del progetto, e quanto per soddisfare le sue personali esigenze? Gli altri furono sensibili e comprensivi. Lei era stata, dopo tutto, la persona più vicina a Drumlin quando la sbarra di erbio l’aveva colpito e schiacciato.