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Agli inizi di luglio, la Macchina stava ancora una volta prendendo forma. In America era ancora ostacolata da polemiche politiche e settarie; e c’erano problemi tecnici apparentemente seri con la Macchina russa. Ma lì, in una base molto più modesta di quella del Wyoming, le sbarre erano state sistemate e il dodecaedro completato, benché non fosse stato fatto nessun annuncio ufficiale. Gli antichi Pitagorici, che avevano scoperto per primi il dodecaedro, ne avevano dichiarata segreta l’esistenza e avevano fissato pene severe per chi ne avesse parlato. Perciò forse era giusto che quel dodecaedro grande come una casa, ben lontano nel tempo e nello spazio da quello della scuola pitagorica, fosse noto solo ad alcuni. Il direttore giapponese del progetto aveva decretato qualche giorno di riposo per tutti. La città più vicina di una certa grandezza era Obihiro, una graziosa località alla confluenza dei numi Yubetsu e Tokachi. Alcuni andarono a sciare sul monte Asahi ancora innevato; altri a sbarrare sorgenti termali con una diga improvvisata di rocce, riscaldandosi con il decadimento di elementi radioattivi originatisi nell’esplosione di qualche supernova bilioni di anni prima. Alcuni membri del personale si recarono alle corse di Bamba, in cui possenti cavalli da tiro trascinavano pesanti slitte zavorrate su strisce parallele di terreno lavorato.

Ma per festeggiare in maniera degna, i Cinque volarono in elicottero a Sapporo, la più grande città di Hokkaido, situata a meno di duecento chilometri di distanza.

Ebbero la fortuna di arrivare in tempo per il Festival Tana-bata. Il rischio per la sicurezza veniva considerato modesto, perché era la Macchina più che i membri dell’equipaggio a essere essenziale per il successo del progetto. I Cinque non si erano sottoposti a nessun allenamento speciale, a parte un accurato studio del Messaggio, della Macchina e degli strumenti miniaturizzati che si sarebbero portati dietro. In un mondo razionale, non ci sarebbe stata alcuna difficoltà a rimpiazzarli, pensò Ellie, anche se gli impedimenti politici nel selezionare cinque persone gradite a tutti i membri dell’Associazione Mondiale per la Macchina erano stati notevoli. Xi e Vaygay avevano «una questione in sospeso», dissero, che poteva essere risolta solo con abbondanti libagioni di saké. Così Ellie, Devi Sukhavati e Abonneda Eda seguirono i loro ospiti giapponesi che li guidarono lungo una delle strade laterali della Passeggiata Obori, dove c’erano elaborate esposizioni di banderuole e di lanterne di carta, di quadretti di foglie, di tartarughe e di orchi, e di cartelloni interessanti su cui erano rappresentati un giovane e una ragazza in costumi medievali. Tra due edifici era disteso un grande pezzo di tela per vele su cui era stato dipinto un pavone rampante. Ellie guardò Eda nella sua tunica svolazzante di lino ricamato e con l’alto copricapo rigido e Sukhavati che indossava un altro magnifico sari di seta, e fu contenta di trovarsi in loro compagnia. La Macchina giapponese fino a quel momento aveva superato tutti i test prescritti e ci si era accordati su un equipaggio che era non soltanto rappresentativo — anche se in modo imperfetto — della popolazione del pianeta, ma che includeva individui genuini, e non stereotipati, di cinque paesi.

Ognuno di loro era, in un certo senso, un ribelle. Eda, per esempio: il grande fisico, lo scopritore della cosiddetta superunificazione, un’elegante teoria che includeva, come casi speciali, fenomeni fisici che spaziavano dalla gravitazione ai quark. Si trattava di un risultato pari a quelli di Isaac Newton o di Albert Einstein e Eda veniva paragonato a entrambi. Era nato in Nigeria da genitori di fede musulmana, fatto di per sé non inconsueto, ma di una setta islamica non ortodossa chiamata Ah-madiyah, che comprendeva i Sufi. Il sufismo, aveva spiegato dopo la serata con il Venerabile Utsumi, rappresentava per l’Isiam quello che rappresentava lo Zen per il buddismo. L’Ahma-diyah proclamava «una jihad della penna, non della spada».

Nonostante il suo contegno tranquillo, quasi umile, Eda era un fiero oppositore del più convenzionale concetto musulmano di jihad, di guerra santa, ed era favorevole invece al più libero scambio di idee. Per questa ragione, costituiva un serio motivo di imbarazzo per gran parte dell’Islam conservatore, e qualche nazione islamica si era opposta alla sua partecipazione all’impresa. E non erano state le sole. Un negro vincitore di un premio Nobel — definito talvolta la persona più intelligente della Terra — era troppo per quelli che avevano mascherato il loro razzismo come una concessione alle nuove cortesie sociali. Quando Eda aveva fatto visita in prigione a Tyrone Free quattro anni prima, c’era stato un notevole aumento d’orgoglio fra i neri d’America e un nuovo modello da imitare per i giovani. Eda tirava fuori il peggio dai razzisti e il meglio da chiunque altro. «Il tempo necessario per dedicarsi alla fisica è un lusso,» disse a Ellie. «Ci sono molte persone che potrebbero fare le stesse cose che faccio io se avessero la stessa opportunità. Ma se si devono battere le strade alla ricerca di cibo, non resterà abbastanza tempo per la fisica. E’ mio dovere migliorare le condizioni dei giovani scienziati nel mio paese.»

A poco a poco in Nigeria venne considerato come un eroe nazionale, si mise a parlare con sempre maggiore franchezza di corruzione, di un ingiusto significato del termine diritto, dell’importanza della onestà nella scienza e in qualsiasi altro campo, delle notevoli prospettive di grandezza per la nazione nigeriana, che aveva, disse, la stessa popolazione degli Stati Uniti degli anni Venti, ricchezza di risorse e una forza costituita dalle sue molte culture. Se la Nigeria fosse riuscita a superare i suoi problemi, sosteneva Eda, sarebbe stata un faro per il resto del mondo. Mentre cercava tranquillità e isolamento in tutte le altre cose, su questi punti faceva sentire prepotentemente la sua voce. Molti nigeriani — musulmani, cristiani e animisti, i giovani, ma non solo essi — presero sul serio la sua visione.

Tra le molte caratteristiche di Eda, la più straordinaria era forse la modestia. Raramente esprimeva opinioni. Le sue risposte alle domande più dirette erano laconiche. Soltanto nei suoi scritti — o nei suoi discorsi una volta che si era imparato a conoscerlo a fondo — si scorgeva la sua profondità. Tra tutte le ipotesi sul Messaggio e sulla Macchina e sulle conseguenze della sua attivazione, Eda aveva espresso un solo commento: nel Mozambico, si dice che le scimmie non parlino perché sanno che se si lasciano scappare anche una sola parola verrà un uomo che le metterà al lavoro. Con un equipaggio così loquace era strano avere qualcuno taciturno come Eda. Come molti altri, Ellie prestava una particolare attenzione persino alle sue più casuali espressioni. Egli era solito descrivere come un coacervo di «errori pazzeschi» la sua prima versione, solo in parte riuscita, della superunificazione. L’uomo era sulla trentina e decisamente affascinante, come si erano confidate in privato Ellie e Devi. Era anche sposato con una sola donna, che in quel momento si trovava a Lagos con i figli.