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«So da dove vengo,» le disse Ellie sommessamente. Quasi impercettibilmente, sua madre scosse il capo di qua e di là, come se stesse rimpiangendo tutti quegli anni in cui lei e sua figlia si erano allontanate. Ellie strinse delicatamente la mano della madre e credette che lei rispondesse facendo altrettanto. Le dissero che la vita di sua madre non era in pericolo. Se ci fosse stato qualche mutamento nelle sue condizioni, l’avrebbero chiamata immediatamente nel suo ufficio del Wyoming. Entro alcuni giorni, avrebbero potuto trasferirla dall’ospedale alla casa di cura dove l’assicuravano che le attrezzature mediche erano adeguate.

Staughton sembrava padrone di sé, ma con una profondità di I sentimenti per sua madre che lei non aveva mai supposto. r Avrebbe telefonato spesso, gli disse.

Nell’austera hall di marmo troneggiava, un po’ fuori posto forse, una vera statua, non un ologramma, di una donna nuda in stile prassitelico. Presero un ascensore Otis-Hitachi in cui la seconda lingua era l’inglese invece del braille, e si ritrovò in una specie di stanzone in cui c’era gente che si accalcava attorno a de-Igli elaboratori della parola. Un termine veniva battuto in Hiragana, l’alfabeto fonetico giapponese di cinquantun lettere, e sullo I. schermo appariva il corrispondente ideogramma cinese in Kanji. i C’erano centinaia di migliaia di tali ideogrammi, o caratteri, archiviati nelle memorie dei computer, benché in genere ne bastassero soltanto tre o quattromila per leggere un giornale. Poiché molti caratteri di significato totalmente diverso venivano espressi con lo stesso termine parlato, venivano stampate tutte le possibili traduzioni in Kanji, in ordine di probabilità. L’elaboratore verbale possedeva una procedura parziale contestuale in cui i caratteri candidati venivano anche ordinati secondo la stima fatta dal computer del preteso significato. Raramente si sbagliava. In un linguaggio che fino a poco tempo prima non aveva mai avuto una macchina per scrivere, l’elaboratore verbale stava attuando una rivoluzione delle comunicazioni che non piaceva troppo ai tradizionalisti.

Nella sala delle conferenze, si accomodarono su poltrone basse — un’evidente concessione ai gusti occidentali — attorno a un basso tavolo laccato, e venne servito il tè. Nel campo visivo di Ellie, al di là della finestra, c’era la città di Tokyo. Stava passando molto tempo davanti a finestre, pensò. Il giornale era 1’ «Asahi Shimbun» — il Corriere del Sol Levante — e osservò con interesse che uno dei reporter politici era una donna, caso raro secondo gli standard dei media americani e sovietici. Il Giappone era impegnato in una rivalutazione nazionale del ruolo delle donne. I tradizionali privilegi maschili stavano arrendendosi lentamente in quella che sembrava una guerriglia sottaciuta. Solo il giorno prima, il presidente di una ditta chiamata Nanoelectronics le aveva raccontato con disappunto che non c’era una «ragazza» in tutta Tokyo che sapesse ancora come si annodava un obi. Come nel caso delle cravatte a farfalla con l’elastico, un surrogato facile da indossare aveva conquistato il mercato. Le donne giapponesi avevano di meglio da fare che buttar via mezz’ora al giorno per avvolgersi in metri di stoffa. La giornalista indossava un austero abito da donna d’affari, lungo fino al polpaccio.

Per ragioni di sicurezza, erano vietate le visite di giornalisti nella zona di Hokkaido dove si stava ultimando la Macchina. Invece, quando membri dell’equipaggio o funzionari del progetto si recavano nell’isola principale di Honshu, si sottoponevano regolarmente a una serie di interviste di giornalisti giapponesi e stranieri. Come sempre, le domande erano banali. I reporter di tutto il mondo mostravano quasi lo stesso atteggiamento nei riguardi della Macchina, a parte alcune eccezioni dovute a locali peculiarità. Era contenta che, dopo la «delusione» americana e russa, una Macchina venisse costruita in Giappone? Si sentiva sperduta nell’isola settentrionale di Hokkaido? Era preoccupata perché i componenti della Macchina usati a Hokkaido avevano subito dei collaudi che andavano oltre le rigide disposizioni del Messaggio?

