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«Sì, lei ci andrà.» Yamagishi si era alzato e con le mani tese rigidamente lungo i fianchi le fece un profondo inchino.

«A nome dei ventidue milioni di impiegati delle società che io controllo, le dico che è stato un piacere incontrarla.»

Nel cubicolo che le avevano assegnato per la notte, Ellie fece sonni agitati. Il suo giaciglio era collegato elasticamente a due pareti, di modo che se si fosse rigirata in gravita zero non avrebbe sbattuto contro qualcosa. Si svegliò mentre tutti gli altri sembravano essere ancora addormentati e aggrappandosi a una serie di sostegni si portò davanti alla grande finestra. Si trovavano sull’emisfero non illuminato dal Sole. La Terra era immersa nell’oscurità tranne che per una spruzzatina di luci, tentativo coraggioso degli uomini di supplire all’opacità della Terra quando il loro emisfero era dall’altra parte del Sole. Venti minuti dopo, all’alba, Ellie decise che se l’avessero interpellata avrebbe risposto di sì. Hadden le arrivò alle spalle e lei trasalì leggermente. «E’ bellissimo, lo devo ammettere. Sono quassù da anni ed è ancora bellissimo. Si chiederà se non mi da fastidio avere le fiancate di una nave spaziale attorno. Guardi, c’è un’esperienza che finora nessuno ha fatto. Sei in tuta spaziale, non c’è nessun cordone ombelicale, nessuna astronave. Forse il Sole è dietro di te e sei circondato da ogni parte da stelle. Forse la Terra è sotto di te. O forse c’è un altro pianeta. Io mi immagino Saturno. Eccoti fluttuare nello spazio in comunione totale con il cosmo. Le tute spaziali odierne dispongono di riserve sufficienti per ore. L’astronave da cui sei uscito può essersene andata da tempo. Forse devono ripassare a prenderti fra un’ora. Forse no.

Il bello sarebbe se la nave non tornasse indietro. Le tue ultime ore, circondato dallo spazio, dalle stelle e dai mondi. Se avessi una malattia incurabile, o se volessi regalarti solo un ultimo piacere davvero squisito, che potresti trovare di meglio?»

«Dice sul serio? Avrebbe l’intenzione di lanciare sul mercato questo… programma?»

«Beh, è ancora troppo presto per commercializzare la cosa. Forse non è esattamente la maniera giusta di occuparsene. Diciamo solo che sto pensando di dimostrarne la fattibilità.» Ellie decise di non parlare ad Hadden della sua decisione e lui non le chiese nulla. Più tardi, quando il «Narnia» stava cominciando le operazioni di rendez-vous e attraccando al «Matusalemme», Hadden la prese da parte.

«Si diceva che Yamagishi è la persona più vecchia che ci sia quassù. Beh, se si considerano quelli che restano quassù in permanenza — lasciamo da parte lo staff, gli astronauti e le ballerine — io sono la persona più giovane. Ho un interesse legittimo nella soluzione, lo so, ma è una possibilità medica ben definita che la gravita zero mi faccia vivere per secoli. Sono impegnato in un esperimento di immortalità. Non me ne sto certo occupando per potermene vantare. Lo faccio per una ragione pratica. Se stiamo escogitando dei modi per allungare la durata della nostra vita, pensi a ciò che devono aver fatto quelle creature di Vega. Probabilmente sono immortali o quasi. Sono una persona pratica e ho pensato moltissimo all’immortalità. Ci ho pensato probabilmente più a lungo e più seriamente di chiunque altro. E le posso dire una cosa di sicuro sugli immortali: stanno molto attenti. Non lasciano le cose al caso. Hanno investito troppi sforzi per diventare immortali. Non conosco il loro aspetto, non so che possano volere da lei, ma se mai lei arriverà a vederli, questo è l’unico consiglio pratico che ho per lei: qualcosa di sicurissimo secondo lei, sarà considerato da loro un rischio inaccettabile. Se dovrà negoziare lassù, non dimentichi quello che le sto dicendo.»

17

IL SOGNO DELLE FORMICHE

«Il parlare umano è come un bricco fesso su cui battiamo rozzi ritmi per far ballare gli orsi, mentre aspiriamo a far musica che intenerisca le stelle.»

GUSTAVE FLAUBERT, Madame Bovary (1857)

«La teologia popolare… è un coacervo di inconsistenza derivato dall’ignoranza… Gli dei esistono perché la natura stessa ne ha impresso una concezione nelle menti degli uomini.»

CICERONE, De Natura Deorum, 1,16

Ellie era indaffarata a impacchettare appunti, nastri magnetici e una fronda di palma per la spedizione in Giappone, quando ricevette la notizia che sua madre aveva subito un colpo apoplettico. Subito dopo, le venne recapitata una lettera dal corriere del progetto. Veniva da John Staughton ed era priva delle consuete formule cortesi d’apertura:

Tua madre e io parlavamo spesso delle tue mancanze e dei tuoi difetti. Era sempre una conversazione difficile. Quando ti difendevo (e, sebbene tu possa non crederlo, ciò accadeva spesso), lei mi diceva che ero un pezzo di burro nelle tue mani. Quando ti criticavo, mi invitava a impicciarmi dei miei affari.

Ma voglio che tu sappia che la tua riluttanza a farle visita negli ultimi anni, da quando è cominciata la storia di Vega, le ha causato una sofferenza continua. Soleva dire alle sue amiche in quell’orribile casa di cura in cui aveva insistito di entrare che la saresti andata a trovare presto. Lo disse loro per anni. Fantasticava su come avrebbe fatto vedere in giro la sua famosa figlia, fissava nella sua testa l’ordine in cui ti avrebbe presentato le sue decrepite compagne. Probabilmente, non vorrai sentire queste cose, e te le dico con dispiacere. Ma è per il tuo bene. Il tuo comportamento le ha provocato più dolore di qualsiasi altra cosa le sia mai capitata, persino della morte di tuo padre. Puoi essere una persona importante adesso, si trova il tuo ologramma in tutto il mondo, hai a che fare con politici e altre celebrità e così via, ma come essere umano dai tempi della scuola superiore non hai imparato proprio nulla… Con gli occhi pieni di lacrime, Ellie cominciò a spiegazzare la lettera e la sua busta, ma sentì che c’era qualcosa di rigido all’interno, un ologramma parziale ricavato da una vecchia foto bidi-mensionale con una tecnica di extrapolazione computerizzata. Era una foto che non aveva mai visto prima. Sua madre, giovane, piuttosto bella, sorrideva all’obiettivo con un braccio appoggiato con disinvoltura su una spalla del padre di Ellie che appariva mal rasato. Entrambi sembravano raggianti di gioia. Sconvolta dall’angoscia, da un senso di colpa, dalla rabbia nei confronti di Staughton e da un po’ di autocommiserazione, Ellie soppesò l’evidente realtà che non avrebbe mai più rivisto una delle due persone della foto. Sua madre giaceva immobile nel letto. La sua espressione era stranamente neutra, priva com’era di gioia o di rimpianto. Era semplicemente… in attesa. Il suo solo movimento consisteva in un occasionale battere di palpebre. Non era chiaro se potesse udire o capire quello che Ellie stava dicendo. Ellie pensò a schemi di comunicazione, non ne poteva fare a meno; il pensiero sorse spontaneo: un battito per il sì, due battiti per il no.’ O collegare un encefalografo con un tubo a raggio catodico che sua madre potesse vedere e insegnarle a modulare le sue onde beta. Ma si trattava di sua madre, non di Alpha Lyrae, e qui si richiedeva sentimento non algoritmi decodificatori.

Tenne la mano della madre e le parlò per ore. Divagò su sua madre e suo padre, sulla propria infanzia. Rievocò i suoi primi passi tra le lenzuola di bucato, le sue impressioni quando veniva innalzata al cielo. Parlò di John Staughton. Si scusò per molte cose. Pianse un poco.

I capelli di sua madre erano arruffati e lei, trovata una spazzola, glieli ravviò. Esaminò il volto rugoso e riconobbe il proprio. Gli occhi di sua madre, incavati e umidi, guardavano fissi, con un occasionale lampo di vita che sembrava indirizzato a un oggetto a grande distanza.