Prima del 1945, quel distretto della città era appartenuto alla Marina imperiale, e infatti, nelle immediate vicinanze Ellie poteva vedere il tetto dell’osservatorio navale, con le sue due cupole argentate in cui alloggiavano telescopi ancora usati per funzioni cronometriche e calendaristiche, scintillanti al sole di mezzogiorno. Perché la Macchina includeva un dodecaedro e i tre gusci sferici chiamati benzel? Sì, i reporters capivano che lei non lo sapeva. Ma che ne pensava? Ellie spiegò che era assurdo avere un’opinione al riguardo in mancanza di evidenza. Quelli insistevano e lei si mise a difendere il diritto all’ambiguità. Se esisteva un pericolo reale, avrebbero mandato dei robot al posto delle persone, come un esperto giapponese in intelligenza artificiale aveva raccomandato? Avrebbe portato con sé effetti personali? Foto di famiglia? Microcomputer? Un coltello dell’esercito svizzero:

Ellie notò due figure che emergevano da una botola sul tetto del vicino osservatorio. I loro volti erano coperti da maschere. Portavano l’armatura grigio-blu imbottita del Giappone medievale. Brandendo bastoni di legno più alti di loro, si fecero un inchino reciproco, rimasero immobili per un attimo, e poi duellarono per la mezz’ora seguente. Le sue risposte ai giornalisti si fecero un po’ formali; era ipnotizzata dallo spettacolo che aveva di fronte. Nessun altro sembrava accorgersene. I bastoni dovevano essere pesanti, perché il combattimento rituale era lento, come se i guerrieri si trovassero sul fondo dell’oceano.

Conosceva il dottor Lunacarskij e la signora Sukhavati da molto prima dell’arrivo del Messaggio? Che pensava del dottor Eda? E del signor Xi? Ne apprezzava le qualità? Sarebbero andati d’accordo loro cinque? Certo si meravigliava di far parte di un gruppo così selezionato.

Quali erano le sue impressioni sulla qualità dei componenti giapponesi? Che poteva dire dell’incontro che i Cinque avevano avuto con l’imperatore Akihito? Le loro discussioni con i capi scintoisti e buddisti rientravano in uno sforzo generale compiuto dal Progetto Macchina per sentire il parere dei personaggi più rappresentativi nel campo religioso prima che la Macchina venisse attivata, o costituivano solo un atto di cortesia nei confronti del Giappone, il paese che li ospitava? Riteneva che il congegno potesse essere un cavallo di Troia o una Macchina del Giudizio? Nelle sue risposte Ellie cercò di essere cortese, concisa e conciliante. L’ufficiale del Progetto Macchina addetto alle pubbliche relazioni, che l’aveva accompagnata, era visibilmente compiaciuto. Di colpo, l’intervista finì. Auguravano a lei e ai suoi colleghi!’, un successo completo, disse l’organizzatore. Aspettavano con impazienza di poterla intervistare al suo ritorno. Speravano che sarebbe venuta spesso in Giappone dopo l’impresa. I suoi ospiti stavano sorridendo e inchinandosi. I guerrieri infagottati erano rientrati nella botola. Le sue guardie del corpo la stavano attendendo con sguardo vigile fuori della sala delle conferenze, la cui porta era stata aperta in quel momento. Mentre usciva, Ellie chiese alla giornalista di quelle apparizioni da Giappone medievale. «Oh sì,» rispose lei. «Sono astronomi della guardia costiera. Si dedicano al kendo quotidianamente all’ora di pranzo. Sono così puntuali che ci può regolare l’orologio.»

Xi era nato durante la Lunga Marcia, e da ragazzo aveva combattuto il Kuomintang durante la rivoluzione. Era stato ufficiale dei servizi segreti in Corea, raggiungendo infine una posizione di autorità nel campo della tecnica strategica cinese. Ma durante la rivoluzione culturale era stato pubblicamente degradato e condannato al confino, sebbene in seguito fosse stato riabilitato con un certo rumore. Uno dei delitti di Xi agli occhi della rivoluzione culturale era stato quello di ammirare qualcuna delle antiche virtù di Confucio, e specialmente un passo del «Grande insegnamento», che per secoli ogni Cinese anche di cultura modestissima aveva conosciuto a memoria. Era da questo passo, aveva detto Sun Yatsen, che aveva tratto ispirazione il suo movimento rivoluzionario nazionalista all’inizio del ventesimo secolo: